Seguici anche su

19 novembre 2016

Olio di palma, sbatti il mostro sul web

La battaglia di un militante. La campagna di un giornale online. La petizione su Change.org. Così l’Italia diventa il primo Paese 'palma free' al mondo. E la scienza?

Antonino Michienzi

Un orango morto nel rogo di una foresta del Kutai National Park, nell’area indonesiana del Borneo. I denti serrati in una smorfia di dolore; mani e piedi contratti; la pelle lacerata dal fuoco. È adagiato su una fetta di pane, cosparsa di un qualcosa che sembra una crema di nocciola. È questa l’immagine che accompagna l’ultima petizione contro l’olio di palma che in questi giorni sta spopolando in Italia. A lanciarla su Change.org il deputato del Movimento 5 Stelle Mirko Busto. Il destinatario è Ferrero (#FerreroRipensaci è il claim della campagna). La multinazionale è infatti l’ultima azienda rimasta in Italia a difendere chiaramente l’utilizzo dell’olio di palma nei propri prodotti.

Le altre hanno alzato bandiera bianca. Perfino il colosso Barilla, che ormai annovera quasi un centinaio di prodotti palma free. Paolo, il vicepresidente del gruppo, lo aveva preannunciato un anno fa: «Probabilmente ci sarà una reazione dell’industria che per il populismo italiano leverà l’olio di palma (dai prodotti, ndr) facendo, in maniera consapevole, la cosa sbagliata per rispondere a un’isteria del Paese». Il colosso della pasta e dei dolci è solo una delle aziende ad aver invertito la rotta e aver puntato sul palma free. I primi sono stati i grandi marchi della distribuzione come Coop e Esselunga.

Poi sono arrivati gli altri, trasformando quella che era cominciata come una lotta tra aziende e oppositori all’utilizzo dell’olio tropicale in una guerra interna all’industria alimentare a chi per primo potesse fregiarsi dell’insegna “senza olio di palma”. Ma come si è arrivati a tanto? Come è possibile che un alimento contenuto fino a poco più di un anno fa nella stragrande maggioranza dei prodotti da forno (ma non solo) sia ormai divenuto una mosca bianca e che l’Italia si avvii a essere il primo Paese palma free al mondo?

 

Dove nasce la rivolta

Per capirlo è inutile rovistare negli armadi dei produttori di grassi concorrenti cercando complotti e accordi segreti; inutile sbirciare le strategie di marketing delle piccole aziende di prodotti di qualità made in Italy e anche cercare lo zampino dello straniero. Il seme dell’opposizione all’olio di palma è nato altrove. Dove meno te lo aspetti: negli uffici di Federalimentare (Federazione italiana dell’industria alimentare), una delle 24 federazioni di Confindustria, che raggruppa le aziende produttrici di alimenti e bevande. È qui che fino all’estate del 2012 rivestiva il ruolo di responsabile legislativo giuridico nazionale e comunitario un giovane avvocato.

Non è esattamente il tipo che ti aspetti di trovare in un ufficio di Confindustria. Comunista dichiarato («di quelli che ormai non è facile incontrare», dice), attivista per i diritti umani, convinto che il cibo, insieme all’acqua, sia il primo diritto fondamentale degli esseri umani. Ottimista per natura, anche quando la realtà invita al pessimismo. «Credo nella possibilità che tutto possa migliorare», afferma. «Da un anno e mezzo sono su una sedia a rotelle. Nessuno crede che mi potrò alzare. Ma io ci credo».

Si chiama Dario Dongo e all’epoca è sulla cresta dell’onda. Gira l’Italia e l’Europa come esperto di diritto alimentare; fa la spola tra Roma e le sedi delle autorità europee a Bruxelles e Strasburgo. Frequenta rappresentanti delle istituzioni. Allo stesso tempo, però, non rinuncia al suo attivismo. Nel 2011, in collaborazione con la testata web Il Fatto Alimentare, scrive un libro dedicato alle etichette alimentari attraverso cui sostiene le attività di tre onlus impegnate per il sostegno dei bambini in Somalia. Soprattutto si appassiona al fenomeno del land grabbing, l’accaparramento di terra messo in atto da multinazionali nei Paesi in via di sviluppo. Un fenomeno non sempre negativo, ma che in molti casi ha avuto effetti devastanti. Ecco come lo descrive la Banca Mondiale: «In pratica, i diritti consuetudinari spesso non sono riconosciuti», così terre coltivate da decenni in virtù di questo diritto «vengono spesso considerate di proprietà del governo, che può essere incline a cederle senza compensare gli utenti». I contadini si ritrovano così senza terra, senza mezzi di sostentamento, senza casa (vedi la scheda qui sotto).

Indonesien, Riau / Sumatra, Bengkalis, Suryati, 41, steht in ihrer abgebrannten Kautschukbaum-Plantage in der Provinz Riau, Sumatra, Indonesien. Viele Feuer sind illegal gelegt, um Platz fuer Palmoelplantagen zu schaffen. Engl.: Asia, Indonesia, Sumatra, Riau province, Suryati, 41 years old, standing on her rubber tree plantation which was burned down, many fires are illegally set to create place for palm oil plantations, destruction, environment, 29 March 2014

È studiando il fenomeno che Dongo incontra la palma da olio, una delle colture di maggior successo degli ultimi anni la cui coltivazione in alcuni Paesi è la principale causa di land grabbing. L’avvocato rafforza la sua attività pubblicistica sul tema, sfrutta le sue frequentazioni per sollevare il problema nelle stanze di Bruxelles. Le sue attività cominciano però a far troppo rumore. Nell’estate del 2012 esce da Federalimentari, alla cui guida nel frattempo è arrivato Filippo Ferrua Magliani, all’epoca consigliere delegato di Ferrero spa. Dongo, forte di rapporti consolidati, dà vita a una società di consulenza per le aziende alimentari e a un portale dedicato al cibo italiano. E continua la sua attività di attivista-giornalista. Finché nel 2014 decide che è il momento di agire e di lanciare una campagna per opporsi alla produzione di olio di palma.

Propone a diversi interlocutori l’idea, ma nessuno è disposto a seguirlo. Troppo lontano il fenomeno per far presa. E per raccontare l’episodio cita Gramsci che nel 1916 su Il Grido del Popolo così parlava del genocidio degli armeni: «Avviene sempre così. Perché un fatto ci interessi, ci commuova, diventi una parte della nostra vita interiore, è necessario che esso avvenga vicino a noi, presso genti di cui abbiamo sentito parlare e che sono perciò entro il cerchio della nostra umanità». Non è il caso delle coltivazioni intensive della palma da olio. Che sono dall’altra parte del mondo.

 

 

Il Fatto Alimentare

Qualcuno che lo segue, però, l’avvocato riesce a trovarlo. È Roberto La Pira. Con lui Dongo aveva dato vita due anni prima a una testata on line, Il Fatto Alimentare. Si occupa di alimentazione a 360 gradi con l’occhio sempre rivolto al consumatore finale. La Pira è tecnologo alimentare e giornalista; ha passato gli ultimi vent’anni dividendosi tra l’impegno a difesa dei consumatori e l’attività giornalistica nelle più importanti testate italiane. Oggi è uno di quegli ibridi partoriti dalla crisi dell’editoria italiana. Metà editore, metà giornalista/direttore. Uno dei molti perennemente in bilico tra la necessità (in quanto editore) di non fare torti a chi sostiene la sua impresa e l’obbligo (del giornalista) di essere critico verso chiunque. Strutturalmente in potenziale conflitto di interessi.

Lui, però, pare non essere molto preoccupato dai vincoli di editore. Il sito vive sì di inserzioni pubblicitarie, ma fin da principio l’editore/direttore ha messo dei paletti etici: no a «marchi di acqua minerale, di merendine o snack, di bibite zuccherate, di prodotti dimagranti e di regimi dietetici»; e nemmeno a «publiredazionali o articoli guidati».
Non solo: non pare preoccuparsi di andare contro i suoi sponsor. Come quella volta che si giocò le inserzioni di Esselunga – il primo sponsor della testata – per aver mancato di rispetto al patron Bernardo Caprotti ponendogli domande poco politicamente corrette nel corso di una conferenza stampa.

Chi ha collaborato con lui, lo descrive come un tipo con cui a volte non è semplice lavorare. Uno che crede nell’indipendenza del giornalismo, ma che quando si impunta difficilmente cambia idea. Fatto sta che La Pira in sei anni è riuscito a dar vita alla più seguita testata indipendente in tema di alimentazione in Italia. Le aziende lo guardano. E non lo ignorano: per esempio, rispondendo alle critiche mosse dalla testata, un paio di anni fa Guido Martinetti, patron della catena di gelati Grom, ammise l’errore nei cartelloni che riportavano l’assenza di additivi nei prodotti dell’azienda e li modificò. Né è l’unico caso. Un piccolo successo editoriale, insomma.

Nel 2014 La Pira è già al lavoro sull’olio di palma. L’occasione è l’imminente entrata in vigore (a dicembre) della nuova normativa europea sulle etichette alimentari (il regolamento 1169/11) che obbliga i produttori a sostituire il più generico “grassi vegetali aggiunti” con l’indicazione precisa della tipologia di grasso. Una prima inchiesta del giugno del 2014 mostra che l’olio di palma è presente in una quarantina di prodotti, ma solo tre mesi dopo – quando la sostituzione delle etichette è ormai quasi completamente avvenuta – si scopre che la sostanza è presente nella quasi totalità dei prodotti da forno. Il Fatto Alimentare comincia a indagare in maniera sistematica sull’alimento: illustra le caratteristiche del prodotto, spiega perché le aziende abbiano cominciato a usarlo in maniera massiccia, comincia a metterlo in relazione con fenomeni di deforestazione e riduzione della biodiversità. Sono contenuti pacati e documentati.

Non è la prima volta che l’olio di palma finisce sotto i riflettori in Italia: già in passato diversi nutrizionisti e giornalisti avevano parlato di una sua possibile pericolosità per la salute; nel 2010, poi, Greenpeace aveva lanciato una campagna contro Nestlè per sensibilizzare sul tema della distruzione delle foreste come conseguenza delle coltivazioni intensive di palma da olio (vedi la scheda in questa pagina): un consumatore estraeva dalla confezione del noto snack Kit Kat non le barrette di wafer e cioccolato, ma brandelli sanguinanti di un orango.

Palm branches and rows of palm trees at a Palm plantation farm

Non spetta all’Italia la primogenitura del dibattito. In Francia (quinto produttore mondiale di olio di colza) nel 2011 si comincia a parlare dell’olio di palma come potenzialmente nocivo per la salute a causa del suo elevato contenuto di grassi saturi. A fine 2012 il Senato francese approva in prima lettura una legge (ribattezzata “tassa Nutella”) che avrebbe quadruplicato la tassazione dell’olio di palma importato a scopo alimentare. Alla fine non se ne fece nulla, ma il legame sospetto tra olio di palma e salute rimarrà. È a quel tempo che anche le aziende italiane cominciano a preoccuparsi. Nel 2011 Aidepi, l’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane, commissiona uno studio per capire l’impatto dell’olio di palma sulla salute.

L’associazione chiede di svolgere il lavoro all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, un centro che in cinquant’anni di attività ha fatto dell’indipendenza il suo marchio distintivo. «Se avessero voluto influenzare i risultati non avrebbero chiesto a noi», ci dice Elena Fattore, la prima firmataria dello studio. E non aveva senso influenzare i risultati: lo studio era funzionale alle aziende per comprendere realmente la natura del prodotto e magari mettere in atto contromisure. «Ho il sospetto che temessero che ci fosse veramente qualcosa che non andava nell’olio di palma», ci dice una fonte. Dallo studio non esce fuori nulla che accusi la sostanza. Ma nemmeno che la assolva definitivamente.

La ricerca, però, non è inattaccabile ed è la stessa ricercatrice a dirlo: «Si trattava di una revisione narrativa, una metodologia più sensibile di altre alla soggettività del ricercatore», dice Fattore. Tanto che non passa molto che arriva la richiesta di un nuova ricerca con indicazioni precise anche sulla metodologia: una metanalisi che «è una procedura rigida, trasparente e riproducibile», spiega Fattore. Si tratta di raccogliere tutti gli studi condotti su un dato argomento, sceglierli sulla base di un protocollo stabilito a priori (per esempio per escludere quelli di bassa qualità) e analizzarne i risultati nel loro complesso in modo da tirar fuori una sintesi definitiva degli studi fatti sul tema.

 

Una ricerca della Bocconi

La commessa questa volta arriva dall’Università Bocconi a cui una società del gruppo Ferrero (Soremartec) aveva chiesto un’analisi più ampia del fenomeno olio di palma (il titolo della ricerca sarà Olio di palma: economia e salute). La ricerca sarà pubblicata nell’aprile del 2014 dall’American Journal of Clinical Nutrition. «Abbiamo confrontato l’olio di palma con altre tipologie di grassi: quelli ricchi di grassi polinsaturi (linoleico), ricchi di monoinsaturi (oliva), ricchi di acidi grassi saturi diversi dall’acido palmitico e ricchi di grassi trans. La nostra attenzione era focalizzata sull’aumento del rischio cardiovascolare», illustra la ricercatrice.

Ebbene, se si escludono i grassi trans rispetto a cui l’olio di palma è risultato più salutare, i risultati sono stati tutt’altro che semplici da interpretare. Se era vero infatti che rispetto ai grassi ritenuti più salutari l’olio di palma faceva aumentare il colesterolo totale e la frazione Ldl (la componente “cattiva”) era altrettanto vero che faceva crescere anche la porzione “buona” di colesterolo (l’Hdl) che sembra invece svolgere un’azione protettiva. «Abbiamo concluso che non si potesse dire che l’olio di palma aumentava il rischio di malattie cardiovascolari», conclude Fattore. Non è un alimento salutare, dunque, in quanto grasso. Ma dire che sia peggiore di altri grassi è al momento una semplificazione. Passerà qualche mese prima che lo studio venga ripreso in Italia. Soltanto pochi mesi in cui però il clima intorno all’olio di palma cambierà drasticamente.

 

La campagna continua

Già da giugno 2014 Il Fatto Alimentare aveva avviato il proprio impegno informativo sull’olio di palma, ma è dall’autunno che questo si trasforma in una vera e propria campagna in cui lentamente si sposterà anche la messa a fuoco: i diritti delle popolazioni locali e i danni all’ambiente finiranno in secondo piano e sarà il rischio per la salute a conquistare la scena. Il sillogismo che giustifica questo passaggio è semplice ed è di facile comprensione: l’olio di palma è ubiquo e contiene molti grassi saturi, i grassi saturi fanno male e il loro consumo andrebbe limitato. Perciò l’olio di palma fa male e il suo consumo andrebbe ridotto se non eliminato. Un sillogismo di facile presa, ma con innumerevoli limiti (vedi l’articolo a pagina 7).

Novembre è il mese decisivo: Il Fatto Alimentare e Great Italian Food Trade (Gift), una delle creature di Dario Dongo, lanciano una petizione su Change.org attraverso cui si chiede lo stop all’invasione dell’olio di palma. È un successo senza precedenti. Quarantamila sottoscrizioni in sei giorni; oltre 175 mila nei mesi successivi. Solo due petizioni hanno fatto meglio nella storia di Change.org in Italia: quella finalizzata all’abolizione del vitalizio per gli ex parlamentari condannati per mafia o corruzione (523 mila) e quella sulla migliore definizione del reato di voto di scambio (350 mila).

Indonesien, Sumatra, Langkat, Ein Arbeiter raucht in einer Palmoelplantage eine Zigarette. Indonesien ist weltweit groesster Palmoellieferant. Engl.: Asia, Indonesia, Sumatra, Langkat, worker smoking on a palm oil plantation, Indonesia is the world's largest palm oil supplier, 30 March 2014 || Der globale Bedarf an Palmoel waechst rasant. Palmoel wird fuer Nahrungsmittel, Kosmetika und als Biokraftstoff verwendet. Langkat, Nord Sumatra.

La svolta di Esselunga

Il primo a rispondere all’appello è Bernardo Caprotti, patron di Esselunga: «Ci ha scritto subito, a gennaio, dicendo che stavano pensando di cambiare», racconta La Pira. «Era un grande imprenditore: aveva capito dove si stava andando». Caprotti non sbagliava. Il vento era già cambiato: Il Fatto Alimentare ha cominciato a raccogliere indizi di colpevolezza dell’olio di palma dando il via a una battaglia che ancora non è cessata con buona parte della comunità scientifica. Il potere della Rete, il clima anti-enstablishment e a volte anti-industriale del nostro Paese, il mito dell’alimentazione sana e pulita hanno fatto il resto.

I primi a non farsi scappare l’occasione rappresentata dalla campagna sono stati i parlamentari del Movimento 5 Stelle. Già una settimana dopo l’avvio della petizione 11 deputati avevano chiesto al governo di escludere dagli appalti le ditte fornitrici di prodotti a base di olio di palma. Dopo qualche mese anche 19 deputati del Partito democratico hanno chiesto al Governo di dare seguito alle richieste avanzate nella petizione. Nessuno finora si è preso la briga di analizzare scientificamente le dinamiche comunicative che hanno caratterizzato la campagna sull’olio di palma, ma c’è un momento in cui l’attenzione già crescente esplode ed è quando il dibattito, fino ad allora rimasto nel recinto del web, sbarca in tv. Ad aprile se ne occupa, su La 7, il programma La Gabbia. Il messaggio è forte e chiaro: l’olio di palma è dannoso per la salute e per l’ambiente. Il 3 maggio arriva Report. Nel programma si parla poco di salute; il focus è la sostenibilità e l’affidabilità dei certificati che dovrebbero garantirla.

L’attenzione all’argomento sul web sale vertiginosamente: secondo Google Trends passa da 43 di marzo a 94 di maggio (in una scala da 1 a 100). È il picco: dopo qualche giorno l’attenzione comincerà a scendere gradualmente. Non la farà tornare a quei livelli né l’analisi scientifica dell’Istituto superiore di sanità, né quella dell’Efsa (European Food Safety Agency), l’autorità europea che vigila sulla sicurezza degli alimenti (pubblicati rispettivamente a febbraio e marzo 2016), a dimostrazione che non è sulla scienza che si è combattuta la battaglia sull’olio di palma nel nostro Paese.

Eppure dai report motivi di allarme ne uscivano più di uno. L’Istituto superiore di sanità poneva l’accento sulla necessità di limitare i consumi di alimenti contenenti grassi saturi (e dunque anche olio di palma) specie nei bambini e in alcune fasce della popolazione vulnerabili. L’Efsa sottolineava la presenza di sostanze potenzialmente cancerogene nei grassi vegetali raffinati, in particolare nell’olio di palma. Non si trattava di sentenze definitive, bensì di semplici campanelli di allarme, da leggere alla luce della complessità scientifica del tema. Di certo, buone armi nell’arco di chi spingeva contro l’olio di palma e che non ha mancato di usarle. I due report, però, causano soltanto piccoli aumenti di attenzione che non spostano di una virgola la temperatura del dibattito. Tanto che nell’estate 2016 l’interesse per il tema sul web torna ai livelli pre-petizione (12 nella scala Google Trends) e tutto tace fino a pochi giorni fa.

Sono gli ultimi giorni di ottobre; mentre negli scaffali dei supermercati la dicitura “Senza olio di palma” sta diventando la singola frase con maggiore ricorrenza, Ferrero va controcorrente e lancia la sua campagna: un convegno e uno spot per dire che continuerà a usare l’olio di palma e in cui controbatte punto per punto a tutte le critiche alla sostanza. Precisa infatti che questo grasso non è più dannoso per la salute di altri, che il suo olio di palma proviene da coltivazioni certificate (approvate da Greenpeace) e dunque non dannose per l’ambiente; infine che subisce processi di raffinazione all’avanguardia che riducono al minimo la presenza di contaminanti potenzialmente dannosi.

L’attenzione sull’argomento torna a impennarsi, tanto da superare perfino i livelli massimi toccati ai tempi del servizio di Report (un 100 pieno sulla scala di Google Trends). Difficile prevedere se sia l’inizio di un’inversione di tendenza e di una riabilitazione dell’olio di palma. I primi segnali però dicono il contrario, come suggerisce la nuova petizione #FerreroRipensaci che al 10 novembre conta 43 mila sostenitori. Ed ecco dunque l’ultimo attore della storia: le aziende.

Secondo Il Fatto Alimentare i grandi dell’alimentazione hanno speso almeno dieci milioni di euro negli ultimi due anni («Non siamo stati mai smentiti», dice Roberto La Pira) per cercare di affermare la loro verità sulla sostanza. Lo hanno fatto con campagne pubblicitarie, con iniziative rivolte agli organi di informazione, con produzione di contenuti. Qualcuno un giorno dirà se, nel clima di sospetto montante sull’olio di palma, questo non si sia rivelato un elemento determinante per trasformare un fuocherello in un incendio. Dopo tutto, anche Paolo Barilla un anno fa lo ammetteva: l’industria «è un elemento non credibile per definizione soprattutto in questo Paese. Non siamo forse i migliori per raccontare questa storia».

[Fotografia in apertura di Xinhua / Yue Yuewe / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti