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3 novembre 2016

‘Iraq +100’, fantascienza da mille e una notte

Dieci scrittori immaginano il loro Paese un secolo dopo l’occupazione Usa. Tra invasori alieni e droidi pellegrini, un futuro inventato che esplora speranze e paure di una nazione

Daniele Cianfriglia

Dal numero di pagina99 in edicola il 29 ottobre 2016

È un gioco continuo di rimandi tra i molti passati dell’Iraq, il suo presente incerto e i futuri possibili la raccolta di racconti Iraq +100. Stories from a century after the invasion, assemblata da Hassan Blasim per la casa editrice britannica Comma Press. Al suo interno trovano spazio dieci storie di fantascienza scritte da autori iracheni a cui è stato chiesto di immaginare il futuro del loro Paese a cento anni dall’occupazione americana e britannica che, nel 2003, ha rovesciato il regime di Saddam Hussein. In realtà, come si può facilmente immaginare sin dalla traccia, in Iraq +100 le “regole” della fantascienza, del resto tutte suscettibili di frammentazioni in macro e microgeneri, vengono facilmente violate e i racconti sconfinano spesso in una grande varietà di stili e sottostili del fantastico: realismo magico di piglio psichedelico, cyberpunk, distopia, allegoria.

All’interno delle storie si incontrano statue parlanti, fantasmi, tigri-droidi, nanotecnologie e intelligenze artificiali che anelano a pellegrinaggi verso mete sante. E poi manipolazioni mediatiche (Kahramana di Anoud), mondi trasformati in musei a uso e consumo di invasori alieni che allevano uomini per berne il sangue (con rimandi all’infrazione di espressi divieti coranici, in Kuszib di Hassan Abdulrazzak), dittature che cercano di estirpare qualsiasi strumento di archiviazione e memoria, comprese le canzoni (Operation Daniel di Khalid Kaki). Colpisce, più delle trovate fantastiche (a volte solo idee per gadget futuribili), soprattutto il modo di integrarle in una struttura narrativa di storie dentro storie, come insegna una tradizione che si può facilmente far risalire alle Mille e una notte, capace di riallacciare nodi tra varie epoche storiche e moltiplicare i punti di vista anche nello spazio di poche pagine.

Esemplare in tal senso il racconto forse più poetico e toccante dell’antologia, quello di Zhraa Alhaboby: qui il protagonista, un architetto afflitto dalla misteriosa Sindrome di Baghdad del titolo – una malattia tutta irachena che conduce alla cecità – riscopre in sogno un’autrice del passato (probabilmente Alhaboby stessa) nelle cui poesie viene scandito il saccheggio delle parti anatomiche della statua di Sheherazade, sita in via Abu Nuwas lungo il Tigri, famosa opera dello scultore Mohammed Ghani Hikmat che si ispirò spesso per le sue sculture proprio alle Mille e una notte. Storie dentro storie…Occorre però tener fede anche all’impegno verso la Storia, ovvero tenere in considerazione l’obiettivo esplicito della raccolta di riportare l’attenzione su fatti ormai derubricati dalla memoria collettiva, come l’occupazione del 2003, già obliterata dall’offensiva compiuta dall’Isis nell’Iraq settentrionale nel 2014 che ha portato nuova disgregazione e nuove incertezze nel territorio dell’antica Mesopotamia.

Lo fa in qualche modo la presenza stessa nel ruolo di curatore della raccolta di Hassan Blasim, regista e scrittore cresciuto tra Kirkuk e Baghdad i cui documentari, invisi al regime di Saddam, l’avevano costretto ad abbandonare il Paese alla fine degli anni Novanta e a vagare da rifugiato per mezza Europa fino all’approdo tra i boschi della Finlandia. Blasim ha poi in parte riversato le sue vicissitudini nelle storie che raccontano e si raccontano i suoi personaggi: emblematicamente, al narratore de La valigia di Alì, uno dei racconti presenti in Il matto di piazza della libertà (Il Sirente 2013, traduzione di Barbara Teresi), «capita di pensare che passerò il resto della mia vita a scrivere di storie ed eventi surreali che ho vissuto lungo i sentieri dell’emigrazione clandestina».

I racconti di Blasim, spesso crudi e improntati a un senso dell’assurdo mai sensazionalista, scritti con una chiarezza narrativa propria dei classici, sono premiati all’estero, ma paradossalmente non tutti disponibili in arabo (The Iraqi Christ, vincitore dell’Independent Foreign Fiction Prize nel 2014, tradotto in inglese da Jonathan Wright). Traversie editoriali, queste, che testimoniano anche le difficoltà dello specifico iracheno nel mondo della letteratura di genere in lingua araba, che non ha goduto finora di grande visibilità, se si eccettua Frankenstein a Baghdad di Ahmed Saadawi (e/o, 2015, traduzione di Barbara Teresi, vincitore dell’International Prize for Arabic Fiction) – ambientato nella capitale proprio durante i primi anni dell’occupazione angloamericana – punto di partenza di Iraq +100 che però, a dispetto dell’accattivante titolo, non si può ascrivere alla fantascienza.

È possibile intanto sperare che la letteratura di genere diventi uno dei modi per uscire dai cliché letterari e autoesotici fin troppo semplificati e stilizzati che spesso restituiscono un’immagine quasi grottesca del mondo arabo. E in particolare segnare una via di fuga, per ora letteraria, domani chissà, perché un domani si torni al «glorioso passato in cui Baghdad era un centro di luce e di sapere globale» cui accenna Blasim stesso nell’introduzione all’antologia.

[Fotografia in apertura di Christopher Anderson / Magnum / Contrasto]

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