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24 settembre 2016

La dittatura delle minoranze

Dalle scelte alimentari alla politica, per imporsi basta meno del 3%. Nassim Taleb mette in guardia dai rischi per la democrazia: contro gli intolleranti ci vuole intolleranza. E il politicamente corretto è una minaccia per la libertà
DANIELE CASTELLANI PERELLI

 

Dal numero di pagina99 in edicola il 24 settembre 2016

Sarà colpa di quel gusto un po’ snob di sentirsi sempre più a proprio agio con una minoranza, come diceva Nanni Moretti. Oppure sarà che le nostre democrazie hanno ancora il ricordo di come le dittature del Novecento abbiano annichilito, letteralmente, i gruppi minoritari. Quale che ne sia il motivo, non saremo andati troppo oltre? Non staremo cedendo alla dittatura delle minoranze? A porsi la domanda è stato di recente, sul sito Medium, un intellettuale che non ha paura di apparire politicamente scorretto. È il libanese-americano Nassim Nicholas Taleb, docente di Ingegneria del rischio alla New York University e autore del bestseller mondiale The Black Swan (2007, traduzione italiana Il cigno nero, Il Saggiatore, 2008).

Nel suo lungo saggio Taleb mescola economia, statistica e storia per provare a dimostrare la tesi controcorrente assai esplicita già nel titolo: Il più intollerante vince. La dittatura della piccola minoranza. Gli esempi iniziali attengono a un universo ben noto a tutti, a qualsiasi latitudine, quello del cibo. Tutto ha inizio a un barbecue estivo. Taleb è lì che gira le costolette nel New England, gli altri ospiti aprono le bottiglie, quando ecco che passa un amico ebreo osservante, che mangia solo cibo kosher. Taleb si fa avanti e gli offre «un bicchiere di quell’acqua gialla zuccherata con acido citrico che la gente a volte chiama limonata», ma è quasi sicuro che l’amico rifiuterà. E invece no, ecco che si ingolla l’acqua gialla zuccherata all’acido citrico.

«I liquidi qui sono tutti kosher», commenta qualcuno davanti allo stupore di Taleb, che a quel punto prende il contenitore di cartone e ci trova un simboletto, una “U” cerchiata, che sta a indicare l’approvazione dell’Unione delle Congregazioni ebree ortodosse d’America. «Tutti questi anni ho bevuto kosher e neanche lo sapevo», commenta l’autore, che poi riflette così: «La popolazione kosher rappresenta meno del tre per cento dei residenti degli Stati Uniti, eppure pare che quasi tutte le bevande siano kosher. Perché così il produttore, il negoziante e il ristorante non devono distinguere tra kosher e non. Niente reparti o inventari speciali. La semplice regola che detta tutto è: “Chi mangia kosher non mangerà mai cibo non-kosher, mentre a chi mangia non-kosher non è proibito il kosher”».

Il discorso – sempre a condizione che non sia economicamente svantaggioso – vale anche per tanti altri prodotti alimentari, come ad esempio quelli halal, cioè leciti per la religione islamica: «Nel Regno Unito, dove i musulmani praticanti sono solo tra il 3 e il 4 per cento, una vasta quantità di carne è halal. Lo è il 70 per cento dell’agnello importato dalla Nuova Zelanda, e circa il dieci per cento della catena Subway ha negozi solo-halal, cioè senza maiale». Per la stessa ragione, per venire incontro alle persone allergiche, «è sempre più difficile trovare le arachidi sugli aerei e nelle scuole».

Secondo Taleb la regola si applica però anche in tanti altri campi, e fa l’esempio dei bagni per disabili, che sono sempre più diffusi appunto perché «un disabile non userà una toilette normale, ma un non-disabile ne userà una per disabili» (Su questo tema l’autore risolve così anche un dilemma etico davanti al quale molti si saranno trovati: usare o no i bagni per disabili? Secondo Taleb sì, non sono riservati solo a loro, non dobbiamo confonderli con i parcheggi).

Discorsi simili si possono fare anche in altri casi, dove ad avere la meglio possono essere state le correnti più agguerrite dei vegani, degli anti-Ogm o degli anti-olio di palma. E a una festa con poche donne non si finirà per servire vino e non birra? E a un meeting in Germania non si parlerà inglese se un solo ospite non parla tedesco? Gli esempi fatti fin qui sono, tutto sommato, piuttosto innocui. Ci mangiamo manzo halal e non troviamo le arachidi in aereo? Al massimo ne soffriranno un po’ i produttori di carne di maiale e di arachidi.

Per l’autore, però, bisogna stare attenti. Perché la mentalità che c’è dietro la regola rischia appunto di favorire, in contesti più sensibili, la dittatura della piccola minoranza, di far vincere appunto “il più intollerante”, se la maggioranza è troppo flessibile. E siccome a un aneddoto divertente non sa dire di no, Taleb ricorda quella volta che a New York tirò uno scherzo a un suo amico europeo. Nel ristorante in cui lo portò a cena c’era posto solo nella sala fumatori, e gli fece credere che era loro consentito mangiare lì solo a condizione che fumassero. E l’amico, maggioranza flessibile, si adeguò.

Il tema è in realtà serio, e si traduce in quest’altra regola: «Basta che un certo tipo di minoranza intransigente raggiunga un livello minimo, come il 3 o il 4 per cento, perché l’intera popolazione finisca per sottomettersi alle sue preferenze. Insieme si produce peraltro un’illusione ottica: un osservatore ingenuo può avere l’impressione che quelle scelte siano volute proprio dalla maggioranza stessa». Altri esempi possono darci il senso di ciò che è in ballo: basta la mobilitazione di un gruppo chiassoso per cacciare un insegnante che pone domande scomode; persino i mercati vanno nel panico quando c’è un venditore aggressivo; e l’Isis sta terrorizzando l’Europa e il Medio Oriente con poche migliaia di agguerriti adepti.

Nella storia delle religioni è successo spesso che a vincere sia stata la minoranza più fanatica, dice Taleb, greco ortodosso. I cristiani erano maggioranza in Egitto, dove si erano dimostrati a loro volta più intolleranti dei pagani. E ora che ne è di loro? Ha vinto il proselitismo aggressivo dell’Islam. Si fa presto a dire Islam, però. La corrente fondamentalista – propugnata dai wahhabiti sauditi, da Al Qaeda e dall’Isis – era anch’essa solo una minoranza, ma con il tempo «sta finendo per conquistare l’Islam, semplicemente perché è stata più intollerante delle altre».

Anche la politica, a pensarci bene, non sfugge alla regola. Quanti governi italiani sono caduti per le bizze di partiti dello “zero virgola”? E il tema dell’invasione degli stranieri, nonostante riguardi ancora percentuali bassissime, non è stato imposto al centro delle agende nazionali dagli slogan di piccoli movimenti xenofobi (che ora piccoli non sono più)? Quello dell’intellettuale libanese-americano non è ovviamente un invito a disinteressarsi dei bisogni delle minoranze tout court, ma a stare attenti a quelle intransigenti: «L’intera crescita economica o morale della società dipende da poche persone, e alcune minoranze intolleranti possono controllare e distruggere la democrazia. Per questo abbiamo bisogno di essere più intolleranti con loro», conclude Taleb la sua riflessione. Era iniziata con un barbecue nel New England, e un’acqua gialla zuccherata all’acido citrico.

[Foto in evidenza di Getty Images]

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