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25 novembre 2016

Spionaggio, i ferri del mestiere delle spie

Cimici, ombrelli avvelenati, orologi per fotografare... In mostra a Parigi 400 cimeli degli uomini che fanno il secondo mestiere più antico del mondo

Chiara Rancati

Dal numero di pagina99 in edicola il 19 novembre 2016

Il 16 ottobre 1943 un gruppo di agenti francesi assoldati dall’esercito tedesco furono paracadutati in Marocco, equipaggiati di ricetrasmittenti radio, per condurre missioni di sabotaggio e raccolta di informazioni. Un ufficiale del controspionaggio clandestino, però, riuscì a individuare il velivolo su cui viaggiavano, e gli ufficiali furono neutralizzati appena toccato il suolo nordafricano. Le ricetrasmittenti, invece, rimasero attive: i francesi continuarono a usarle fino alla primavera del 1944, per spedire in Germania un accurato mix di notizie vere, dati imprecisi e totali falsità. Un episodio fra tanti, che mostra come ben prima di Anonymous, del dibattito sulla sorveglianza dei potenziali terroristi e delle minacce di cyberguerra tra Casa Bianca e Cremlino, governi e Stati maggiori fossero ben consapevoli di come le informazioni possano diventare una delle armi più potenti.

A raccontare come e perché, attraverso oltre 400 oggetti e documenti d’epoca, è Guerres Secrètes, un’ampia mostra organizzata dal Musée de l’Armée di Parigi insieme alla Direzione generale della sicurezza esterna francese (Dgse, ovvero i servizi segreti d’oltralpe), all’Archivio immagini del Ministero della Difesa di Parigi (Ecpad) e al Combined military services museum britannico. «Sotto molti aspetti, gli elementi in gioco in questo progetto sono di spiccata attualità», spiega a pagina99 il direttore del museo Christian Baptiste, generale di Marina con un passato da parà e formatore delle forze speciali. «Lo sviluppo delle guerre segrete, la concezione dei mezzi che sono loro propri, la riflessione teorica e pratica sulle modalità e condizioni della loro messa in atto, rimandano con forza a una questione scottante che oggi si pone agli Stati e alle democrazie: chi è il nemico? Come combatterlo?».

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Perché in questi ambiti, prosegue, i confini bellici tradizionali tra alleati e nemici, combattenti e civili, si fanno più labili, e lasciano spazio ad ampie zone grigie in cui i colpi bassi sono moneta corrente: «Le guerre segrete si elaborano su operazioni non convenzionali, su stratagemmi di infiltrazione e di elementi nascosti», conferma uno dei testi che presentano la mostra, «si nutrono di disinformazione e menzogne esibite, con la volontà di ingannare il nemico. Sono fatte d’ombra e di duplicità, in cui la finzione e la messa in scena diventano dimensioni cruciali per la condotta dell’azione politica e armata». Il percorso dell’esposizione parte dalla fine del XIX secolo, periodo in cui nascono i primi servizi di intelligence centralizzati per la raccolta di informazioni, controspionaggio e sorveglianza dei soggetti sensibili, e si ferma al periodo della caduta dell’Unione Sovietica, senza addentrarsi nel periodo contemporaneo.

«Per garantire il necessario distacco dai fatti narrati ed esposti», spiegano i curatori , ma anche, ammettono, per «il carattere ancora confidenziale dei fatti più recenti», su cui spesso vige ancora il segreto di Stato. La scansione non è però cronologica, piuttosto tematica, articolata intorno ai due ingredienti chiave di qualsiasi operazione top secret, in tempo di guerra o di pace: la tecnologia da un lato e il fattore umano dall’altro. In materia di equipaggiamento, il campionario messo in mostra spazia tra i generi e le epoche, affiancando la scientificità dei manuali di crittografia stilati dagli esperti dell’esercito transalpino alla curiosità aneddotica degli occhiali del transfuga russo Victor Otchenko, che nel 1989 permise a Parigi di arrestare un ingegnere atomico che trasmetteva informazioni ai sovietici.

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Numerosi, in particolare, sono i cimeli della Seconda guerra mondiale, quando la Francia era occupata dai nazisti e attraversata dal fermento della resistenza clandestina: l’anello con scompartimento segreto per nascondere una capsula di cianuro appartenuto a una spia alleata in Normandia; il manifesto contro la delazione civile che intima laconicamente «Taci» in francese e arabo; la pistola automatica Luger P08 con silenziatore che avrebbe dovuto essere utilizzata in un’operazione delle forze britanniche per uccidere Adolf Hitler. Oggetti che raccontano il volto nascosto del conflitto in modo eloquente quanto una ricostruzione storica. E poi, ovviamente, c’è la Guerra fredda, epoca d’oro dei gadget spionistici, dei messaggi criptati, delle microspie.

Descritta attraverso una serie di oggetti degni d’un film, dalle elegantissime scarpe da sera americane con lama retrattile nel tacco al “rossetto della morte” che nasconde una micropistola 6 millimetri, dal soprammobile cavo in cui una coppia di spie della Ddr nascondeva messaggi e microfilm alle macchine fotografiche dissimulate in orologi da polso e portasigarette. Fino al famigerato “ombrello bulgaro” dal puntale avvelenato con cui fu ucciso nel 1978 a Londra lo scrittore dissidente Georgi Markov. Un campionario interessante, che da solo però non basta né a combattere una guerra segreta né a raccontarla. L’elemento cruciale, lo sa bene chi ha curato l’esposizione, sono gli agenti, personaggi che si muovono nell’ombra ma capaci di stimolare l’immaginario collettivo come poche altre figure. Al visitatore viene quindi spiegato che spie non si nasce ma si diventa, con un addestramento che anche nelle fasi più calde dei conflitti durava settimane o mesi.

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Così, per esempio, negli anni Quaranta ogni aspirante spia britannica prima di partire in missione doveva passare attraverso una rigorosa formazione, in cui «erano in programma allenamento fisico, salto con il paracadute, pedinamento, codifica e radiotrasmissione». Mentre nei decenni successivi i Paesi protagonisti della Guerra fredda si dotano di vere e proprie scuole specializzate per trasformare gli individui più promettenti, spesso reclutati sui banchi delle università, in efficaci 007.

In luoghi come l’«Office of training and education» della Cia, creato nel 1952 a Langley, i futuri agenti segreti vengono addestrati a gestire pseudonimi multipli e nomi in codice, a travestirsi per passare inosservati o per farsi notare il più possibile (perché, spiega sempre la mostra parigina, «un falso tatuaggio o una falsa cicatrice, facilmente reperibili per un testimone, possono essere fatti sparire a missione terminata», in modo da non essere riconosciuti), a calarsi in identità fittizie. Soprattutto, imparano a individuare persone che potrebbero trasformarsi in informatori o infiltrati, a scovare per ciascuno le motivazioni su cui fare leva e a stuzzicarle con freddezza, senza farsi troppi scrupoli. Fedeli alla definizione formulata nel 1986 dal giornalista e saggista australiano Phillip Knightley, secondo cui lo spionaggio «è la seconda più vecchia professione al mondo, ma con ancor meno principi morali della prima».

[Fotografia in apertura di Musée de l’Armée, Dist. RMN-Grand Palais / Pascal Segrette]  

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