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19 ottobre 2016

Donne maschiliste! Lettera aperta di un mammo

Faccio il padre a tempo pieno. E mia moglie lavora. Per tutte sono un “eroe”. Ma nessuna si sogna di dire “brava” a una mamma che fa le stesse cose

Errico Buonanno

Il raggiungimento dell’età matura ha coinciso, per me, con una serie di segnali. Il primo: la voglia di paternità. Il secondo: il cambiamento della reazione della gente quando e io e mia moglie dichiaravamo i rispettivi lavori. C’è stato un momento, intorno ai venticinque anni, in cui dire: «Faccio lo scrittore» (io) e «Faccio il medico» (lei) spostava incontrovertibilmente l’attenzione e il fascino su di me. Dai trent’anni, a un tratto, la mia dichiarazione è sembrata imbecille, a volte anche accolta con una certa pietà, e le domande e l’interesse si concentravano su Claudia: «Dove? Che branca?». Quando perciò il bambino arrivò, seguito a un anno di distanza da un altro, fu chiaro da subito a chi dei due toccasse favorire la propria professione: quello, in sostanza, che una professione l’aveva.

Non fu una scelta sofferta: fu naturale, scontato. Non per tutti, va detto. Le amiche non mancavano di domandare a mia moglie: «Come farai coi bambini, adesso?». E quando rispondevamo: «Ci penserà Errico», le altre, le donne innanzi tutto, scherzavano: «Poverino!». Ridevamo. Con la certezza che nessuna avrebbe fatto una piega se avessimo annunciato che Claudia aveva deciso di abbandonare il lavoro. Con la certezza che nessuna avrebbe mai domandato ad un maschio: «Come farai coi bambini, adesso?». Ma ridevamo.

Capii l’entità della questione, il problema, durante le prime uscite pubbliche, con carrozzina e marsupio. All’improvviso, era un trionfo. «Che bravo papà!», mi diceva la totalità delle signore. Naturalmente molto bravo non ero, visto che il pupo aveva i calzini spaiati e la pulizia del nasino lasciava un po’ a desiderare. Eppure le mamme mi dicevano:

«Bravo».
«Sono bravo!», dicevo a sera a mia moglie.
«Perché?»
«Perché… porto il bambino a passeggio»
«Embè?»
«Oh, non è mica facile…»
«Sono brave le donne che lo fanno?»
«Sì…?»
«Dici “brava” a una mamma? È normale! Fai una cosa normale!».

Ovviamente. E, a pensarci, l’unica mia bravura consisteva nell’essere un uomo. Perché? La sola risposta era che dentro di me, e dentro le donne che mi elogiavano candide, ci fosse chiara la certezza che io stessi facendo qualcosa che non mi spettava. Che stessi facendo un sacrificio non richiesto, una concessione, un atto di magnanimità, mentre mia moglie affrontava la fatica e le responsabilità dei turni all’ospedale. E se io ero «bravo», significava che lei, curando pazienti e sostenendo la famiglia economicamente, se non era «colpevole», certo che brava lo era meno.

Qualcosa si evolse, poi, con l’avvento dell’asilo. Portavo i bambini, li andavo a riprendere. «Che bravo papà!», dicevano le maestre, donne. Però anche: «Chieda a sua moglie se il bambino ha intolleranze alimentari». Sbattevo gli occhi, non capivo. «Ma… lo so io». «Oh, certamente.» Si vedeva: c’era un certo imbarazzo. Così come quando si raccomandavano di dire a mia moglie di mettere la cremina durante il cambio del pannolino. «Ma… la metterò io». Così come quando un bambino tornava a scuola dopo una varicella: «Chissà sua moglie che nottate insonni!», «Ma… mi svegliavo io», «Chissà quante volte: “Mamma, mamma!”», «Ma… chiamavano: “Papà!”…». Imbarazzo. O forse sospetto di menzogna, non so. E quindi, al limite, ridevano: «Oh, certamente. Lei è un mammo!». «No, scusi, io… sono il papà. È normale!»

Normale. Sono passati anni. Già cinque. Da Roma, ci siamo trasferiti a Milano. La situazione è cambiata pochissimo. Normalmente – perché di normalità si tratta – faccio la spesa al supermercato. L’ho fatta con i bambini, e una donna ha scherzato, tenera: «Comprate le cosine buone, così la mamma stasera cucina una bella cenetta». Retropensiero della donna: «Quest’uomo sta facendo la spesa per caso, ma è chiaro che sarà sua moglie a cucinare». Perfetto. Chiacchiero all’uscita dell’asilo. Una mamma mi consiglia i parchi giochi nelle vicinanze: «Così poi tua moglie ce li porta». Retropensiero della donna: è chiaro che sarà sua moglie a passare i pomeriggi coi piccoli. Così dev’essere, d’altronde. E se poi al parco giochi ci vado, ecco, immancabile, la signora che chiosa: «Ah, tutti sporchi! Chissà la mamma come sarà contenta!». Retropensiero della donna: «È chiaro che sarà sua moglie a fare il bucato».

«Signora, guardi che il bucato lo faccio io».
«Che bravo!».
E io penso, e non dico, nettamente: «Maschiliste di merda!».

Poi mi calmo. E rifletto, però. Non ogni donna poco sopra citata penserà espressamente che debba toccare alle donne. Molte di loro si saranno basate semplicemente sul dato oggettivo: così è. Ma è anche vero che, da cinque anni a questa parte, non ho incontrato facilmente donne che concepissero la possibilità naturale che mia moglie lavori, che guadagni più di me, che abbia più responsabilità di me. Qualcuna – soprattutto tra le mamme dell’asilo che sono state costrette a rimanere a casa – è arrivata a concepire critiche non troppo celate:

«Eh, ma la mamma è sempre la mamma!».
«E infatti. Io non sono la mamma. Sono il papà».
«Eh, ma la mamma…». Retropensiero: «È quella che fa il bucato».

Coi loro commenti, con le loro battute, con la loro ammirazione, hanno fatto passare nella mia mente di maschio un pensiero preciso: sono un eroe, sono un santo. «E perché?» mi domanda mia moglie. «Perché…» La risposta è una, e appena mi sorge la ricaccio dentro. «Tu non dovresti lavorare. Sei donna». Ho il forte sospetto che le rivoluzioni partano sempre dal basso. Possiamo discutere di quote rosa e di parità sul lavoro. Ma finché alcune donne continueranno a considerare normale che non possa toccare a un uomo alzarsi la notte per dare un biberon – anche se la moglie la mattina dopo deve andare in sala operatoria – dal canto loro gli uomini staranno sempre benissimo così.

La mia modesta proposta è di smetterla d’ora in avanti di dire: «Bravo!» a chi fa quello – peggio – che hanno sempre fatto le donne. Di riservare lo stupore per i padri che non sanno se il figlio ha un’intolleranza. E, se proprio bisogna fare un commento al supermercato, usarlo come arma di sovversione psicologica: «Il papà compra il sugo? Così vi preparerà una cenetta?», Ed instillargli finalmente il sospetto che tutto ciò possa essere rivoluzionariamente normale.

[Foto in evidenza di Nick Upton / Contrasto]

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