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7 novembre 2016

‘White trash’, quei poveri bianchi d’America che voteranno Trump

Sono ignoranti, emarginati, spesso obesi. Di sicuro hanno un fucile da qualche parte. E fanno sempre le scelte politiche peggiori. Un perfetto capro espiatorio

Claudia Durastanti

Se c’è una nazione che si ostina a credere nel vecchio adagio «moriremo tutti di classe media», sono gli Stati Uniti: lo fanno senza il timore del ridicolo e nonostante le mancate conferme del quotidiano. È una fissazione di lungo corso: in un sondaggio Gallup del 1963, gli intervistati rifiutarono di identificarsi come poveri o ricchi; circa la metà si definì working class e il resto disse di essere middle class, ma le risposte potevano essere interscambiabili.

Una resistenza alla stratificazione sociale ci cui dovette farsi un’idea la fotografa Margaret Bourke-White quando si recò nella mitica cittadina di Muncie, Indiana, resa famosa da uno studio sociologico Middletown in cui veniva assunta come comunità americana modello, piccola e solidale. Quando la fotografa ritrasse gli interni dimessi delle case degli operai e quelli opulenti delle famiglie benestanti, venne accusata di focalizzare l’attenzione sulle eccezioni, ignorando il «ripieno» che formava davvero la società.

Questa visione di un’America mediana e senza conflitto è stata confortata anche dal romanzo per una quantità di tempo insopportabile: esclusi contraccolpi recenti come Preparativi per la prossima vita di Atticus Lish o le incursioni di Richard Ford e Denis Johnson nelle vite dei bianchi al margine ormai negli anni Ottanta, attraverso il romanzo americano contemporaneo abbiamo scoperto tutto quello che c’è da sapere sui lavoratori del terziario, gli studenti che mollano il college, gli insegnanti insoddisfatti, gli impiegati delle corporation che non riescono a fare il colpaccio. Anche dei manager che formano il famigerato 1% sappiamo abbastanza – i memoir dei vecchi broker e film come The Big Short e The Wolf of Wall Street sono stati utili in tal senso – mentre la classe operaia romantica e bella di Bruce Springsteen che va a giocare a bowling e ripara macchine – laddove è sopravvissuta – è rimasta tale e quale, sempre più inoffensiva e astratta.

Ma che fine hanno fatto gli scarti degli scarti, quelli che nessun americano vuole annettere alla propria classe sociale, ammesso che questa esista? A chi appartengono i bianchi poveri – chiamati white trash almeno da fine Ottocento – che abusano di grassi idrogenati, nei film appaiono sempre senza denti e hanno ereditato un fucile da qualche zio sudista? In realtà, un’America senza classi sociali e in cui i poveri sono una fantasia distopica o tutt’al più un errore statistico, è il prodotto diretto del mito della sua fondazione: un’impresa confezionata nei termini romantici e retorici della libertà, quando di fatto l’America servì come appezzamento inesauribile di terra in cui spurgare l’Inghilterra dai suoi reietti, perseguitati politici e religiosi, evasi dal carcere, donne senza marito, assassini e banditi.

È dai tempi dei primi coloni in poi che gli Stati Uniti hanno cercato di rimuovere questa particolare frangia demografica esiliandola a sud, dove i cosiddetti «mangiatori di terra» – soprannome paradossale quando di terra queste persone non ne avevano affatto – sono diventati i white trash, la spazzatura bianca flagellata da mancata scolarizzazione, un aspetto convenzionalmente riconosciuto come laido, anni di alcol e di prigione. Ed è soprattutto nel sud degli Stati Uniti che queste popolazioni sono state istituzionalizzate attraverso una forma abitativa inconfondibile: la roulotte.

Se possedere una casa è l’emblema della classe media, averne una che si sposta ovunque e non per sogni di libertà è l’emblema di quelli senza classe, di coloro che vengono espulsi dalla stratificazione sociale accettabile: pensionati, immigrati, detenuti riabilitati; un sottoinsieme rurale e metanfetaminico che non è mai stato romantico per gli americani, e ha iniziato a essere nobilitato – almeno iconograficamente – solo negli anni della Depressione, quando si è scoperto che mangiatori di terra venivano bene nelle foto in bianco e nero. Ma sono passati decenni dalle inquadrature di Dorothea Lange e dagli okies di Steinbeck: oggi i white trash fanno una comparsa solo quando serve.

Al di là dei cataloghi fotografici ambientati nei trailer park, la cui appetibilità deve molto al lavoro fatto da Gus Van Sant e Larry Clark, della specificità politica delle classi povere e bianche si è sempre parlato poco. A tal proposito, Nancy Isenberg ha scritto un bel saggio intitolato White Trash: The 400 Year Untold History of Class in America (Viking) in cui ripercorre la genealogia di queste fasce della popolazione e anche la storia forse poco nota dell’eugenetica americana negli anni Venti e Trenta, quando i white trash venivano ritenuti il principale problema economico della nazione e il loro essere afflitti da pellagra e anchilostoma deformante li rendeva nemici: per una volta il problema della razza non era dato dai neri ma dai bianchi anti-sociali, i bianchi impossibili.

Nel saggio, l’autrice dimostra che negli Stati Uniti la classe non è mai il testo ma è sempre il sottotesto: l’unica forma di bigotteria sociale ancora tollerata e in cui non viene invocato il crisma del politicamente corretto è proprio quella che disprezza il povero che non ha lavorato abbastanza per farcela da solo; per quanto grossolano, il mito del self made man ha sempre fatto da collante nella comunità black come in quella bianca. White Trash: The 400 Year Untold History of Class in America esce in un momento storico che lo rende quasi fastidioso o comunque scomodo: sia per gli eventi di brutalità della polizia nei confronti degli afroamericani – ogni anamnesi della categoria dei poliziotti bianchi che spesso provengono da famiglie white trash puzza di assoluzione e giustificazionismo – sia per la brutta e faticosa campagna elettorale in cui gli analisti politici devono trovare un capro espiatorio affinché la nomina Donald Trump sia spiegabile, nel timore che questo entri davvero della Stanza Ovale.

In una fase in cui è assoldato che i bianchi del sud degli Stati Uniti sono razzisti, dal proiettile facile e prevaricatori, Isenberg smuove qualche certezza e analizza la scomoda posizione dei white trash, che vivono la colpa di fare sempre le scelte politiche peggiori e allo stesso tempo non ne sono responsabili perché ignoranti, circostanza che li rende poco credibili come interlocutori e di fatto quasi inesistenti. C’è una scena in Louisiana. The Other Side di Roberto Minervini, in cui degli anziani che vivono in case mobili o nelle roulotte, dicono candidamente che voteranno Hillary Clinton, perché sta dalla parte dei poveri.

Eppure, fissando i loro volti, allo spettatore europeo come a quello americano questa dichiarazione sembra quasi un errore: come spiegare Donald Trump senza cittadini marginali e guerrafondai afflitti da fantasie di potere, senza le aspirazioni di vendetta del bianco povero e incompreso? Nel film di Minervini ce ne sono molti altri che criticano Obama, ma questa loro posizione razzista viene percepita come naturale, mentre uno schieramento democratico da parte dei white trash sfida la lettura di una campagna politica in cui una candidata mal tollerata dai colti è in lizza contro un candidato molto amato dagli ignoranti. Se non è colpa loro, di chi è?

La scorsa primavera ero alla New York Public Library di fronte a un gruppo di studio composto da ragazzi sui vent’anni, convenzionalmente liberal nell’aspetto e nei testi aperti sul tavolo. Uno di loro aveva un cappello con la dicitura Make America Great Again, e quando si è alzato ho visto le facce di Abraham Lincoln e Thomas Jefferson tatuati sui suoi polpacci. Non potendo trattenermi, gli ho chiesto se gli accessori e l’inchiostro fossero ironici. Mi ha detto di no. Dopo le elezioni sul Brexit, nei giorni in cui ci si interrogava sui veri responsabili del suicidio di una nazione, in un luogo frequentato da classi creative, da bianchi e neri scolarizzati e con tutti i denti al loro posto, ho sentito la frase «riprendiamoci l’Impero»: suppongo non fosse ironica neanche quella.

Come successo in Inghilterra con i chavs, i tamarri con il pitbull e la fidanzata incinta a sedici anni analizzati da Owen Jones in Chavs: The Demonization of the Working Class, i white trash non piacciono a nessuno: non sono coinvolti come i ragazzi dei trailer park che almeno hanno formato una band punk o hardcore e conferito un’eleganza alla loro rabbia, non sono moralmente corretti come gli operai di una volta, e rendono teoricamente difficile instaurare una solidarietà che sia non di classe ma anche solo umana. Cannibalizzati dai reality show ormai fuori moda e teneramente amati – e capiti – forse solo da alcuni autori e registi come appunto Breece Pancake, Richard Ford e oggi Roberto Minervini, i white trash non trovano ancora posto.

Eppure sono sempre in prima linea: e lo saranno ancora dopo le elezioni americane, quando a prescindere dal risultato il Paese trascorrerà anni a interrogarsi sull’anomalia Trump e i vecchi mangiatori di terra verranno imputati del declino del proprio Paese. Sono gli elettori di cui ci si vergogna ma servono a tutti, che non appaiono nei promo televisivi in cui il futuro presidente stringe la mano alla gente, gli eterni portatori di un destino politico sbagliato, anche quando non fanno niente per sceglierlo.

[Foto in apertura di Bruce Gliden /Magnum Photos / Contrasto]

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