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18 dicembre 2016

Squadroni della morte nella Manila di Rodrigo Duterte

Da quando è diventato presidente delle Filippine, ci sono stati oltre seimila morti giustiziati. Legati allo spaccio o al consumo di droga. Viaggio in uno Stato insanguinato

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal  numero di pagina99 in edicola il 19 dicembre 2016

Le bare in mezzo ai vicoli. Nei sovrappopolati slum di Manila è questa la firma della nuova amministrazione di Rodrigo Duterte, il nuovo presidente, “il castigatore”, quello che appare sempre nell’atto di sferrare un destro. Sono i segni visibili della sua tanto decantata «guerra alla droga», oltre 5.900 morti da quando si è insediato alla presidenza delle Filippine il 30 giugno scorso. Una media di 38 vittime al giorno che non ha nulla da invidiare ai veri e propri campi di battaglia dell’epoca contemporanea. Solo che in questo caso è lo Stato, per bocca di un presidente eletto a furor di popolo, a legittimare il massacro.

«È la legge del mio Paese», ha spiegato ai microfoni di Al Jazeera neppure un mese fa. «C’è un poliziotto e c’è un gangster. Il primo è armato con un M16, un fucile da assalto, il secondo con una pistola. Quando si incontrano, sparano. L’M16 del poliziotto con una raffica uccide mille persone. Lui non ha alcuna responsabilità». Per paura di finire «a ingrassare i pesci della baia di Manila», in soli cinque mesi oltre 900 mila persone si sono «arrese», autodenunciandosi alle forze dell’ordine e riempiendo carceri e centri di riabilitazione oltre la loro capienza massima.

La microcriminalità è diminuita del 30 per cento e l’opinione pubblica si è polarizzata. Il presidente Duterte, l’uomo forte al comando, chiede una scelta di campo senza sfumature: le discussioni sui metodi non fanno altro che intralciare i suoi piani, o si è con lui o si è contro di lui. «Mi piaceva Duterte. Mi piaceva perché parlava in maniera diretta e perché non girava attorno ai problemi. Ho persino organizzato la sua campagna elettorale nel quartiere, ma questo è un prezzo troppo alto da pagare». Maria è una vedova di cinquant’anni. Aveva cinque figli, gliene sono rimasti solo due. Danilo e Aljun sono morti lo scorso settembre, a distanza di sette giorni. Avevano 34 e 23 anni. Lavoravano al porto, quando c’era lavoro.

Scaricavano merci per meno di tre euro al giorno. Entrambi, prima di essere ammazzati, si erano “arresi” confessando di aver avuto a che fare con la droga. Pensavano così di salvarsi dai sicari in motocicletta. Sono stati ritrovati sotto un ponte, i corpi senza vita scaricati in una notte qualsiasi sul bordo di una strada qualunque. La testa avvolta dallo scotch da pacchi e un cartello scritto a mano: «non imitatemi». Una modalità che si ripete troppo spesso nei bassi di Manila. Maria da allora ha paura.

Jimji, 6, cries out in anguish, saying "Papa" as workers move the body of her father, Jimboy Bolasa, 25, for burial, in Manila, Philippines, Oct. 9, 2016. Bolasa was found murdered along with his neighbor. A bloody and chaotic campaign against drugs that President Rodrigo Duterte began when he took office on June 30 has seen about 2,000 people slain at the hands of the police alone. (Daniel Berehulak/The New York Times)

Siamo a Tondo, dove c’è il porto, uno dei quartieri più poveri di Metro Manila, una megalopoli di quasi 13 milioni di persone. Con i suoi oltre 600 mila abitanti è anche la zona più densamente popolata. Esattamente siamo a Navotas, accanto al mercato del pesce, dove un migliaio di famiglie lottano per la sopravvivenza. Un vero e proprio slum cresciuto su un terreno demaniale. Fatta eccezione per un paio di strade sterrate e una sorta di piazza, le case-baracca si appoggiano l’una all’altra occupando tutto lo spazio disponibile. Per i pedoni c’è appena lo spazio per passare in fila indiana. Difficilmente entra un raggio di sole. C’è persino chi affitta la propria casa a cinque euro al giorno. Un’enormità per questa gente che, quando va bene, ne guadagna tre.

Anche Lory vive qui. Ha perso Joaquino, suo marito, l’unico che in famiglia lavorava. Quasi non ha più la forza di parlare. Ha 37 anni e lo sguardo perso nel vuoto. È rimasta sola, con nove figli da crescere. Per fortuna il più grande ha già 17 anni e se la cava da solo. La sua famiglia occupa una sorta di piazzola di cemento riparata da teloni di plastica cuciti assieme con pressapochismo. L’arredamento, oltre alla bara del defunto, consiste di una brandina pieghevole dove dormono a turno, un ventilatore e una grande bacinella. Una serie infinita di prolunghe raggiunge un lampione. È questo il sistema che collega alla rete elettrica chi non può permettersi un generatore. Come in altre situazioni simili, i famigliari e gli amici vegliano la bara notte e giorno.

C’è la foto migliore di quando il defunto era in vita e un cartello che ne ricorda le generalità e la data del decesso. Dovrebbe esserci scritto anche quando avverrà la sepoltura. Uno spazio che, come nella totalità dei casi che abbiamo visto, è stato lasciato in bianco. Prima bisognerà raccogliere più di 500 euro per i servizi funebri che nel frattempo gli hanno fatto credito per recuperare il corpo dall’obitorio, trattarlo e provvedere alla bara. Non è facile. Specie se l’unico a sbarcare il lunario era quello che oggi si piange. La bara di Joaquino è esposta al sole tropicale e alle piogge monsoniche da più di un mese. Su un tavolino poco distante si gioca costantemente a carte. Dopo aver chiesto prestiti a tutto il vicinato, le vincite su quel tavolo sono l’ultimo disperato tentativo di racimolare il denaro necessario per una degna sepoltura. Un investimento che in un paese cattolico come le Filippine sembra più necessario di altri.

Police investigators near the body of Michael Araja, 29, who neighbors said was killed by two men riding by on a motorbike, in the Pasay district of Manila, Philippines, Oct. 2, 2016. A bloody and chaotic campaign against drugs that President Rodrigo Duterte began when he took office on June 30 has seen about 2,000 people slain at the hands of the police alone. (Daniel Berehulak/The New York Times)

In questa zona di Tondo non ci sono servizi. Gli abitanti aspettano pazientemente di riempire la propria tanica da 25 litri nei pochi punti serviti da una pompa con l’acqua corrente. Riempirla costa cinque centesimi. Quanto un carico di panni nelle poche asciugatrici elettriche disponibili. Nello slum tutto diventa un business. Con sette centesimi si può passare un’ora a giocare ai videogiochi. Diverse catapecchie sono state riempite di computer e cavi volanti. Sono sempre piene, tanto lavoro non ce ne è. I ragazzini malnutriti fissano lo schermo. Non stupisce che sia proprio in queste zone che il consumo e lo spaccio di shabu, la metanfetamina dei poveri, sia più diffuso. Una dose costa poco meno di due euro e ti permette di andare avanti 24 ore senza soffrire stanchezza o fame. Spacciarla, poi, è una buona occasione per “svoltare” qualche soldo in più. Con la guerra alla droga i prezzi sono quintuplicati, ma il consumo pare non averne risentito.

«Non c’è un vero e proprio identikit del dipendente. Il mio paziente più giovane ha nove anni, il più vecchio 67», ci spiega Amelito Javier, il medico che dal 2009 dirige il Centro per chi fa abuso di droga di Pasig City, una delle 17 zone in cui è divisa Metro Manila. «Secondo le nostre statistiche, la dipendenza colpisce in particolare i ceti poveri, quelli che guadagnano tra zero e cento euro al mese e hanno famiglie numerose, con quattro o più figli». Il dottor Javier appoggia la battaglia portata avanti dal presidente e non si sente minacciato dal taglio del 25 per cento di budget, stornato dai servizi sanitari a polizia, esercito e uffici della presidenza della Repubblica. Il suo lavoro è finalmente al centro del dibattito pubblico ma certo, «come in ogni guerra ci sono “effetti collaterali” che potrebbero essere evitati». Da quando Duterte è al potere, il Centro ha registrato un’impennata del dieci per cento tra coloro che si sottopongono spontaneamente al drug test. «E i servizi di sostegno sul territorio stanno finalmente cominciando a funzionare».

Non è facile capire come. L’unità amministrativa più piccola in cui sono divisi i governi locali nelle Filippine è il barangay, un termine che deriva dalle barche con cui le popolazioni austronesiane sono arrivate nell’arcipelago e ne conserva la struttura al servizio della comunità. Ogni barangay ha un “capitano” e un tanod, un poliziotto disarmato chiamato a mantenere l’ordine. Sono loro, che in teoria conoscono e controllano ogni singolo abitante del rione, a compilare le liste per la polizia di chi fa o ha fatto uso di droghe. E di chi le spaccia. «Ma le liste non sono pubbliche e non si conoscono i criteri con cui vengono compilate», ci spiega Jacqueline De Guia, della Commissione Diritti umani delle Filippine. La sua è una posizione complicata. Fa parte di un’agenzia governativa a cui la Costituzione ha garantito completa autonomia dagli organi legislativi e giudiziari. Possono indagare indipendentemente, ma non hanno altro potere che quello.

Bodies stacked up at a funeral parlor as the families of victims like Danilo Deparine, whose body lay on a metal stretcher on the floor, struggle to pay for burial, in Manila, Philippines, Oct. 11, 2016. A bloody and chaotic campaign against drugs that President Rodrigo Duterte began when he took office on June 30 has seen about 2,000 people slain at the hands of the police alone. (Daniel Berehulak/The New York Times)

«Il nostro ordinamento non contempla la pena di morte: le forze dell’ordine possono sparare solo se minacciate nella loro incolumità e le “esecuzioni extra-giudiziarie” non hanno alcuna cornice legale», ci tiene a sottolineare la De Guia. «Ma sono sempre più numerosi quelli che pensano che questi metodi abbiano reso il Paese più sicuro. Nell’opinione pubblica sta crescendo la convinzione che chi difende i diritti umani è dalla parte dei criminali. La situazione è preoccupante! Le istituzioni si stanno spaccando e, come se non bastasse, tra la gente comune cresce l’omertà. Non bisogna mai dimenticare l’ampio consenso di cui gode il presidente e il fatto che i suoi sostenitori trasformano ogni confronto in un attacco serrato».

La sua analisi è condivisa da Pepe Diokno, classe 1987, un regista che ha ispirato il suo primo lungometraggio agli squadroni della morte che sono comparsi nella città meridionale di Davao negli anni in cui era governata da Duterte: Engkwentro, premio Orizzonti e Leone del futuro come miglior opera prima a Venezia 2009. Nipote di un senatore mandato al confino per essersi opposto alla legge marziale del 1972 e figlio di un’importante avvocato per i diritti umani, il più giovane dei Diokno ci offre la lettura politica della classe agiata della sua generazione. Lo incontriamo in un affollato centro commerciale di Makati, la zona più ricca della città. È qui che la classe media filippina passa le sue domeniche. Tra Starbucks, multisala e agenti immobiliari che offrono mutui agevolati per comprare gli appartamenti nelle torri in costruzione del vicino distretto finanziario. Qui i risultati della lotta alla droga si leggono solo sulle cronache dei giornali.

«Fino a quando non si riuscirà a dimostrare in tribunale che gli squadroni della morte sono al soldo dello Stato, l’opposizione ai metodi del presidente rimarrà confinata al ristretto circolo di persone che ha studiato e conosce la storia di questo Paese. Tra di noi siamo tutti d’accordo. Come sono d’accordo tra di loro i sostenitori del presidente. È come se vivessimo su due piani paralleli della realtà. Non ci sono punti di contatto». Secondo lui «il successo di Duterte è il frutto di un sistema giudiziario allo sfascio, di un sentimento di impotenza rispetto ai torti subiti che ha radici antiche. E chiosa senza speranza: «È facile giustificare chi si fa giustizia da sé, quando i tribunali non funzionano. Chi soffre è assetato di vendetta, non dà alcun valore alla vita umana».

 

[Foto di Daniel Berehulak / The New York Times / Contrasto]

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