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26 ottobre 2016

In Italia una aspettativa di vita più alta ma maggiore povertà

Uno studio ha calcolato i costi di una vita più lunga. Per concludere che i soli rimedi al declino sono l’aumento dell’età della pensione e tassi d’immigrazione positivi

Nico Pitrelli

Dal numero di pagina99 in edicola il 22 ottobre 2016

Il prezzo della longevità nelle economie avanzate sarà un declino nel tenore di vita. È uno dei risultati di uno studio, da poco pubblicato sulla rivista di settore Population Studies, che ha indagato quanto potrebbe costare ai governi di 14 Paesi sviluppati il fatto che si vive di più. Tra le nazioni prese in esame c’è anche l’Italia, che con uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo, potrebbe sperimentare maggiormente un abbassamento della qualità della vita. Lo studio è stato condotto da un gruppo di demografi dell’università australiana di Macquarie che hanno cercato di quantificare e formulare previsioni sull’impatto economico della longevità concentrandosi su quello che viene definito il tasso di supporto potenziale, vale a dire il numero di individui tra 15 e 64 anni per ciascuna persona con più di 65 anni.

Con l’invecchiamento, questo rapporto, che indica il numero di persone che possono contribuire al sostegno di chi non lavora più, tende a diminuire. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, in Italia nel 2050 avremo un rapporto di 1,5 persone attive per ogni persona non attiva. Nel 2000 era pari a 3,7. Comprendere come bisognerebbe modificare questo numero per mantenere in buona salute l’economia di un Paese è stato l’obiettivo principale dell’indagine svolta dall’esperto di statistica sociale Nick Parr e dei suoi colleghi dell’ateneo australiano. I ricercatori non hanno dubbi nel ritenere che una soluzione consista nell’aumento dell’età pensionabile.

E non si tratta dell’unica conclusione scomoda di un lavoro che si segnala rispetto a proiezioni simili per la selezione di Paesi in cui sono disponibili dati di alta qualità, per l’uso di modelli basati su ipotesi matematiche più precise e per la capacità sia di delineare a lungo termine la distribuzione per età di una popolazione, sia di stimare le implicazioni delle variazioni dei tassi di mortalità nei prossimi quarant’anni. Altri risultati di Parr e colleghi confermano la valenza sempre più politica della demografia su alcuni dei temi più caldi dell’attuale discussione pubblica. Le previsioni elaborate nel paper A Cost of Living Longer hanno ad esempio evidenziato i benefici sul lungo periodo del mantenimento di un tasso netto di immigrazione positivo.

Se si vuole produrre una distribuzione equilibrata di persone con età differenti bisognerà, in altre parole, avere un numero maggiore di immigrati in un determinato territorio rispetto a quanti ne emigrano dallo stesso. Tale indicazione è particolarmente appropriata per Paesi con tassi di fertilità molto bassi. Inutile dire che la questione riguarda da vicino l’Italia e che si lega alle proiezioni sulle aspettative di vita media. In tutte le nazioni prese in esame dai demografi australiani si prevede nel periodo 2010-50 un innalzamento della speranza di vita alla nascita, con gli incrementi più significativi in Giappone e in altri Paesi, tra cui il nostro. Vivere di più non significherà però avere più figli. Anzi, secondo il gruppo di Parr, il guadagno in longevità è associato in modo negativo alla fertilità.

Non sorprende allora che, senza esclusioni, nei 14 Paesi analizzati si stima che il numero di persone con età fra 15 e 64 anni rapportato a chi ne ha più di 65 sarà significativamente più basso nel 2050 rispetto al 2010. Le conseguenze più forti si avvertiranno in Polonia, Spagna e Italia. Saranno minori invece nel Nord Europa, in Australia e Stati Uniti, dove comunque si assisterà a un importante calo della popolazione in età lavorativa, con impatti su Pil, produttività, strutture familiari, stili di consumo e sistema di protezione sociale. Gli autori della ricerca hanno anche stimato quanto dovrebbero modificarsi i tassi di partecipazione al lavoro, vale a dire il rapporto tra il numero di adulti impiegati in una professione o che la stanno cercando e la popolazione di un Paese, per controbilanciare gli effetti negativi dell’aumentata longevità.

Secondo i loro calcoli, in Repubblica Ceca dovrebbe esserci ad esempio un incremento del 7 percento, in Giappone dell’8,1, negli Stati Uniti del 2,8, in Italia del 5. Se ci si concentra poi solo sugli over 60 i dati sono in forte crescita ovunque. In Ungheria, Polonia e di nuovo Repubblica Ceca, il numero di lavoratori con più di sessant’anni dovrebbe più che raddoppiare. In Giappone e Stati Uniti dovrebbe aumentare del 30 per cento (vedi il grafico in pagina). In generale, gli autori prospettano un futuro in cui dovrebbero lavorare più persone e per periodi di tempo più lunghi rispetto a quelli attuali. Se inoltre si considera che la componente femminile impiegata professionalmente è minore rispetto a quella maschile, è ancora più difficile per Paesi con poche nascite rispondere alle sfide del tasso di supporto in costante diminuzione.

Senza trascurare il fatto che, come è noto, a livello globale le donne tendono a vivere di più degli uomini, un fenomeno relativamente recente in termini demografici dovuto principalmente, secondo uno studio pubblicato nel 2015 sui Proceedings of the National Academy of Sciences degli Stati Uniti, alle differenze di genere della mortalità cardiovascolare. I risultati di Parr e colleghi vanno letti nel contesto dei limiti che caratterizzano le proiezioni demografiche, specialmente nel lungo periodo, come ad esempio la difficoltà di prospettare l’andamento della componente migratoria o le assunzioni su cui si basano i modelli previsionali. Detto questo, i ricercatori australiani considerano ragionevoli le misure governative studiate da quasi tutti i Paesi sviluppati verso un aumento dell’età pensionabile, anche se sottolineano che le policy prospettate si concentrano con maggior enfasi sull’aumento della longevità.

La diminuzione della mortalità non è però l’unico fattore demografico di cui tener conto per una valutazione dei costi della previdenza. La fertilità, passata e futura, e le migrazioni giocano un ruolo altrettanto importante. Queste ultime richiederebbero in particolare un raro esercizio di lungimiranza politica se è vero, come argomentato nel libro Libertà di migrare, recentemente pubblicato da Einaudi, che le specie umane si spostano ovunque da almeno due milioni di anni e che è bene così. Scritto da Valerio Calzolaio, esperto di problemi ambientali, e Telmo Pievani, filosofo della scienza, il volume descrive efficacemente come noi esseri umani ci siamo evoluti anche grazie alle migrazioni. Per questo, è difficile immaginare che smetteremo di muoverci proprio adesso.

[Fotografia in apertura di Dorothea Schmid / Laif / Contrasto]

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