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10 ottobre 2016

Don DeLillo cioè l’America

Zero K, il nuovo grande romanzo di un autore capace di avvertire i cambiamenti nell'aria. Foster Wallace, Franzen, Eggers, Smith, Amis, non sarebbero stati gli stessi senza di lui

FRANCESCO LONGO

Tutte le storie che racconta Don DeLillo hanno a che fare con la morte. Nel suo sedicesimo e ultimo romanzo Zero K (in libreria dall’11 ottobre per Einaudi, pp. 180, euro 19, traduzione di Federica Aceto) la morte è vinta. Già i due protagonisti di Rumore bianco (1985), moglie e marito, si interrogavano ossessivamente su chi dei due sarebbe morto prima e il romanzo culminava con l’invenzione del farmaco Dylar, una pasticca che attenua la paura di morire.

Nel romanzo sull’omicidio Kennedy, Libra (1988), una frase rivelatoria valeva come chiave per interpretare tutta la sua produzione: «Le trame possiedono una logica. C’è una tendenza, nelle trame, a evolvere in direzione della morte». In quella occasione sosteneva cioè che la morte è «insita nella natura di ogni trama. Nelle trame di narrativa come in quelle di uomini armati».

Sarà che tutte le trame portano alla morte, ma i suoi libri sono permeati da riflessioni legate alla fine del mondo, a ciò che ci sarà dopo questa vita, ammantando la sua letteratura di una coltre metafisica, religiosa, splendidamente sacra. A emanare sacralità possono però essere i prodotti sugli scaffali dei supermercati, un filmato in bianco e nero, il flusso di dati offerti dalla tecnologia. A proposito di Underworld parlò di una «teologia delle armi e dei rifiuti».

In Zero K, una sede fantascientifica e segreta nel deserto del Kazakistan ospita esperimenti per conservare i corpi finché il giorno in cui le malattie saranno battute le persone potranno tornare a vivere: per sempre. Ross Lockhart, finanziatore del progetto, ha condotto lì suo figlio Jeffrey. Le previsioni su come si risveglierà questa nuova umanità crioconservata si alternano ai sentimenti di Jeffrey.

Anche la grandezza di Zero K sta nell’equilibrio tra la portata del tema – la paura di invecchiare e il terrore della morte che caratterizza oggi le società – e le abitudini di un figlio cresciuto senza il padre: «Quando lui se ne andò, io decisi di accogliere l’idea di essere stato abbandonato, o semiabbandonato. Io e mia madre ci capivamo e ci fidavamo l’uno dell’altra. Ci trasferimmo nel Queens, in un appartamento al pianoterra senza giardino. La cosa andava bene a tutti e due. Mi lasciai ricrescere i capelli sulla testa rasata da aborigeno. Andavamo insieme a passeggiare. Chi è che fa una cosa del genere, quale madre e quale figlio adolescente, negli Stati Uniti d’America?».

Ad accomunare Jeffrey a molti altri personaggi delilliani è la sua mania per il linguaggio. Medita sulle parole, attribuisce nomi, rimugina sulle definizioni: «Mia madre aveva un rullo per togliere i pelucchi dai vestiti. Non so perché quell’oggetto mi affascinasse tanto. Guardavo mia madre che guidava quell’aggeggio sulla schiena del suo cappotto di panno. Provavo a definire la parola rullo senza sbirciare sul dizionario».

Forse la crioconservazione funziona anche con i personaggi. Jeffrey Lockhart allora non è altro che Nick Shay di Underworld, resuscitato. Nick Shay è la figura più autobiografica della sua narrativa. Il padre di Nick, allibratore di New York, scompare quando lui è piccolo. Nick è malinconico, introverso, profondo, nostalgico della sua adolescenza nel Bronx. DeLillo, nato nel Bronx, è schivo, riservato, non possiede un telefono cellulare, continua a scrivere a macchina, non rilascia dichiarazioni eclatanti.

Dopo una stagione lunga di romanzi memorabili, I nomi (1982), Rumore bianco e Libra, culminata con Underworld, la sua narrativa non ha sempre brillato, prova ne erano The Body Artist (2001), Cosmopolis (2003), L’uomo che cade (2007) e Point Omega (2010). Ma ora DeLillo è tornato. Con una trama potente, e con il sole che scende sulla sua Manhattan.

Aveva ragione Joshua Ferris sul New York Times, quando scrisse: «Non leggo un romanzo di DeLillo per la trama, per i personaggi o per l’ambientazione. Leggo un romanzo di DeLillo per le sue frasi». Parole e frasi che hanno incantato critici come Harold Bloom e ogni lettore: «Quando venni a sapere la verità sul nome di mio padre ero in vacanza. Frequentavo un grande college del Midwest dove le camicie, i maglioni, i jeans, i pantaloncini e le gonne di tutti gli studenti che sfilavano da un posto all’altro tendevano a fondersi nelle assolate domeniche di football in una sola fascia intensa viola e dorata mentre riempivamo lo stadio e ballonzolando sui sedili aspettavamo di essere ripresi dalla televisione per poterci alzare, sbracciarci e urlare».

L’America ha ancora bisogno di essere raccontata da DeLillo. Ogni suo romanzo riesce a essere uno specchio in cui la società si riflette e insieme una sfera di cristallo in cui leggere il domani. Spesso con toni apocalittici, DeLillo avverte i cambiamenti nell’aria e ne annuncia l’arrivo. Fin dai primi libri, la sua letteratura è attirata dal punto di contatto tra la Storia e le passioni dei singoli.

«Sono i desideri collettivi a fare la Storia», scriveva nel suo capolavoro di novecento pagine, Underworld, in cui seguiva le vicende di una mitica pallina da baseball per raccontare mezzo secolo di vita americana. I suoi mondi letterari abbracciano eventi epocali – la guerra fredda, la morte di Kennedy, la caduta delle Torri Gemelle – e l’intimità inquieta delle persone. DeLillo ha raccontato ansie e desideri della cultura statunitense come nessuno altro scrittore e di fatto sarebbe inconcepibile disegnare una mappa della recente letteratura americana senza collocarlo al centro.

In occasione dei venticinque anni dal suo illuminante romanzo Rumore bianco (del 1985), sul Los Angeles Times Richard Rayner scrisse che senza quel testo non esisterebbero, o non sarebbero esistiti nello stesso modo, scrittori come David Foster Wallace, Jonathan Lethem, Jonathan Franzen, Dave Eggers, Martin Amis, Zadie Smith e Richard Powers. Ovvero gli scrittori più validi e acuti della generazione successiva a quella di Philip Roth, Thomas Pynchon, Cormac McCarthy.

[Fotografia in apertura di Stanislav Kupar / APF / Contrasto]

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