Seguici anche su

11 novembre 2016

Democrazia in crisi, c’è un altro modo per scegliere chi governa?

Due studiosi mettono in discussione il suffragio universale, proponendo nuovi modelli di voto. Per non far morire un sistema che sembra in agonia

Leonardo Martinelli

Dal numero di pagina99 in edicola il 12 novembre 2016

C’erano tempi in cui si scendeva in piazza per esigere la democrazia in Cile (più tardi quella anti-apartheid in Sudafrica). C’erano tempi in cui, dopo lo sgretolarsi dell’impero sovietico, prevaleva la fiduciosa sensazione che un modello (il nostro, il solito) si sarebbe imposto (era ora) a tutto il globo o quasi.  Proprio nel 1989 il politologo americano Francis Fukuyama, nel saggio La fine della storia e l’ultimo uomo, si diceva sicuro che avremmo assistito «al punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità e all’universalizzazione della democrazia liberale come forma finale del governo umano».

C’erano tempi (questi recentissimi)
in cui le manifestazioni dei giovani, da Damasco a Tunisi passando per Il Cairo, trasmettevano la certezza che ormai, pure lì, nel mondo arabo, quell’insana passione occidentale, che è eleggere liberamente un Parlamento e/o un capo di Stato, avrebbe attecchito. Inesorabilmente. Non è andata così. O almeno: non esattamente come si era immaginato, anche alla luce del trionfo di Donald Trump. L’istituzione, a dire il vero, non è mai stata tanto ben rappresentata a livello mondiale (si contano 117 democrazie elettive, di cui 90 considerate “effettive”, su un totale di 195 Paesi), ma mai si era vissuta, da decenni, una tale sfiducia nei suoi confronti.

Perfino Fukuyama, in un articolo pubblicato sul New York Times un anno fa, ammetteva che «la grande vittoria del liberalismo occidentale sembra meno evidente e i suoi valori appaiono minacciati direttamente all’interno delle società occidentali». È che la “gente” non va più a votare o se lo fa è sempre più per un voto di protesta. Non si iscrive più a partiti politici, né a sindacati. Scende in piazza, quello al limite sì, ma contro tutto e niente. Questo sistema, la democrazia, non la rappresenta più. Non sorprende che proprio negli ultimi tempi siano state fatte proposte shock in merito, che forse, dopo la vittoria di Trump, faranno meno paura e saranno più prese sul serio.

Da una parte quella del belga David Van Reybrouck, poeta, scrittore e giornalista (lo stesso del magistrale libro-reportage Congo), ma anche archeologo di formazione. Secondo lui (in Contro le elezioni, pubblicato in Italia da Feltrinelli l’anno scorso) bisogna rinunciare al voto e sorteggiare le cariche pubbliche, come facevano i greci antichi (c’è qui molto del modello di Aristotele, che diceva: «uno dei tratti distintivi della libertà è essere, a turno, governati e governanti»). Da pochi giorni, invece, è uscito per Princeton University Press l’ultimo libro del filosofo politico statunitense Jason Brennan, Against democracy. Lui pretende l’epistocrazia, un sistema nel quale vota solo chi ha il livello di preparazione sufficiente (o per questi soggetti il voto vale di più rispetto a quello degli altri). Insomma, il potere politico deve essere ripartito sulla base della conoscenza (c’è qui molto del modello di Platone del governo dei migliori).

 

Il parere dei francesi

Prima di scendere nei dettagli, però, ecco un’inchiesta, anche questa di pochi giorni fa. È stata realizzata in Francia, a lungo punto di riferimento per i fans della democrazia di tutto il mondo, quasi un mito. Non stiamo parlando degli Stati Uniti, ma della Francia! Ebbene, anche qui si terranno fra pochi mesi le presidenziali. E l’istituto Ipsos-Sopra Steria ha effettuato un sondaggio sul tema: “I francesi, la democrazia e le sue alternative”. Secondo il 57% degli intervistati «la democrazia funziona male» e per il 77% «sempre peggio» (14 punti percentuali in più rispetto allo stesso sondaggio del 2014).

Un terzo dei francesi ritiene che «altri sistemi potrebbero essere buoni quanto la democrazia». Uno su 5 vorrebbe «un sistema autocratico», un leader unico senza contrappunto parlamentare. È evidente che urge un dibattito.Van Reybrouck non ha perso tempo. Nel suo testo scrive: «Quest’ossessione per le elezioni sembra curiosa: è da quasi tremila anni che sperimentiamo la democrazia e solo da duecento che lo facciamo esclusivamente per mezzo delle elezioni» che «non sono uno strumento democratico». Lui ritorna all’antica Atene, dove le cariche pubbliche (la maggior parte, non tutte) non erano elettive. Si sorteggiava chi doveva amministrare e questo non poteva rifiutarsi. Accedere alla gestione della città era «un modo per arricchire il cittadino e fargli comprendere la complessità della cosa».

 

L’esempio dell’Irlanda

Van Reybrouck fornisce anche qualche esempio attuale. Quello che ha avuto più successo riguarda l’Irlanda, dove nel 2013, per individuare le modifiche da apportare alla Costituzione, è stata messa su un’assemblea composta da 100 membri, 66 dei quali tirati a sorte. E con la possibilità per tutti i cittadini di partecipare al dibattito via Internet. È lì che è nata, tra le altre, la novità del matrimonio gay, poi convalidata da un referendum popolare. In precedenza, fra il 2004 e il 2010, due Stati del Canada, la Columbia Britannica e l’Ontario, oltre all’Olanda, avevano tentato un esperimento simile per varare delle riforme elettorali, ma senza successo (le novità proposte non sono poi passate).

Comunque, ricorda l’autore, nei tre casi «il reclutamento si svolgeva in tre tappe: 1) un campione casuale di cittadini era sorteggiato dalle liste elettorali: essi ricevevano un invito per posta; 2) seguiva un processo di autoselezione: chiunque fosse interessato, assisteva a una riunione informativa e poteva presentarsi come candidato per la fase successiva; 3) a partire da questi candidati si sorteggiavano i membri dell’équipe definitiva, tenendo conto di una ripartizione equilibrata su età, sesso e altri criteri».

Avevano poi a disposizione tempo ed esperti per esaminare la questione. Come sottolineato di recente in un’intervista da Van Reybrouck, se lo stesso procedimento fosse stato applicato con la Brexit, «si sarebbero potute tirare a sorte mille persone, che per sei mesi avrebbero dovuto riflettere sull’avvenire delle relazioni fra il Regno Unito e l’Unione europea. Credo che alla fine si sarebbe ottenuto un risultato più ragionevole». Si può prospettare un sistema «birappresentativo», che mescoli consultazioni a sorteggio. Anche se, viste le ultime dichiarazioni, lo scrittore è sempre più favorevole a un’applicazione a 360 gradi del suo metodo, la «democrazia senza elezioni». Dopo la vittoria di Trump, forse, ancora di più.

 

Il governo dei dotti

Veniamo ora a Brennan e alla sua «democrazia dei dotti». L’epistocrazia non è una forma qualsiasi di tecnocrazia alla cinese (certi politologi asiatici ne esaltano l’efficienza rispetto al modello occidentale). No, qui siamo in presenza di tutti gli elementi sacrosanti della democrazia, compresi partiti, parlamenti ed elezioni. Gli elettori, però, non sono tutti uguali: il peso del loro voto dipende dal livello di conoscenza della politica. Si può trattare di uno aggiuntivo per alcuni o anche dell’esclusione di altri, che non abbiano i requisiti. Come giudicarli? Nel suo Against democracy prospetta diverse possibilità: conferire, appunto, il supervoto a chi ha un determinato titolo di studio. O sottoporre gli elettori a un esame di idoneità. Esiste anche la possibilità che questi superelettori costituiscano un consiglio ristretto, che possa imporre il veto a certe decisioni del potere politico.

Brennan avanza qualche ipotesi rispetto a chi sarebbe favorito dall’epistocrazia: negli Usa, il livello di conoscenza in campo politico è più elevato ovviamente tra chi ha titolo di studio e reddito superiori. E in genere appartiene ai simpatizzanti dei Repubblicani più che di altri partiti. Il livello scende tra i neri e le donne. Tutto questo, diciamolo, diventa un po’ inquietante. Prima di Brennan, molto prima di lui, John Stuart Mill, in Considerazioni sul governo rappresentativo (1861), già proponeva un voto extra per i più colti. In quel testo sosteneva il suffragio universale. Ma, appunto, temperato dal «voto plurimo». Che doveva sconfiggere il dispotismo della maggioranza. Pure così, forse, si sarebbe evitata la Brexit. E forse anche la valanga Trump.

 

[Foto in apertura di Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti