Seguici anche su

21 ottobre 2016

Accoglienza, quel salto nel vuoto dei migranti neo 18enni

In Italia otto minori stranieri su dieci hanno tra i 16 e i 17 anni. Alla maggiore età devono lasciare i centri per minori. Ed entrano in un limbo di sfruttamento

Jessica Mariana Masucci

L’italiano di Festim è pacato e corretto. È un ragazzo del Kosovo di 21 anni, arrivato a Milano a 15 come minore straniero non accompagnato e ha vissuto in un appartamento della cooperativa sociale La Cordata. «Quando sono diventato maggiorenne ho preso in affitto una casa con il mio migliore amico», dice, raccontando che non deve più rinnovare il documento di soggiorno perché ne ha ottenuto uno permanente. Per lavoro, in un ipermercato: tira fuori il tesserino dalla tasca con soddisfazione.

Per molti giovani migranti diventare maggiorenni e trovarsi, quindi, a dover lasciare le strutture per minori è problematico. Festim lo sa, accenna al fatto che c’è chi va nei dormitori, alcuni si affidano a connazionali che li ospitano. Qualcuno sparisce dai radar di chi lo ha seguito fino a quel momento. Albi, a differenza di Festim, dopo i 18 anni si è ritrovato in un dormitorio nella zona sud di Milano dal quale passano diversi ragazzi. «Ma restavo poco, non mi piaceva. Lasciavo lì le mie cose e poi andavo dai connazionali».

È arrivato dalle montagne dell’Albania a 16 anni e il giorno del suo diciottesimo compleanno ha fatto le valigie e ritirato i 100 euro che aveva tenuto come risparmi. «Vanno via con la torta in mano, diciamo noi», si rammarica uno dei suoi educatori. Da agosto a Natale Albi è rimasto senza casa e senza lavoro e si è arrangiato. Ha l’aria vispa e una chiave di violino tatuata sull’avambraccio. La sua svolta è stata la musica: adesso suona nell’Orchestra dei popoli “Vittorio Baldoni” e ha un permesso di soggiorno per attesa occupazione. In Italia l’81,7% dei minori stranieri non accompagnati (msna) non è costituito da bambini ma da ragazzi tra i 16 e i 17 anni. Su un totale di 12.708 presenti e censiti al 31 luglio 2016 dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, il 94,4%, sono maschi e provengono soprattutto da Egitto, Gambia, Albania, Eritrea.

Cosa accade se un ragazzo diventa maggiorenne mentre è ancora nella comunità di prima accoglienza, quella temporanea, dove dovrebbe rimanere al massimo 90 giorni? «Se non è un richiedente asilo il “dove vado a dormire?” è una grossa questione. Ciò che succede nella pratica è che diventa di fatto un senza fissa dimora», risponde Viviana Valastro, responsabile del programma di protezione minori migranti di Save the Children. Di avviare un percorso graduale di inserimento sociale – la lingua, un lavoro – non c’è stato il tempo.

«Di punto in bianco fanno un salto nel vuoto», secondo Samantha Tedesco, di Sos Villaggi bambini, organizzazione che accoglie minori italiani e stranieri, dove dal 2013 al 2015 il numero delle presenze di minori non accompagnati è raddoppiato. «Smettere di supportare questi ragazzi significa vanificare un investimento, anche economico, fatto sul loro percorso quando erano minorenni ed esporli a un elevato rischio di sfruttamento e coinvolgimento in attività illegali», prosegue Valastro. «Ci sono strutture, così come comunità, che sono più disponibili di altre a continuare ad accogliere un ragazzo dopo il compimento dei 18 anni, anche se perdono la certezza di un rimborso della retta da parte dei comuni». E se il neomaggiorenne ha la fortuna di trovarsi in questa situazione «diventa un’accoglienza di tipo “volontario” da parte di chi guida la struttura perché molto probabilmente non gli verrà riconosciuto nulla», fa notare la responsabile di Save the Children.

Se il ragazzo compie 18 anni mentre si trova invece in una struttura di seconda accoglienza, si aprono diversi scenari a seconda dei casi: chi ha fatto in tempo a chiedere asilo prima della maggiore età (nel 2015 in Italia i minori non accompagnati che hanno fatto domanda sono stati 3.959, riportano Viminale e ministero del Lavoro) può restare nell’ambito del sistema per i richiedenti, ma chiaramente non in un centro per minorenni. Il non richiedente asilo che vuole rimanere in Italia e si vede scadere il permesso di soggiorno rilasciato per minore età, invece, deve ottenerne uno nuovo per ragioni di studio, lavoro o attesa occupazione.Una situazione complicata, che pone coloro che lavorano con i minori in una corsa contro il tempo perché molti ragazzi arrivano già diciassettenni. E devono studiare l’italiano, cercare un alloggio, trovare un lavoro. Gli educatori insegnano anche a gestire i soldi, fare la spesa, pagare le bollette. Wael è molto sicuro di sé.

«Bisogna far funzionare il cervello», ripete spesso in un buon italiano imparato in appena quattro mesi. Ha lasciato l’Egitto e raggiunto le coste della Calabria attraversando il Mediterraneo quando aveva poco meno di 17 anni. Racconta che è rimasto in prima accoglienza per circa sei mesi, poi è andato da solo in autobus fino a Milano. Ora ha vent’anni e ha lavorato in diverse pizzerie che a volte gli offrivano anche rifugio per la notte. «Nulla in confronto al viaggio in mare».

Basterebbero anche solo sei mesi in più nelle strutture d’accoglienza dopo che i giovani migranti hanno compiuto 18 anni per evitare i pericoli del “salto nel vuoto” descritto da molti educatori. La Onlus Sos villaggi bambini, ad esempio, autofinanzia ogni anno alcune borse di avvio all’autonomia per neomaggiorenni italiani e stranieri (nel 2016 sono state 36), che servono a pagare soprattutto la cauzione e i primi mesi di affitto di una casa. Sulla questione dei neomaggiorenni migranti si sono spese anche otto fondazioni bancarie, dalla Cariplo alla Compagnia di San Paolo. Hanno lanciato a marzo un bando (“Never alone”) da tre milioni e mezzo di euro che ha tra gli obiettivi l’accompagnamento all’autonomia. Save the Children ricorda che nel 2013 il ministero del Lavoro ha messo a disposizione un numero di doti per i neomaggiorenni stranieri. La direzione generale dell’Immigrazione e delle Politiche di integrazione del ministero rende noto che sarà attivato un nuovo intervento con mille doti per ragazzi dai 16 ai 22 anni entrati in Italia come msna.

Ottenere invece un quadro uniforme di come si comportano i Comuni italiani quando il minore straniero diventa maggiorenne è impossibile. Nella città da cui siamo partiti, la Milano di Festim e Albi, da gennaio 2013 ad aprile 2016 è stato sperimentato un progetto, “Emergenze sostenibili”, basato sull’accoglienza diffusa e sulla preparazione alla vita indipendente. Nel programma sono stati coinvolti 431 ragazzi, tra cui Wael.

«Bisogna lavorare bene prima che compiano 18 anni», spiega Benedetta Castelli, del Centro ambrosiano di solidarietà (Ceas) e coordinatrice delle strutture di “Emergenze sostenibili”. «Creare le basi per l’integrazione dei ragazzi prima che concludano il loro percorso da minorenni serve a ridurre il rischio che dai 18 in poi si perdano e diventino prede facili della microcriminalità e del lavoro sommerso». Su quanti neomaggiorenni finiscano con l’intraprendere queste strade non esiste nessuna stima certa.

[Foto in apertura di Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti