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26 settembre 2016

Change.org: i grandi problemi del Primo Mondo

Abolire l’obbligo di vaccini. Rimuovere la statua di Gandhi perché non amava i neri. Cambiare il nome al Columbus Day per rispetto verso gli indigeni. 500 petizioni al giorno. Per consentire alla minoranze di alzare la voce. E farci i soldi
PAOLO BOTTAZZINI

 

Dal numero di pagina99 in edicola il 24 settembre 2016

Dal 2005 i social media con maggiore propensione all’ironia, come Twitter, hanno divulgato l’espressione “Problema del Primo Mondo”, fino a cingerla di un hashtag e a renderla popolare nello slang dei giovani (possibilmente pronunciato con due g). L’Oxford Dictionary ha accolto la formula nel dicembre 2012, chiarendo in modo ufficiale il significato della critica alle petizioni aperte su Change.org. Esigere che il lottatore di wrestling Roman Reigns cambi la sua armatura perché offende le regole e la dignità dello sport (!) da lui praticato; cambiare il nome della festa del Columbus Day nelle università Usa, perché discrimina gli indigeni; chiudere il museo torinese dedicato a Cesare Lombroso perché razzista e contro i meridionali; pretendere che i ragazzi all’interno dell’Università dell’Arkansas indossino il casco quando sono alla guida di mezzi con due ruote – tutti questi sono al contempo esempi di problemi del Primo Mondo, e mozioni proposte sulla piattaforma sociale di Change.org.

Secondo il prestigioso dizionario britannico, il taglio ironico dell’espressione nel gergo dei nativi digitali, denota un problema poco serio, in confronto alle difficoltà che attraversano i Paesi avanzati. Per primo è stato Jenn Harris sul Los Angeles Times a mettere in ridicolo molte istanze elencate sul social network californiano. Il titolo dell’articolo, ormai vecchio di tre anni, illustra la questione: i vegani vogliono troppo Starbucks Pumpkin Spice Lattes – questo è un problema del Primo Mondo. Diversi attacchi sono seguiti a quello di Harris, sapendo bene che un canale attraverso cui passano più di cinquecento rogazioni al giorno non può aspirare a essere l’ampolla in cui si versa il distillato dell’intelligenza del mondo. Al massimo, può assumere la forma di un repertorio, dell’archivio delle lagnanze nel pianeta, e dell’anagrafe dei loro sostenitori. È proprio così che la pensa anche Change.org, e su questa visione ha fondato il suo modello di business.

La società che ha varato dieci anni fa la piattaforma e che continua a mantenerla non è una non profit. Change.org è stata fondata a San Francisco da Ben Rattray, che ha perseguito l’obiettivo di iscrivere la sua impresa nella comunità delle Certified B Corporations TM. In altre parole, tutte le operazioni sono gestite da una società privata che può comportarsi come tutti gli altri giganti della Silicon Valley, chiedendo una remunerazione per conquistare maggiore visibilità sul portale e sulle sue pagine aperte su Facebook e su Twitter; può raccogliere e rivendere i dati personali degli utenti registrati; non distribuisce privilegi sulla base della rilevanza sociale, politica o economica, delle petizioni, ma decide sulla base dell’interesse finanziario. Le accuse sono tutte realistiche, e assumono l’importanza che merita il silos di dati derivabili dalle informazioni personali sugli oltre 160 milioni di iscritti, distribuiti in tutti i paesi del mondo.

Il problema del Primo Mondo che affronta chi cerca di tracciare il confine dell’accettabilità etica della struttura commerciale di Change.org, in attacco o in difesa, è la difficoltà di distinguere tra “fare soldi” con le rivendicazioni di giustizia degli altri, e il “fare business”. Anche le società non profit fanno soldi, per lavorare sulle loro cause e innovarsi per ottenere successi sempre maggiori; ma trarre profitto non è loro consentito, mentre lo è per un’azienda Certified B. I requisiti per entrare nella comunità certificata sono quattro: alti standard di prestazioni sociali e ambientali, trasparenza pubblica, responsabilità legale, uso del potere del mercato per risolvere problemi sociali e ambientali.

Ben Rattray ha giustificato la vocazione profit della sua società, affermando che l’adesione al modello capitalistico è indispensabile per il sostentamento e l’autonomia della piattaforma. La giustizia, l’etica e l’eguaglianza dei diritti, non pagano i server e il call center alla fine di ogni mese. Tanto meno si degnano di dare un’occhiata alle bollette della luce e del gas. Quando si maneggiano clienti così poco disponibili, occorre provvedere da soli. La pubblicità e i dati sono gli strumenti per conquistare l’autonomia finanziaria frequentati con successo da tutte le altre imprese della Silicon Valley: in cosa Change.org dovrebbe distinguersi?

Le polemiche si focalizzano sull’adozione del .org invece del .com, altro grande problema del Primo Mondo – soprattutto se si rammenta che non solo le associazioni non profit, ma anche 4chan (etichettato da The Guardian come «spappolatore di cervelli») si fregia dell’estensione .org. Tuttavia, sarebbe forse più utile domandare se il talento di Change.org, che lo differenzia dagli altri colossi californiani, è l’incapacità di fare grossi profitti. Il 2 settembre l’azienda ha annunciato un taglio di circa un terzo del personale, passando da 280 a 190 dipendenti. Il modello di business non è in grado di assicurare guadagni adeguati alle dimensioni della sua base di utenti, e non è bastata nemmeno la raccolta di donazioni per mettere in salvo il posto di lavoro di tutti.

E allora diamo il via libera a tutti i problemi del Primo Mondo di cui sono capaci la fantasia e l’inconscio collettivo, e muoviamo masse vaste come la popolazione di capoluoghi di provincia per rimuovere la statua di quel razzista di Gandhi dall’ingresso dell’Università del Ghana, perché i suoi atteggiamenti tradivano disprezzo nei confronti dei neri; per aprire le porte del basket professionale alle persone che indossano lo hijab; per conservare in piazza Harvard a Boston il locale Curious George Store; o peggio, molto peggio, proibire l’obbligo di vaccino negli asili pubblici italiani. Quando qualunque idea si appiattisce sullo stesso livello, e l’ordine di scala viene stabilito dal mercato pubblicitario, i veri problemi del primo mondo finiscono per sfocare nella nebbia di tutti i problemi del Primo Mondo. D’altra parte, uno dei grandi problemi di San Francisco non è proprio il clima eccessivamente nebbioso?

[Foto in evidenza di Richard Perry / The New York Times / Contrasto]

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