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4 ottobre 2016

Con Redirect Method anche Google fa la guerra all’Isis

Il programma Redirect Method contrasta il reclutamento online. Mostrando a chi si imbatte in contenuti riconducibili a Daesh non solo i classici annunci pubblicitari, ma anche link a canali YouTube di contropropaganda

MARCO PASSARELLO

Google scende in campo contro l’Isis. Nei giorni scorsi ha infatti annunciato, attraverso la sua controllata Jigsaw, i primi risultati di Redirect Method, un progetto che si propone di contrastare il reclutamento compiuto online dallo Stato Islamico. L’origine del progetto va ricercata nella forte pressione che il governo Usa sta esercitando verso le aziende tecnologiche su questo tema. Per esempio lo scorso gennaio, in un incontro riservato cui partecipavano Apple, Facebook, Twitter, Microsoft e altri grossi nomi dell’economia digitale, funzionari dell’amministrazione Obama hanno posto la cruciale domanda: «Come possiamo rendere più difficile ai terroristi lo sfruttamento di Internet per reclutare, radicalizzare e mobilitare alla violenza i loro seguaci?».

La guerra contro l’Isis non si combatte solo boots on the ground: paradossalmente la struttura tecnologica messa in piedi dalle aziende americane è diventata un formidabile veicolo per la propaganda avversaria. È attraverso messaggi diffusi in Rete per fare presa sui giovanissimi che vengono arruolati sia i combattenti sul campo, sia gli autori di attacchi terroristici.

La periodica chiusura degli account sui social network riconducibili all’Isis non riesce ad arginare la diffusione di questi contenuti da parte degli utenti. E i tentativi di costruire sul web una contronarrativa (come il sito Think Again, Turn Away, cioè «ripensaci, stai alla larga», creato dal Dipartimento di Stato Usa) sono stati talmente inefficaci da diventare bersaglio della satira.

Jigsaw, l’incubatore tecnologico di Alphabet, la holding di Google, insieme al fondo di investimento Moonshot e alla società di comunicazione libanese Quantum, ha creato Redirect Method. Il progetto è partito da uno studio per enucleare i cinque pilastri della propaganda Isis (buon governo, forza militare, legittimità religiosa, chiamata al jihad, persecuzione della comunità musulmana). Sono poi stati creati due canali YouTube, uno in arabo e uno in inglese, contenenti video legati ai temi suddetti, ma i cui contenuti vanno in direzione opposta alla narrazione dell’Isis. Infine, usando AdWords, il sistema di annunci pubblicitari di Google, sono state individuate le persone che, per avere usato determinate chiavi di ricerca, apparivano sensibili alle tematiche in questione, e i risultati delle loro ricerche sono stati affiancati da link verso i canali YouTube di contropropaganda.

Non è possibile valutare quanti reclutamenti siano stati sventati con questa tecnica. I risultati ottenuti durante le prime otto settimane del progetto pilota, tuttavia, sono incoraggianti: più di 320.000 utenti unici hanno fatto clic sugli annunci e guardato i video, che hanno riscosso un interesse molto superiore rispetto alle altre pubblicità. Tutto questo senza inficiare la neutralità delle ricerche di Google: si tratta infatti di pubblicità che si affianca ai risultati senza alterarli.

Ross Frenett, cofondatore di Moonshot, ha già dichiarato di essere alla ricerca di finanziatori per utilizzare il sistema contro altri gruppi violenti, in particolare quelli dell’estrema destra Usa. Ed è qui che il progetto comincia a sollevare qualche dubbio. Se difficilmente la lotta contro l’Isis incontrerà disaccordi, che succederà se questo tipo di propaganda politica dissimulata si estenderà a temi meno condivisi?

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