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3 novembre 2016

Welfare Italia, lo stato sociale non è mai costato così tanto

L’invecchiamento della popolazione spinge la spesa nei Paesi Ocse. Due terzi va a pensioni e sanità. Ma scricchiola il sostegno a poveri, disabili, famiglie

Mattia Salvi

Dal numero di pagina99 in edicola il 29 ottobre 2016

Lo Stato sociale non è mai costato tanto ai cittadini italiani ed europei in generale. Colpa soprattutto dell’invecchiamento della popolazione, che si porta via in pensioni e sanità quasi due terzi dell’intera spesa pubblica sociale nella media Ocse. Ma, per l’Italia, siamo oltre all’80%, mentre in mezzo alla crisi scricchiola il sostegno per la casa, ai poveri, disabili e famiglie. Quest’ultimo dato è comune a tutti i Paesi mediterranei toccati, a vario titolo, da politiche di austerity. Il nostro Paese, in particolare, spende in termini assoluti molto, ma è tra quelli che stanzia meno risorse a sostegno del 20% della popolazione più povera – soprattutto in età da lavoro – ed è tra quelli dove tasse e scarso intervento dei privati vanificano maggiormente lo sforzo pubblico.

La radiografia è firmata dall’Ocse che a ottobre ha pubblicato un rapporto di otto pagine sullo stato di salute della spesa sociale nel mondo: «Dopo la grande recessione – spiega l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – la spesa sociale pubblica è cresciuta oltre il 21% del Pil e nella media Ocse si è stabilizzata a questo livello, storicamente alto». Ma Francia e Finlandia sono già oltre il 30%. Segue, tra gli altri Paesi a livelli molto alti, anche l’Italia, 28,9%. Dal rapporto dell’Ocse, pagina 99 ha estratto i dati riferiti ai maggiori Paesi della vecchia Europa – Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia –, più Spagna, Grecia e Portogallo, per verificare l’impatto dell’austerity imposta dalle istituzioni comunitarie.

Quello che ne viene fuori è un quadro a tinte grigie. Non si è mai speso tanto: valori in alcuni casi triplicati rispetto al 1960, ma se si sovrappone la curva degli aumenti a quello della crescita della popolazione over 65 si capisce che questo aumento è in gran parte assorbito dalla necessità di sostenere gli anziani. L’Italia, che è insieme alla Germania il Paese più vecchio di quelli presi in esame, se facciamo pari a 28,6% la quota di Pil investita in spesa pubblica sociale, si trova costretta a riservare più della metà delle risorse (il 16,4% del Pil) alle pensioni, cui aggiungere un 6,8% ulteriore per la sanità.

Per il resto rimangono bruscolini e, a parte le politiche per il lavoro la cui spesa ha subito un balzo negli ultimi anni a causa del finanziamento degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, ordinaria, straordinaria e in deroga – con tutti i limiti noti rispetto alla non protezione di ampie fette di occupazione precaria –, negli altri casi le risorse disponibili hanno subito tagli, e questo vale anche per la sanità. Il dato politico è evidente: nell’impossibilità di moderare la spesa pensionistica causa aumento dell’età media – calano i livelli retributivi, aumenta l’età pensionabile, ma le risorse da stanziare crescono ancora – la mannaia del rigore, nel periodo che va dal 2010 a oggi, è calata in Italia, Spagna, Grecia e Portogallo su tutte le altre forme di sostegno sociale: politiche per la casa, per la famiglia, per l’aiuto dei disabili.

In generale, nota l’Ocse, i Paesi mediterranei con un modello sociale di assistenza universale – servizi pubblici garantiti a tutti – fanno molto poco per ridurre le disuguaglianze di reddito, come si può vedere dalla tabella quattro che misura i trasferimenti finanziari (non servizi, quindi) all’intera popolazione e poi in particolare la percentuale di questi a favore dei cittadini più poveri. Nei Paesi mediterranei, il 20% più povero dell’intera popolazione percepisce dallo Stato meno risorse di chi è più ricco (il valore è infatti inferiore al 20%), tipico risultato di quei sistemi sociali che concentrano le risorse finanziarie disponibili su forme di sostegno quali, ad esempio, gli sgravi fiscali e le detrazioni, poco rilevanti per chi di tasse ne paga poche o niente.

 

Solo la Francia spende più di noi

Negli ultimi cinquant’anni, la spesa pubblica sociale è cresciuta sensibilmente un po’ ovunque nell’area Ocse e questo è particolarmente vero per l’Europa, che storicamente si attesta a livelli più alti degli altri Paesi economicamente meno sviluppati (che però negli ultimi anni hanno mostrato tassi di aumento più sostenuti). Il primo grafico mostra la percentuale della spesa sociale pubblica in rapporto al Pil e come è cresciuta nel corso degli anni nei diversi Paesi.

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Il secondo mostra invece la percentuale di popolazione over 65 rispetto al totale e spiega in parte perché la vecchia Europa spende di più di Paesi con popolazioni più giovani. I due grafici mostrano una evidente correlazione, anche se la spesa sociale cresce a ritmo più sostenuto. Tra i Paesi presi in considerazione, solo la Francia (31,5% nel 2016) ha una spesa più alta di quella italiana (28,9%).

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Previdenza record

Questo grafico mostra come è ripartita la spesa pubblica sociale, il cui ammontare rispetto al Pil è riportato al centro di ogni torta. Si nota così che i Paesi che stanziano più soldi (percentuale sul Pil) per le pensioni sono l’Italia – 16,4% – e la Grecia (17,5%), a discapito delle altre voci. L’Italia, in particolare, stanzia sulle politiche per la casa una quota irrilevante (0,0%),  e per il sostegno alle famiglie (1,4% del Pil) una quota inferiore a quella di Germania (2,2%), Francia (2,9%) e Gran Bretagna (3,8%) e appena superiore a quella degli altri Paesi mediterranei. L’Italia, inoltre, spende per la sanità un ammontare pari al 6,8% del Pil, quota anche qui inferiore a quella tedesca (7,9%), francese (8,6%) e persino britannica (7,1%). Dato piuttosto sorprendente, considerando anche l’alta età media italiana.

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Il boom della spesa per il lavoro

In questa tabella sono riportati i tassi di crescita annuali di tutti i capitoli di spesa pubblica sociale Paese per Paese in due differenti periodi, ovvero il 2005-2009 e il 2010-2013/2014: nonostante diversi governi abbiano approvato in questi anni riforme pensionistiche tese a moderare la spesa – attraverso l’aumento dell’età pensionabile e la riduzione delle aliquote pagate – si può notare come da nessuna parte si è verificata una flessione delle risorse impegnate in questo capitolo. I Paesi dell’Europa mediterranea, invece, segnano flessioni (dolorose) su praticamente tutti gli altri capitoli negli ultimi quattro anni. Fanno eccezione le politiche per il lavoro: Italia, Spagna e Grecia hanno subito un boom di spesa nel periodo 2005-2009, dovuto all’attivazione degli ammortizzatori sociali per i lavoratori licenziati, mentre la crescita negli anni seguenti si è moderata, ma non fermata.

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Siamo lo Stato con più disparità

La tabella qui sotto misura quanto della spesa sociale si traduca in trasferimenti finanziari (non servizi) a persone in età da lavoro e in età da pensione (anche qui la misura è quella del rapporto sul Pil), e quanto di questo intero ammontare vada al 20% più povero della popolazione (valore percentuale). Poiché le pensioni sono parametrate ai guadagni maturati durante la vita lavorativa, nel caso degli over 65 ovviamente il 20% della popolazione più povera incamera meno del 20% della risorse totali, e questo vale in tutti i Paesi presi in considerazione. L’Italia, però, è tra i Paesi con maggiori disuguaglianze: ha un sistema pensionistico meno “egualitario” di altri.

Se guardiamo invece al dato riferito alle persone in età da lavoro, c’è una spaccatura netta tra i Paesi del Mediterraneo e Francia, Germania e Regno Unito. In questi ultimi Paesi (meno per la Francia, più per gli altri) il sistema dei trasferimenti premia i più poveri riducendo le disuguaglianze: al 20% più povero va infatti una quota di risorse finanziarie trasferite dallo Stato superiore al 20%. Questo non succede nei Paesi mediterranei, che quindi con le loro politiche di trasferimenti tendono a mantenere le disuguaglianze di reddito, quando non addirittura ad accentuarle.

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Il peso del fisco sul nostro welfare

Non c’è solo lo Stato a stanziare risorse per il sociale. In quest’ultima tabella, vengono presi in considerazione anche gli investimenti privati e l’effetto delle tasse, che riduce le risorse a disposizione dei beneficiari di interventi pubblici e privati. L’Italia, in particolare, è tra i Paesi che applica le tasse più alte e dove l’intervento privato è più scarso. A causa di questi due fattori, se guardiamo alla spesa sociale netta complessiva (intervento pubblico più intervento privato al netto delle tasse), l’Italia continua a essere tra i Paesi che spendono di più, ma con livelli ora più vicini a quelli degli altri Paesi.

In cima alla classifica rimane comunque la Francia con una spesa pubblica netta complessiva (pubblica lorda, più privata lorda meno tasse) pari al 31,21% – quindi superiore agli stanziamenti pubblici. L’Italia invece “scivola” al 25,2% per effetto di tasse e scarsi investimenti privati, avvicinandosi così a Regno Unito – che balza al 25,03% – Germania (24,61%), Portogallo (24,13%) e Grecia (23,88%). Chiude la Spagna 23,73%. Nota l’Ocse nella sua ricerca che i valori di spesa netta totale sono più simili tra Paese e Paese, ovvero intervento dei privati ed effetto tasse tendono a parificare i livelli delle risorse impiegate.

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[Foto in apertura di Alex Webb / Magnum Photos / Contrasto]

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