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25 settembre 2016

Chomsky, il guru che ha sempre torto

Alcune ricerche smentiscono le sue teorie. Tom Wolfe lo infilza bollandolo come semplice aedo del movimentismo di sinistra. Storia di uno studioso influente e controverso
DAVIDE PIACENZA

 

Dal numero di pagina99 in edicola il 24 settembre 2016

Coprire di catrame e piume una persona, metterle un naso rosso da clown e infilarla in un passeggino lanciato giù da una scogliera è già di per sé irrispettoso, anche se il destinatario di questo trattamento non figura tra i più celebri studiosi di linguistica della storia. Eppure è così che Tom Wolfe nel suo The Kingdom of Speech si è occupato di Noam Chomsky, almeno secondo Dwight Garner, che ha recensito l’ultimo libro dello scrittore sul New York Times. Nei nomi degli ormai anziani protagonisti di questa querelle – Wolfe è nato nel 1931, Chomsky nel 1928 – c’è gran parte del Novecento americano, ci sono gli echi dalla grande depressione, del New Deal, delle lotte per i diritti civili, degli hippie negli anni Sessanta e degli yuppie di vent’anni dopo, del maccartismo e persino del cielo plumbeo di New York la mattina dell’11 settembre 2001.

Tom Wolfe che mette nel mirino Noam Chomsky è di per sé una storia, per cui il motivo dello scontro è passato in secondo piano: Wolfe lo ribattezza «Noam Charisma», e di fatto, con la solita brillante ironia, lo accusa di essere più talentuoso come aedo della sinistra movimentista che non come difensore della grande teoria linguistica della grammatica universale, il fiore all’occhiello di una carriera accademica iniziata a nemmeno trent’anni. Intendiamoci, non è la prima volta che il professore emerito del Massachusetts Institute of Technology viene preso di mira, né sarà l’ultima in cui le sue teorie verranno messe in dubbio.

All’inizio di questo mese l’influente Scientific American ha pubblicato un pezzo dall’eloquente titolo Le prove che respingono la teoria di Chomsky dell’apprendimento del linguaggio, sostenendo già nell’occhiello che «gran parte della rivoluzione chomskiana della linguistica sta venendo ribaltata»: per esempio, scrivono gli autori, ci sono sempre più dati che ci dicono che i bambini piccoli non imparano a parlare servendosi di regole grammaticali astratte innate (quelle prodotte dalla mutazione di un gene umano avvenuta tra 100 mila e 50 mila anni fa, secondo il team Chomsky), ma replicano strutture semplici, almeno finché non capiscono le regole dell’esprimersi.

E nel 2005 era stato Daniel Everett – linguista all’Illinois State University – a provare (col dovuto clamore) una presunta falla nella filosofia chomskiana: i Pirahã, una tribù dell’Amazzonia, non presentavano una tra quelle che Chomsky aveva sempre definito proprietà essenziali del linguaggio, la ricorsività, ovvero la (teoricamente infinita) capacità umana di innestare sempre più elementi all’interno delle frasi. Il punto è che accanto alla sua grammatica Noam Chomsky, nei decenni, ne ha creata un’altra, altrettanto rinnovata e modellata su di sé: quella dell’interpretare la figura dell’intellettuale pubblico in un mondo ipermediatizzato.

In un rilevamento Prospect/Foreign Policy del 2005 è risultato «world’s top public intellectual» (per citare un titolo del Guardian di quei giorni; ma la notizia non gli ha fatto né caldo né freddo: «Il voto sarà stato gonfiato da qualche amico», ha detto). Chomsky, l’altro Chomsky, quello pacifista e ipercritico nei confronti della politica estera americana, nasce probabilmente in una serata da ricordare della tv americana: è il 3 aprile 1969, il quarantenne accademico è ospite di Firing Line, la trasmissione in cui il celebre giornalista William F. Buckley Jr. – figura fondamentale del conservatorismo Usa e fondatore della National Review – torchia i suoi ospiti su temi di attualità. Il titolo della puntata è proprio Vietnam and the Intellectuals, e il Chomsky di fine anni Sessanta vi partecipa con una giacca grigia, una camicia azzurra, una cravatta blu scuro e modi impassibilmente gentili.

Lo show rimarrà negli annali come il paradigma del dibattito tra progressisti e conservatori in America: Buckley prova a smontare l’anti-interventismo di Chomsky, a tratti lo irride, ma lo scambio rimane sempre più che signorile, a un livello che forse sarebbe il caso di definire nostalgico. A un certo punto, dovendo motivare il suo no assoluto, e moralmente autocritico, alla guerra in Vietnam, Chomsky dice: «Credo che l’inizio dell’assennatezza in questo caso stia nel riconoscere che cosa sosteniamo, cosa stiamo facendo nel mondo». E da quella, com’è noto, non smette più di riconoscerlo.

Il padre della linguistica moderna è anche colui che ha dato dignità accademica e rilievo internazionale all’avversione all’«imperialismo» e agli interventi armati, quello a cui la sinistra-più-a-sinistra di ogni latitudine ha guardato prima dell’Afghanistan e dell’Iraq. Non gli sono mancati errori marchiani, certo, da un’iniziale – e poi smentito – ridimensionamento dei crimini di Pol Pot e i khmer rossi, a quando, nel 2013, ha detto che Barack Obama stava conducendo «la più grande operazione terrorista della storia». Qualche anno fa Slavoj Zizek ha detto di lui di non aver mai conosciuto un tizio che ha torto altrettanto spesso, e nel 2004 un magazine l’aveva definito nientemeno che un «incorreggibile stalinista».

Troppo per un solo uomo, si direbbe se Noam non fosse ancora lì, a poche settimane dal suo ottantottesimo compleanno, inamovibile nella sua Weltanschauung e persino incurante di essere stato coperto di piume e catrame e infilato su un passeggino lanciato giù da una scogliera. Non avete visto niente, avrà detto allargando le braccia.

[Foto di Everett Collection / Contrasto]

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