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2 novembre 2016

Voto elettronico, broglio assicurato

Non c’è solo Trump a criticare la sicurezza delle urne digitali. Il risultato può essere alterato. E per l’elettore il meccanismo resta oscuro

Marco Passarello

Dal numero di pagina99 in edicola il 29 ottobre 2016

“Temo che le elezioni saranno truccate”. Con un tweet brusco come è sua abitudine, Donald Trump ha evocato il fantasma dei brogli elettorali negli Usa, dove è vivissimo il ricordo delle elezioni del 2000, in cui, anche se il vincitore ufficiale fu George W. Bush, molti rimasero convinti che la vittoria sarebbe spettata ad Al Gore. Le autorità responsabili hanno smentito il pericolo di brogli su vasta scala, e gli avversari di Trump hanno attribuito la sua uscita al desiderio di evitare la responsabilità di una sconfitta annunciata. Ma il dubbio ha facile presa su un pubblico che ha scarsa fiducia nella validità del processo elettorale.

Negli Usa non si vota solo infilando una scheda nell’urna, ma anche attraverso macchinari. Le contestazioni del 2000 furono dovute al fatto che i dispositivi elettromeccanici registravano il voto con punzonature risultate illeggibili. Per rimediare fu finanziato un ammodernamento delle tecnologie. Molti stati sono così passati ai sistemi Dre (Direct Recording Electronic), in cui l’elettore vota attraverso un touchscreen collegato a un computer; i voti vengono sommati in una memoria digitale, e il risultato finale viene stampato su carta e trasmesso via Internet all’ufficio centrale.

A una quindicina d’anni dall’installazione i Dre sono diventati inaffidabili, con hardware malfunzionanti (a volte touchscreen tarati male hanno attribuito il voto al candidato sbagliato) e sistemi operativi obsoleti, ma mancano i fondi per passare a tecnologie più sicure. Il professor Andrew Appel dell’università di Princeton ha dimostrato che bastano sette minuti per inserire in un Dre un chip in grado di alterare il risultato. A questo si aggiungono minacce esterne. Il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ha svelato che hacker non identificati hanno tentato di introdursi nei sistemi di registrazione dei votanti in più di 20 Stati Usa.

Si è trattato solo di attacchi esplorativi senza conseguenze, ma basterebbe “bucare” il sistema una sola volta per generare sospetti sulla validità dell’intera elezione. Si sospettano i russi, già accusati della sottrazione dai computer del Partito Democratico di e-mail imbarazzanti per Hillary Clinton diffuse da Wikileaks. Meglio tornare ai vecchi sistemi? Lo sostiene il filosofo Roberto Casati, direttore di ricerca all’Institut Nicod dell’Ecole Normale Supérieure di Parigi, che ha partecipato al simposio del Premio Möbius Multimedia di Lugano con l’intervento “Perché l’urna e la cabina elettorale sono imbattibili”. «La discussione sul voto elettronico si concentra sul tema della sicurezza tecnologica», dice a pagina99.

«Se qualcuno con un clic è in grado di spostare voti, alterare le liste elettorali o creare disturbi tali da invalidare un’elezione è sicuramente un problema, ma fa schermo a un problema più grave: questioni vitali come il voto non si possono delegare alla tecnologia. Nel mio libro Contro il colonialismo digitale (Laterza, 2013, ndr) sostengo che col digitale bisogna negoziare: in alcuni casi è utilissimo, in altri, come quello del voto, no. Il voto ha una sua fisicità, non si può pensare di smaterializzarlo. Un sistema elettorale non si esaurisce nel determinare i collegi e il metodo per assegnare i seggi. All’elettore va spiegato anche il meccanismo fisico su cui è basato il sistema. Anche se si vota spostando elettroni, serve comunque il supporto di macchine fisiche».

Per Casati il voto elettronico sottrae all’elettore la possibilità di comprendere e verificare il processo elettorale. «Il meccanismo deve essere trasparente. Nei sistemi manuali chiunque può capire cosa è necessario per mantenere l’accuratezza e la segretezza: ognuno sa che il suo voto conterà perché conosce il meccanismo. Esiste la possibilità di brogli, ma il sistema consente controlli, ed è così distribuito che è molto difficile che avvengano in maniera massiccia. Col sistema elettronico, invece, bisogna essere esperti informatici per saper analizzare tutti i passaggi. L’elettore comune non ha la minima possibilità di conoscere cosa succede dopo che ha premuto il bottone. Per quanto si dichiari che la macchina è sicura, permane una fondamentale mancanza di trasparenza cognitiva del processo, aggravata dall’impossibilità di una verifica. Non si può consegnare all’elettore un certificato che gli confermi che il suo voto è stato recepito, altrimenti potrebbe mostrarlo a qualcuno, farne commercio, e verrebbe meno la segretezza».

Casati è ancora più critico verso i sistemi di voto online: «Viene detto che potrebbero aiutare a recuperare la partecipazione popolare. Ma l’assenza di una cabina in cui essere lasciati soli di fronte alle proprie scelte significa la scomparsa della democrazia come la conosciamo oggi. Votare dallo smartphone equivale a spostare la cabina elettorale in ogni casa o ufficio. Non tarderanno a manifestarsi sacche di micropotere: il marito dirà alla moglie come votare (o viceversa), il padre ai figli, fino ad arrivare a riti collettivi in cui si vota tutti insieme per il bene dell’azienda o della famiglia mafiosa. Inoltre votare elettronicamente significa avvicinare il voto al sondaggio: l’immediatezza spinge a dare pareri non ponderati. Se il voto costa uno sforzo, richiede di sacrificare parte della giornata, lo si effettua con una soglia epistemica più alta: il mio tempo è prezioso, perciò scelgo di impiegarlo con maggiore cura».

[Fotografia in apertura di Mark Peterson / Redux / Contrasto]

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