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7 novembre 2016

Autarchia, perché chiudere le frontiere danneggia i poveri

La globalizzazione è ormai vista come un male da estirpare. Ma quella dei protezionisti è una nuova guerra del Vietnam contro i popoli più indigenti

L'alieno Gentile*

Dal numero di pagina99 in edicola il 5 novembre 2016

Gli inviti all’autarchia e al protezionismo stanno prendendo sempre più spazio, sia nel dibattito politico che nei media. Si passa dall’ipotesi elettorale inglese di convertire i contributi versati alla Ue in finanziamenti al Servizio sanitario nazionale (ipotesi poi smentita dai suoi stessi promotori), a giornali italiani che paragonano i costi da terremoti con i contributi per Bruxelles. La contabilità dei costi della partecipazione al libero mercato è seducente e colpisce dritto al volto: parla di posti di lavoro perduti, di immigrazione, di grandi imprese che eludono il fisco, di disuguaglianza crescente.

La globalizzazione sta diventando la risposta a ogni male del nostro tempo, la malattia da estirpare. A tal punto che anche chi vede comparire l’ombra della xenofobia, del nazionalismo e del razzismo dietro i proclami protezionisti inizia comunque a considerare seriamente queste tesi. Sull’altro fronte vince la timidezza: sostenere posizioni “aperte” è oggi politicamente sconveniente, tanto da portare Hillary Clinton ad avversare quel Tpp (accordo Trans-Pacifico tra Usa e diversi Paesi asiatici) che lei stessa aveva contribuito a siglare. Pochissimi si impegnano a considerare i benefici del libero mercato, più difficili da rendere tangibili, e a valutare quanti dei problemi di oggi sarebbero comunque di attualità anche con frontiere più chiuse.

Secondo uno studio di P. Fajgelbaum e A. Khandelwal la chiusura delle frontiere e l’autarchia provocherebbe, in un Paese economicamente sviluppato, una perdita di reddito reale mediamente del 28% per le fasce a reddito più elevato. Ma il 10% più povero della popolazione arriverebbe a perdere il 63% del proprio reddito reale. Le politiche protezioniste fanno affidamento sul sostegno delle classi più colpite dalla crisi, offrendo loro una ricetta che li danneggerebbe ancora di più. Alla base del malcontento c’è innanzitutto un elemento economico: tra il 2005 ed il 2015, calcola uno studio di McKinsey Global Institute, i redditi reali di due terzi dei cittadini in 25 Paesi a economia avanzata sono rimasti fermi o sono calati, mentre nel decennio precedente questo era accaduto solo al 2% della popolazione.

In tutto l’Occidente l’apertura dei mercati ha animato le delocalizzazioni provocando uno spostamento dei posti di lavoro, mentre le frontiere aperte hanno dato spazio all’arrivo di immigrati visti anche come minaccia al lavoro rimasto disponibile. Negli Usa la crisi finanziaria ha provocato un forte aumento della disoccupazione. Il problema ora è quasi rientrato, ma soprattutto a beneficio della fasce più scolarizzate: un sesto delle persone meno istruite è rimasto fuori dal mondo del lavoro. Si tratta della fascia sociale più facilmente influenzabile da dialettiche protezioniste a orizzonte ristretto e a corto raggio, il che spiega il crescente successo dei movimenti populisti.

Ma quanta parte della perdita dei posti di lavoro è riconducibile al progresso tecnologico più che alla globalizzazione? Non sarà forse l’effetto di questa selezione dei lavoratori operata dalla tecnologia a creare una disuguaglianza a vantaggio delle classi più scolarizzate? Oggi negli Usa il reddito di un lavoratore diplomato è il 60% di quello di un laureato, mentre negli anni ’60 era l’80%. Senza dimenticare che il contributo più importante alla disoccupazione viene dalla crisi finanziaria, che non è certo un unicum (la Grande Depressione non era certo figlia del Wto e della globalizzazione).

Guardando al settore industriale, la Cina è arrivata nel 2013 ad avere il 20% delle esportazioni manifatturiere globali, quando nel 1991 aveva una quota di mercato solo del 2%, ma solo un quinto dei posti di lavoro persi negli Usa nel settore manifatturiero dipende dalla competizione con la Cina; il trend è infatti consolidato da ben prima delle aperture globali al libero mercato: il picco dei posti di lavoro nel settore manifatturiero, negli Usa, è stato raggiunto negli anni ’70. Da allora la produzione industriale non ha smesso di crescere: grazie al progresso tecnologico è stato possibile produrre più beni con meno personale.

In compenso, dice uno studio della London School of Economics, la competizione asiatica ha avuto una funzione decisiva nello spingere le imprese americane ed europee all’innovazione attraverso gli investimenti in ricerca, lo sviluppo di nuovi brevetti, l’utilizzo dell’information technology per il continuo aumento della produttività. La Storia ci offre anche un grande precedente: nel XIV secolo la Cina era l’avanguardia tecnologica e culturale del mondo, ha scoperto la lavorazione del ferro con mille anni di anticipo rispetto all’Europa e disponeva della polvere da sparo. La scelta dei cinesi fu quella di chiudersi nei propri confini: la Grande Muraglia, costruita nel 215 a.C. fu riscoperta ed estesa dai sovrani Ming per proteggere l’impero dalle incursioni dei barbari.

Gli imperatori della dinastia Ming erano convinti che la conoscenza di quanto avveniva fuori dall’impero fosse inutile, dato che la Cina non aveva bisogno di alcun contributo culturale esterno. Chiusi i confini terrestri, ai cinesi fu vietato di commerciare con l’estero fin dal 1371. Nel 1500, chiunque costruisse una nave con più di due alberi rischiava la pena di morte. Alla fine del XVI secolo, mentre l’immenso impero cinese era chiuso su se stesso e diffidente verso tutto ciò che era straniero, l’Europa era ormai in prepotente espansione commerciale, grazie al continuo scambio tra civiltà in conflitto tra loro e grazie all’espansionismo che portò alla scoperta dell’America.

Gli effetti di questa chiusura appaiono evidenti osservando la suddivisione del Pil mondiale nel 1500, e nei secoli successivi. È vero che la proposta protezionista poggia su temi come le condizioni di lavoro nei Paesi emergenti, le crescenti disuguaglianze o il danno all’economia che deriva dalla perdita di posti di lavoro; ma la realtà è che punta a rallentare la crescita economica dei Paesi meno ricchi per difendere posti di lavoro remunerati di più: è una diversa guerra al Vietnam, che non ha niente a che vedere con le condizioni standard dei lavoratori o la lotta alle disuguaglianze.

I flussi di persone, una costante fissa della storia dell’umanità, sono tanto più forti quanto maggiore è il divario fra il tenore di vita del “primo mondo” e del “terzo mondo”: l’unico modo in cui un populista può realizzare la promessa di ridurre drasticamente l’immigrazione è quello di rendere rapidamente il proprio Paese meno appetibile, meno ricco, togliendogli lo status di Terra Promessa. La sfiducia verso il libero mercato nasconde anche il timore di perdere parte del proprio status.

Globalizzazione non significa portare in tutto il mondo il tenore di vita degli Usa, il cui consumo di petrolio pro-capite, per esempio, è 10 volte quello cinese. Lo stesso può dirsi per il consumo di foreste o di pesci. Una delle sfide della globalizzazione è proprio trovare livelli di vita e di consumo più sostenibili. Ma, a meno di credere di poter invitare il resto del mondo a “mangiare brioches” non è forse una sfida che avremmo dovuto affrontare in ogni caso?

 [Fotografia in apertura di Johannes Eisele / Afp / Getty Images]

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