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14 settembre 2016

Se vuoi un buon posto all’opera, twitta

Anche in Italia aumenta il numero dei teatri lirici che aprono le porte agli utenti del social network dei cinguettii. Per raccontare gli spettacoli (e fargli pubblicità) in 140 caratteri
BENEDETTA SAGLIETTI

 

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola

A cosa serve Twitter ai teatri d’opera? Nel 2016, la domanda rischia di essere oziosa, visto che la tendenza di riservare posti speciali a chi twitta è ancora recente in Italia, ma non negli Stati Uniti dove nel 2010, già prima che il social network raggiungesse il picco massimo di crescita degli utenti, il Teatro dell’Opera di Kansas City tentò l’esperimento in occasione dell’operetta H.M.S. Pinafore. A ruota seguirono altre istituzioni e molte polemiche. I difensori dell’attenzione concentrata si scagliarono con veemenza contro la distrazione da smartphone.

Prevedibili le obiezioni: la lirica chiede di concentrarsi con le orecchie e con gli occhi, dedicandosi a musica, libretto e messa in scena, figurarsi se a ciò si aggiunge scrivere, fotografare, taggare, e sintetizzare concetti in 140 caratteri. E poi, non disturbano gli altri? (Anche se i posti dedicati servono appunto a far sì che i twittatori condividano in pace). Gli invidiosi, invece, se la presero col fatto che all’opera è normalmente vietato far video e foto. Ma non per chi twitta.

A dispetto dei detrattori, però, Twitter si è impiantato negli Usa e viene sfruttato anche da teatri e fondazioni italiane, non solo come canale informativo. L’introduzione dei social in teatro, oltre al marketing, può riguardare infatti anche il dipartimento educativo. Il principio è che là fuori esistono già  “conversazioni” sul teatro che vanno intercettate. La schiera degli amanti dell’opera e i maniaci delle foto, il gossip sui cantanti, i video condivisi creano contenuti aggiuntivi: ciò che un tempo era corollario della lirica e della classica, ma rimaneva fuori dal teatro, può essere una risorsa, basta rimetterlo in circolo. E per un ambito nel quale il pubblico tende a invecchiare velocemente, parlare la lingua dei social media può essere un modo per intercettare ascoltatori più giovani.

L’Arena di Verona, che nel 2013 ha varato i suoi  tweet seats, ha conquistato in questi modo gli attuali 23.900 follower, che accolgono con favore l’opportunità di raccontare l’esperienza tutta particolare della lirica in Arena dal proprio punto di vista. Ciò che va in scena, e si rispecchia nei tweet, è infatti l’Arena, con i suoi allestimenti, ma non meno importante è il fatto che chi scrive collochi anche se stesso dentro quel contesto (lo slogan dell’iniziativa è, infatti, «la vostra storia è la nostra storia»). Puntando su un target, che non è costituito principalmente da fanatici della lirica, ma da chi all’opera magari ci va per la prima volta. E che comunque, neofita o habitué, si innamora della «atmosfera unica creata dall’arena, e dai lampi in lontananza sul finale», come ha twittato la giovane spettatrice Sofia Candelato lo scorso 10 agosto.

I posti sono riservati a chi abbia un account Twitter attivo e pubblico con almeno un mese di vita, un tweet pubblicato nell’ultimo mese e più di 50 tweet in totale (la stragrande maggioranza degli utenti). Si twitta con l’hashtag #inarena e l’istituzione offre un biglietto, bene ambito, a prezzo di favore (10 euro), ricevendo in cambio un servizio dallo spettatore. La strategia si può leggere da altri punti di vista: si acquista un posto privilegiato, però si sta anche pagando per fare pubblicità all’istituzione. Obiettivo dichiarato della Fondazione è comunque diffondere la cultura dell’opera e farla raccontare su Twitter. Ci riescono? Certo il numero di post è in decisa crescita, anche se – più dei commenti – prevale l’elemento visivo (foto/video).

Resta da esplorare e perfezionare la frontiera relativa all’aspetto educativo. Ma le possibilità sono, in questo senso, numerose: l’americana National Symphony Orchestra, per esempio, durante l’esecuzione della Sesta Sinfonia di Beethoven al Wolf Trap ha twittato live le note preparate dal direttore d’orchestra Emil de Cou. Un modo, dunque, per sincronizzare e miniaturizzare il programma di sala che normalmente si legge prima di andare a un concerto.

[Foto in evidenza di Contrasto]

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