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13 novembre 2016

Tutti pazzi per ‘Stoner’, il mediocre che c’è in noi

Un romanzo che ha conquistato tutti. Ma solo 50 anni dopo la sua uscita. Ora l’inatteso culto di John Williams è celebrato in Italia con tre nuovi libri

Francesco Longo

Dal numero di pagina99 in edicola il 12 novembre 2016

Quando John Williams fa leggere al suo agente letterario il romanzo intitolato Stoner, riceve una notizia scoraggiante: «Non lo vedo come un romanzo dalle grandi potenzialità di vendita». È il 1963. Il romanzo diventerà un caso editoriale internazionale cinquant’anni dopo la pubblicazione. Nel 2013 infatti, in Europa diventa un bestseller ed esplode un inatteso culto di John Williams, scrittore quasi sconosciuto in vita, morto nel 1994, quando i necrologi lo descrivono soltanto come poeta e studioso. La sua agente è perplessa perché la «tecnica della narrazione quasi ininterrotta non va più di moda» e perché il tema del romanzo, sostiene, potrebbe essere deprimente per il lettore medio. La prima persona a leggerlo, dunque, trova Stoner fuori epoca, datato. Il romanzo racconta la vita incolore di un professore universitario, una ordinary life in cui non succede nulla di eclatante.

Williams non condivide le critiche dell’agente, ma è all’oscuro delle potenzialità del libro: «Oh, non mi illudo che sarà un “bestseller” o qualcosa del genere; ma se gestito bene (…) potrebbe avere delle vendite rispettabili. L’unica cosa di cui sono certo è che è un buon romanzo», risponde. Confida che col tempo «potrebbe persino essere considerato ragguardevole. Nel romanzo succede molto di più di quanto appaia in superficie, e la sua tecnica è molto più “rivoluzionaria” di quanto sembri». Di solito, gli scrittori sono ciechi nei confronti del loro lavoro, altre volte sono abbagliati i critici o gli editori. In questo caso, il tempo sorprenderà tutti.

La vicenda editoriale di Stoner è un’anomala storia di letargia editoriale. I casi letterari sono sempre il frutto di acrobazie, rimandano a misteriosi meccanismi dell’editoria e raccontano come certi libri trascorrano anni nel limbo prima di essere consacrati. «Perché questo libro non è famoso?», si chiese qualcuno durante l’assenza di Stoner dagli scaffali delle librerie, negli anni Settanta. E a cosa è dovuta la riscoperta tardiva? In Italia Stoner è stato pubblicato per la prima volta dall’editore Fazi nel 2012. Dopo cinque anni, adesso, la casa editrice celebra quella intuizione con un’operazione editoriale – l’uscita di tre libri insieme. Ripubblica Stoner; pubblica la prima biografia di John Williams, L’uomo che scrisse il romanzo perfetto (pp. 324, euro 18,50), scritta da Charles J. Shields; traduce La saggezza di Stoner, una raccolta di saggi su Stoner curata da Barbara Carnevali.

Nell’introduzione Carnevali pone una domanda cruciale: «Che cosa hanno visto i lettori degli anni Duemila che i lettori degli anni Sessanta non potevano o non volevano vedere?». Dopo essersi iscritto all’università per studiare Agraria, Stoner scopre una vocazione per la letteratura e diventa docente nell’Università del Missouri. Conduce una vita triste, grigia, banale, il matrimonio è infelice, a parte la nascita della figlia; e tradisce per un po’ la moglie con una studentessa. Stoner sopporta tutto, è imperturbabile, ha tempra stoica, è capace di grandi rinunce, l’unico eroismo che conosce consiste nel disinteressarsi della carriera. Per chi ha amato Stoner, la biografia di Shields mostra inevitabili riflessi e legami tra il protagonista del romanzo e l’autore. La vita affettiva e lavorativa di John Williams è lastricata di delusioni. Prima di dedicarsi alla scrittura, Williams passa anni a leggere.

Lavora alla radio, o va a piedi da una casa all’altra per controllare i contatori del gas. Se non fosse amara, la sua vita affettiva sarebbe piena di colpi di scena. Si sposa nel 1942 con Alyeene Rosinda, una ragazza dai tratti esotici, ma lei chiede il divorzio due anni dopo. Si sposa di nuovo nel 1947 con Yvonne Elyce Stone, una brunetta con le lentiggini. Ma lui passa troppo tempo a battere a macchina e lei, ventenne, lo tradisce. In verità anche Williams ha tempo per un’altra donna, e i due divorziano nel 1949. Si risposa per la terza volta l’anno stesso con Avalon Lonnie Smith. Il campus nel Missouri che frequenta in quel periodo è simile a quello che descriverà in Stoner.

È qui infatti che viene a sapere di «una faida di decenni prima tra due professori d’Inglese, quella che divenne una delle fonti d’ispirazione per Stoner». Come Stoner, anche Williams si innamora di una studentessa, Nancy Ann Leavenworth. Iscritta al suo corso di poesia, nella primavera del 1960, lei gli chiede un autografo sulla copia del suo secondo libro. Il matrimonio con Lonnie, durato vent’anni, finisce nel 1969 e a dicembre sposa Nancy. Ancora più travagliata è la sua professione di scrittore. Prima di trovare un editore, il suo primo romanzo, Nulla, solo la notte, raccoglie una serie di rifiuti. Dicono che il protagonista non genera empatia e che certe parti sono una tortura. Dicono che il romanzo «manca di una certa coerenza», lo trovano privo di tenuta stilistica e tematica. Il libro alla fine esce ma non vende.

Il secondo romanzo viene bocciato da tutte le case editrici tanto che non sarà mai pubblicato. Il secondo libro, Butcher’s Crossing, per Williams è una sorgente di sofferenza. Riceve sonore bocciature editoriali – lo considerano insipido – poi, superati tutti gli ostacoli, arriva sugli scaffali delle librerie ed è incenerito da una pesante stroncatura sul New York Times, dove il libro non solo è considerato un western, ma un western «praticamente privo di trama». Stoner è ripubblicato nel 2006 nella collana “Classics” della New York Times Review of Books e l’anno dopo se ne parla come di un perfect novel. La Francia compra i diritti, lo traduce, e diventa un bestseller. Lo stesso accade in poco tempo, per contagio, anche nei Paesi Bassi, in Italia, in Israele. L’Europa impazzisce per la vita passiva e indecisa di Stoner, mentre negli Stati Uniti si riaccende l’interesse solo dopo il clamore europeo.

L’entusiasmo è fomentato in particolare da elogi di scrittori diversi, da Julian Barnes a Bret Easton Ellis, da Ian McEwan a Nick Hornby.
Nel 1965, quando Stoner esce, John Williams ha tutti i caratteri dello scrittore – il foulard al collo con pois blu, le sigarette con il bocchino, il ciuffo di capelli sulla fronte – ma gli manca il pubblico. Sono gli anni di Salinger e di Günter Grass. Gli editori credono di sapere quello che i lettori vogliono leggere e sono diffidenti. Si può leggere la biografia di Shields anche come una guida per aspiranti scrittori, un incoraggiamento a non desistere – del resto pubblicare libri in America è reso come un’epica, tra fiaschi e successi travolgenti. Cosa ha sostituito quel disinteresse iniziale per Stoner con l’entusiasmo attuale?

Le cinque letture contenute in La saggezza di Stoner (Fazi, pp. 134, euro 16) suggeriscono alcune risposte. Eva Illouz legge Stoner come l’immagine speculare di Emma Bovary. Entrambi cominciano a vivere quando scoprono la letteratura, ingrigiscono in matrimoni infelici, amano davvero solo fuori dal matrimonio, hanno un figlio solo, conducono l’esistenza pieni di compromessi dei falliti. C’è chi considera Stoner come l’apoteosi del romanzo moderno, che racconta la vita ordinaria degli uomini ordinari. Se il romanzo è il genere più rappresentativo della democrazia, nell’assumere la mediocrità come valore, Stoner incarnerebbe «il compimento della vocazione democratica del romanzo moderno». La lettura di Julika Griem vede il successo dipendere dalla figura maschile che ribalta il cliché dell’uomo di successo con una “identificazione patetica” per il pubblico maschile.

Di fatto, negli anni Sessanta Stoner risultava antiquato, vagamente razzista e sessista, mentre oggi, davanti a un’università concepita come impresa, apparirebbe addirittura elevarsi a difesa del mondo culturale. Il personaggio Stoner sarebbe l’emblema della purezza di chi prova a resistere ai miti moderni rifugiandosi nella vita contemplativa dell’accademia. L’ipotesi più suggestiva è quella secondo cui leggere Stoner alimenta un riscatto postumo. Si potrebbe arrivare a dire che il giudizio positivo del lettore – uno sfrenato entusiasmo – possa alterare il finale scritto da Williams. Nel finale del libro si legge che il professor Stoner è deluso dal suo unico testo pubblicato: «poco gli importava che il suo libro fosse dimenticato e non servisse più a nulla.

Persino il fatto che avesse avuto o meno qualche valore gli sembrava inutile». Ecco che il passaparola del romanzo – ogni copia acquistata e consigliata – agisce sul finale triste, neutralizzando il sapore di delusione. Il lettore non solo incontra un personaggio che ama leggere e la letteratura e quindi ci si identifica, ma ha modo – contribuendo a fare di Stoner un successo – di intervenire sul pessimismo dell’epilogo, ribaltandolo. La saggezza di Williams è forse allora anche quella di aver dato per una volta al pubblico la possibilità di scrivere il destino di un romanzo. E anche il destino dell’autore, attribuendogli una fama postuma.

[Fotografia in apertura di Fazi Editore]

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