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23 ottobre 2016

L’arte di far rivivere la Sardegna che si estingue

La dorsale interna dell’isola si sta spopolando. Un malessere demografico che sembra inevitabile. Ma non per il collettivo Sardarch, che ha mappato i paesi in pericolo

Fabio Bozzato

Dal numero di pagina99 in edicola il 22 ottobre 2016

Per alcuni sta diventando la bocca di un vulcano. C’è chi ti parla di un guscio vuoto, altri di una ciambella. Ognuno ha la sua immagine per raccontare ciò che sta succedendo alla Sardegna. Un tempo, da sempre, le coste erano il pericolo, il miele per qualunque scorribanda. Allora la dorsale interna era il rifugio di una sarditudine colta e umile e soprattutto necessaria. Ora il flusso si è rovesciato e la dorsale si è via via spopolata. Nel Novecento c’è stato il sogno dei poli industriali, ora rimasti scheletri avvelenati. O il jet set del turismo che metteva in piega la speculazione e viceversa. Oggi la scena ha un’area metropolitana confusa a sud, attorno a Cagliari. E un polo a nord che prova a pulsare a Sassari.

L’isola sembra un destino segnato. Uno studio commissionato dalla Regione all’Università di Cagliari nel 2013 aveva lanciato l’allarme: ci sono 31 comuni a rischio di estinzione, 4 sono in montagna, 26 tra le colline. Tutti sotto i mille abitanti, 13 non arrivano ai 500. Da Armungia nel cagliaritano a Bortigiadas nell’olbiese, da Ussassai nell’Ogliastra a ben 15 sparpagliati attorno a Oristano. Con l’attuale trend demografico, nel giro di 15 anni Semestene e Monte Leone Rocca Doria potrebbero non esserci più. E così altri dieci a metà del secolo. Non solo: ulteriori 48 vivono un tale «malessere demografico» che li potrebbero seguire a ruota. Tra questi, 32 sono tra le colline interne.

Le proiezioni seguono le stradine che si inerpicano all’interno. Attraversano i paesaggi brulli e spaventati e quelli fitti di boscaglia sulle linee dei corsi d’acqua o si immergono in sughereti e ulivi, frutteti e vigneti. E si inoltrano in borghi ormai minuscoli, attorcigliati sui loro stessi ciottoli e magari «contano 250 abitanti e 50 case vuote», come dice uno dei loro sindaci. La dorsale della solitudine attraversa da nord a sud, lungo il ritmo dell’abbandono, la curva delle terze età e il dolore della scomparsa. L’idea che sia ineluttabile si è ormai fatta strada anche nel mondo politico. Tra le persone che ci abitano si chiama rassegnazione.

Se lo è chiesto anche la Fondazione di Sardegna. Per capire cosa ci sia sotto quelle cifre e questo mood, ha affidato a uno dei più innovativi gruppi di ricerca sul campo di esplorare quella dorsale. Sardarch, così si chiamano, sono architetti e urbanisti abituati a lavorare con sociologi, antropologi e artisti. Hanno mappato i borghi in pericolo e hanno chiesto a un fotografo come Gianluca Vassallo di andarci a interagire. Ne è uscita una indagine d’arte (un viaggio, 106 foto e un video) visitabile fino al 6 gennaio nella sede della Fondazione di Sardegna a Cagliari. Per la coreografia hanno chiesto aiuto a Roberto Cremascoli, architetto, allievo di Alvaro Siza e firma del Padiglione portoghese, il più affascinante nella Biennale in corso a Venezia. «Un progetto emozionante, che ora ci dà la responsabilità di continuare, di tessere quei fili che abbiamo dipanato», racconta a pagina99.

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Perché alla fine, la risposta dei Sardarch e di tutti quelli coinvolti sembra essere: «No, la scomparsa non è inevitabile, le energie e il potenziale stanno proprio dentro a quei borghi». Un esempio? «Il festival di jazz a Berchidda», quello inventato da Paolo Fresu che genera economia ben oltre il paese dove si tiene e durante tutto l’anno: è diventato l’incubatore di reti di accoglienza e ristorazione, ma anche servizi di raccolta differenziata, di car sharing, di turismo ecologico. Un altro esempio? Sardex, il circuito di credito alternativo invidiato da mezza Italia, è nato qui. «C’è un ecosistema fatto di percorsi naturalistici, di filiere enogastronomiche, di nuraghi e chiese romaniche, di narrazioni antiche e di saperi digitali», racconta Matteo Lecis Cocco-Ortu di Sardarch.

Non è la solita lista di grande bellezza. Nella loro mappa ci sono consulte giovanili attive in 150 comunità e l’Accademia di alta cucina a Baradili, 84 abitanti nella provincia di Oristano. C’è il progetto di «una casa a un euro», a Ollolai nelle Barbagie. C’è il social eating diffuso nel Barigadu, sui fianchi del fascinoso lago Omodeo, con il brand “Nughedu Welcome”. C’è il festival di arte pubblica Villa Figulinas a Florinas e quello di letteratura Sulla terra leggeri. O la museografia spontanea nata dalle donne di Armungia, che un giorno hanno cominciato a raccogliere gli oggetti di vita quotidiana dei loro ricordi. «È abbassando lo sguardo che la rassegnazione può svanire», dice Cocco-Ortu.

Certo, restano problemi strutturali. A cominciare dalle istituzioni. Ora la spinta è verso le unioni di comuni, una geografia quasi sovrapponibile alle antiche curatorias, quelle aggregazioni di comunità, parte di un assetto all’avanguardia nell’Italia medievale. Poi ci sono le strade, «come la 198, realizzata alla fine dell’800, nata per carrozze, carri e cavalli, ed è rimasta più o meno tale e quale», si sfoga amaro il sindaco di Barbagia di Seulo. Quelli di Sardarch fanno vedere piste più che soluzioni, come quella «urbanistica collaborativa» intessuta di «relazioni e auto-generazione, di entità urbane a bassa densità, alternative» quasi molecolari alle città.

Gianluca Vassallo racconta del suo viaggio nei luoghi più in pericolo. Un’immersione in tre case ogni giorno, dieci paesi in dieci giorni, per farsi narrare le nostalgie e i desideri, ritrarre le persone e spedire gli scatti in stampa e infine collocare i ritratti sui muri del paese, sei metri per tre. La sua «città invisibile» è disegnata su quella che lui chiama «circonferenza della solitudine», appare in quei volti emersi dalla retorica dell’abbandono e nei crocchi di abitanti a confabularci di fronte. «Volevo ricostruire nuove piazze attorno a quelle foto», dice. L’urbanistica tattica è anche questa. Il sindaco di Bortigiadas usa altre parole, ma la poetica è simile: «Bisogna iniziare a mettere insieme intelligenze: amministratori, scienziati, urbanisti, sociologi, antropologi, economisti, pastori, imprenditori, studenti, ragazze e ragazzi. E farne un fatto di popolo».

[Fotografia in apertura di Gianluca Vassallo / Nicolò Galeazzi]

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