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4 gennaio 2017

I nuovi Ogm che mettono in crisi l’Europa

Tecnologie avanzate potrebbero cambiare l’agricoltura. Ma Bruxelles non sa decidere: sono o no organismi geneticamente modificati?

Antonino Michienzi

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

Danny Hakim è un reporter di punta del New York Times. Tra i vincitori del Pulitzer per le Breaking News nel 2009, finalista del premio nel 2012, alla fine di ottobre Hakim ha scoperto quanto sia scivoloso toccare gli organismi geneticamente modificati. Con una lunga inchiesta pubblicata in copertina dal quotidiano americano raccontava una storia che, apparentemente, scardinava ogni vulgata ottimista sugli Ogm, vale a dire che siano in grado di migliorare la resa delle colture e ridurre l’uso di pesticidi. Sono bastate poche ore perché partisse il fact checking e il New York Times si ritrovasse con la casella di posta elettronica piena di email di protesta. Che era successo? I dati presentati da Hakim erano imprecisi e parziali, talvolta con errori grossolani e avevano falsato la realtà.

Un brutto scivolone per una delle testate più titolate del mondo. Che è tutto lo specchio del ribollire che ancora circonda gli Ogm, anche in un Paese che non si è mai fatto troppi problemi ad abbracciare l’innovazione tecnologica in questo campo. Specie ora che gli organismi geneticamente modificati stanno entrando in una fase 2.0. Le tecniche che hanno prodotto gli Ogm che popolano il nostro immaginario e i campi di mezzo mondo dall’inizio degli anni Novanta stanno diventando obsolete. Consentono sì di introdurre modificazioni genetiche nelle colture, ma in maniera rudimentale. Oggi disponiamo dei due ingredienti necessari per produrre piante veramente su misura: un catalogo sterminato di geni e funzioni che ci consentono di selezionare le caratteristiche desiderate e le tecniche in grado di agire in maniera chirurgica sul Dna. Queste tecniche sono spesso contrassegnate con l’etichetta di genome editing e sono in grado di produrre modifiche perfino a livello dei singoli nucleotidi, le componenti alla base del codice genetico.

Così, gli Ogm 2.0 hanno cominciato a fare capolino sul mercato. A febbraio 2015, per esempio, negli Usa arriva la mela Arctic Apple. La sua caratteristica peculiare è che non annerisce una volta tagliata. L’anno precedente, sempre negli Stati Uniti, era stata approvata una patata che, non solo non annerisce, ma quando viene fritta produce meno acrilammide, una sostanza potenzialmente cancerogena. Cos’hanno di speciale questi due prodotti? In entrambi i casi non c’è stata nessuna inserzione di materiale esterno, ma le due varietà sono state ottenute mettendo a tacere geni posseduti dall’organismo stesso. A giugno di quest’anno si è andato ancora oltre: l’autorità canadese per la sicurezza alimentare ha dato l’ok alla commercializzazione di una nuova varietà di canola (una versione modificata della colza con uno specifico profilo di grassi) resistente a una famiglia di erbicidi.

È stata ottenuta con un’innovativa tecnica di editing genetico che sfrutta la capacità della macchina cellulare di riconoscere gli errori nel Dna durante la replicazione e correggerli. I ricercatori si sono limitati a “ingannare” i fisiologici meccanismi cellulari inducendoli ad applicare la modifica desiderata nell’esatto punto in cui serviva con una tecnica brevettata definita Rapid Trait Development System (Rtds). Anche questa è una tecnica che non comporta l’inserzione di Dna estraneo nella pianta; la modifica inoltre avviene sfruttando le stesse capacità dell’organismo in maniera analoga a quanto succede con le mutazioni che avvengono spontaneamente in natura o quando si espone la pianta a stimoli esterni come sostanze chimiche o radiazioni. Si può parlare dunque di Ogm, in questo caso? L’azienda produttrice (l’americana Cibus) sostiene di no. E non è l’unica. Quello su come classificare i prodotti ottenuti con le nuove tecniche di ingegneria genetica è ormai un dibattito diventato rovente.

Con le aziende che spingono affinché i nuovi prodotti vengano esentati dal marchio di infamia riservato ai prodotti geneticamente modificati. E le autorità che cercano di barcamenarsi in un settore in vorticoso mutamento. In ballo ci sono miliardi, ma soprattutto il futuro dell’agricoltura. Oltre Atlantico (specie in Canada), la questione pone pochi problemi: il processo di autorizzazione per la commercializzazione di una nuova varietà di pianta, infatti, tiene poco conto delle tecniche con cui è stata ottenuta. Valuta le sue caratteristiche, le innovazioni che porta, la sua sicurezza per la salute (per esempio la presenza di allergeni o tossine) e per l’ambiente. Ma in Europa le cose sono diverse. Molto diverse. La legislazione europea, ormai quasi vent’anni fa, ha adottato un approccio nominalistico al problema definendo gli Ogm sulla base delle tecniche impiegate per ottenerli. «Ogm è una definizione convenzionale», spiega Michele Morgante, ordinario di Genetica alla facoltà di Agraria dell’Università di Udine e presidente della Società Italiana di Genetica Agraria.

«La definizione usata in Europa dice che va considerato Ogm ogni organismo che contiene modificazioni che non siano frutto della mutazione spontanea e della ricombinazione genetica che avviene in natura. Dal momento che nella definizione ricadono anche organismi che erano già stati prodotti – senza ingegneria genetica – prima del varo della direttiva (per esempio con la mutagenesi indotta da agenti chimici o radiazioni), un allegato definiva quali tecnologie andassero esentate». Nel volgere di pochi anni, però, l’evoluzione tecnologica ha messo a disposizione tecniche il cui prodotto è molto simile a quello ottenuto con la mutagenesi creando un’ambiguità normativa che ha gettato incertezza su tutto il settore. Alcune aziende, consce di ciò, hanno cominciato ad adottare una strategia commerciale inusuale, cercando una sponda per l’approvazione dei nuovi prodotti direttamente negli Stati membri. Finché nel febbraio del 2014 la Finlandia non ha sollevato la questione alle autorità europee.

La Commissione promette una risposta entro la fine del 2015. Ma rimanda più volte e il processo si arena lasciando l’Europa in un limbo giuridico. Perché tempi così lunghi? Sbrogliare la matassa non è semplice: innanzitutto per difficoltà tecniche. «Si pensi alla tracciabilità», dice Morgante. «I prodotti del genome editing risultano non distinguibili rispetto al prodotto di una mutazione spontanea o indotta. Ha senso imporre una normativa restrittiva se non si è in grado di applicarla?». Ma giocare un ruolo nell’attuale situazione di stallo sono di certo le pressioni sulla Commissione. Il Corporate Europe Observatory (Ceo), una ong specializzata nel monitoraggio delle attività di lobbying nel continente, ha documentato i tentativi messi in atto dalle aziende per influenzare le scelte europee. Un’altra indagine condotta da associazioni ambientaliste (tra cui Greenpeace), poi, ha puntato il dito contro gli Stati Uniti: al di là dell’Atlantico si teme che una regolamentazione restrittiva possa compromettere gli scambi commerciali, sterilizzando di fatto in questo settore gli obiettivi del Ttip che in quei mesi si stava discutendo.

Sullo stesso fronte, anche buona parte della comunità scientifica: «Chiediamo che i regolatori Ue confermino che i prodotti delle nuove tecniche, quando non contengono Dna estraneo, non ricadano dentro l’ambito della legislazione sugli Ogm», scriveva in un documento sul tema l’European Academies Science Advisory Council, che riunisce alcune istituzioni scientifiche di tutti gli Stati membri. Dall’altra parte della barricata, molte organizzazioni ambientaliste e della società civile sono sul piede di guerra per il timore che gli Ogm, usciti dalla porta, rientrino adesso dalla finestra. Un rompicapo, insomma, per la Commissione che per ora ha deciso di non decidere. Quel che è certo è che qualunque sia il parere dell’Unione Europea, le ricadute potrebbero essere enormi. Per le aziende. Ma anche per l’agricoltura.

Quella italiana, in particolare, per il proprio modello basato su colture a elevato valore aggiunto, potrebbe essere una di quelle che più risentirà della scelta europea. Si pensi alla vite. È una pianta che rappresenta un’eccellenza italiana e, pur occupando solo il 3 per cento del territorio agricolo, consuma il 60 per cento degli anticrittogamici. Sarebbe molto utile sviluppare varietà in grado di resistere alle aggressioni fungine. Ma c’è un problema. «Diamo valore a specifici genotipi (sangiovese, nebbiolo, glera, per esempio). Se vogliamo fare miglioramento genetico con l’incrocio possiamo farlo – dice Morgante – ma creeremmo nuove varietà». E addio a tutte le nostre etichette. Come se ne esce? Con le tecniche tradizionali non c’è soluzione. Discorso simile vale per un’altra tipicità italiana, gli agrumi, «ibridi complessi per cui gli incroci non rappresentano una via praticabile», spiega ancora Morgante.

Gli esempi potrebbero continuare: oltre a piante che consentano un minore uso di pesticidi, le nuove tecniche potrebbero creare varietà in grado di resistere ad agenti contro cui non ci sono trattamenti efficaci, che siano più efficienti nell’utilizzo dell’acqua o capaci di sfruttare meglio azoto, fosforo, potassio, riducendo l’uso dei fertilizzanti. Ne beneficerebbe l’agricoltura, ma anche l’ambiente. Buona parte dell’agricoltura italiana, anche quella che fino a oggi aveva fatto le barricate contro gli Ogm, sembra averlo capito. Tanto che nella legge di stabilità dello scorso anno sono stati stanziati 21 milioni di euro per attività di ricerca sul miglioramento genetico attraverso biotecnologie sostenibili. «Vogliamo tutelare al massimo il nostro patrimonio unico di biodiversità», disse all’epoca il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina che si attendeva un riscontro positivo della Commissione europea da lì a pochi giorni.

Peccato che quella risposta non sia ancora arrivata. E se fosse negativa, con le nuove tecnologie equiparate alle tradizionali modalità di produzione degli Ogm, si rischia di pagare ancora la scelta che l’Italia fece quindici anni fa, quando optò per un recepimento restrittivo della direttiva europea vietando non solo il commercio, ma anche la ricerca in campo aperto sugli Ogm e bruciando un intero settore di ricerca. «Eravamo in tanti a lavorarci, c’erano più di cento sperimentazioni in campo aperto e stavamo ottenendo ottimi risultati. Ora non è rimasto che qualche gruppo a fare ricerca sugli Ogm», ricorda Eddo Rugini, ordinario di Agraria all’Università di Viterbo che toccò sulla sua pelle quanto conti una definizione. Esattamente 5 anni fa fu costretto a incenerire 350 piante transgeniche di kiwi, ciliegio e ulivo – anni e anni di ricerca – per adeguarsi a quel che la normativa europea definiva organismi geneticamente modificati.

[Foto in apertura di Jaime Chard / Getty Images

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