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12 settembre 2016

L’Irlanda della Apple declassata in innovazione

Nonostante il fisco amico, la regione dove la multinazionale ha i suoi stabilimenti produttivi, perde la leadership nell’hi tech, dice un rapporto della commissione europea. E tutto il continente arretra 
GIOVANNA FAGGIONATO

 

Dal nuovo numero di pagina99, da oggi in edicola

Non lo sa, forse, il sindaco di Cork, città dove Apple produce due terzi dei suoi profitti e impiega 4 mila persone, dedicate soprattutto al customer service e ai call center. Né probabilmente ne sono a conoscenza il ristoratore, il pescivendolo e i numerosi abitanti della terza città d’Irlanda sollecitati da inviati e corrispondenti a esprimere la loro opinione sui benefici apportati alla zona dalla società californiana. Ma l’Irlanda Sud Orientale, nonostante la presenza di colossi multinazionali dell’information technology e della farmaceutica, non è più tra le aree leader dell’innovazione nel vecchio continente.

Il suo relativo declino è fotografato nel settimo rapporto sullo stato dell’innovazione nelle diverse regioni europee, pubblicato a metà luglio report , secondo cui non solo l’Irlanda ma tutta l’Europa arretra, perdendo in capacità innovativa come mai era successo dal 2008 a oggi. Al suo interno, pur con le dovute eccezioni, il vecchio continente è diviso sul fronte dell’innovazione esattamente come lo è su quello politico, con i Paesi del sud e dell’Est incapaci di recuperare terreno e il nord di fare da traino.

La ricerca classifica i territori Ue tra innovatori leader, forti, moderati o modesti in base a 12 parametri che fotografano la presenza e la qualità, in una certa area, degli elementi fondamentali per produrre innovazione – risorse umane, finanziamenti, ecosistemi della ricerca efficienti, l’ attività innovativa delle imprese – che sia di processo, di prodotto o di organizzazione, – e i conseguenti effetti economici. La regione di Cork è passata dalla fascia di leader dell’innovazione a forte innovatore. E il suo arretramento è simile a quello che ha investito molte delle aspiranti Silicon Valley europee.

Su 214 regioni analizzate nel rapporto Ue (i cui dati più recenti si riferiscono al 2014), il 70% è rimasta nella stessa categoria, ma 154 hanno peggiorato le loro performance e il declino si riscontra in tutti i gruppi. Le eccellenze frenano, vedendo ridotto il proprio tasso di innovazione del 9%, e scivolano così verso gli stessi livelli delle aree fortemente e moderatamente innovatrici, in un processo che il rapporto definisce di «convergenza». Una sorta di livellamento verso la fascia media, che vede i primi arretrare e gli ultimi migliorare solo di poco. I second comers, infatti, aumentano la specializzazione nelle tecnologie considerate base dell’innovazione, dalla biotecnologia alla fotonica, aprendo alla speranza di nuovi distretti di frontiera. Ma rallentano anche i territori considerati modesti innovatori, l’ultimo gradino della scala.

Il calo generalizzato in tutti i gruppi è una tendenza inedita, mai riscontrata nei nove anni in cui il rapporto è stato elaborato. Rispetto all’ultima edizione della ricerca, le piccole e medie imprese europee che innovano sono diminuite dell’11,9%, quelle che hanno sperimentato innovazioni di prodotto e processo del 12,5%, la quota di export di prodotti manifatturieri ad alta e media intensità tecnologica è scesa del 4,6% e rallenta anche il ritmo di crescita degli europei con un livello di istruzione terziario: il numero dei nostri ricercatori cresce meno di prima.

Nel comunicato che ha accompagnato la pubblicazione Bruxelles ha usato toni ottimistici. Ma la fotografia generale desta preoccupazione. Le poche regioni che hanno salito il gradino della scala dell’innovazione si concentrano nella Gran Bretagna della Brexit, in Danimarca, Svezia e Polonia. E la Germania, modello dell’innovazione continentale, con 19 regioni nel gruppo dei leader su 39 e cinque che guidano le classifiche dei singoli parametri, rimane praticamente stabile. Mentre in Grecia regrediscono 4 regioni su 13. E in Francia arretrano sia la regione attorno a Parigi che il Nord Pas de Calais. Innovation divide.

In Italia, nazione che non ha nemmeno una regione tra il gruppo dei leader, arretrano i due territori tradizionalmente considerati il nostro biglietto da visita in Europa: Lombardia e Emilia Romagna perdono lo status di forti innovatori, mentre la Sardegna scivola in coda tra i modesti. In generale su 21 regioni solo sei migliorano i loro risultati. Tra i forti innovatori resistono solo Piemonte e Friuli Venezia Giulia: la Commissione li indica come «isole di eccellenza», ma il loro rendimento cala. In media le piccole e medie imprese italiane presentano performance da leader in tre indicatori principali: innovazione in house, innovazione di prodotto e processo, e soprattutto innovazione di organizzazione e marketing. Ma ci indebolisce il basso tasso di collaborazione tra le imprese innovative, di numero di brevetti e quota di popolazione con un’educazione terziaria.

Eppure dalla ricerca emerge come nessun fattore sia di per sé indispensabile alla nascita di un ecosistema dell’innovazione. La Germania ha un tasso di educazione terziaria ben al di sotto della media Ue, ma grazie a un’istruzione tecnica capace di stare al passo con le evoluzioni del mercato è con Svezia e Norvegia, o meglio con la regione di Stoccolma e Oslo trainate dai fondi per la ricerca e lo sviluppo privati e pubblici, saldamente nelle posizioni di testa. Allo stesso modo i dati dimostrano che la presenza di investimento pubblico, di cui sono pieni i cahiers de doléances italiani, non è di per sé certezza di crescita.

Il Lazio, che a sorpresa si colloca tra la trentina di regioni virtuose in cui i fondi pubblici per ricerca e sviluppo sono superiori del 120% alla media, registra una crescita in innovazione del 10%. Campania, Sicilia e Sardegna, nel gruppo con forti investimenti pubblici, corrono all’indietro a -12, – 14 e -15%. Ancora più chiaro è l’esempio della Puglia: pur essendo un innovatore moderato ha registrato performance in crescita del 15%, grazie soprattutto alla specializzazione in settori tecnologici chiave e alla produzione di brevetti che convive a sorpresa con un basso tasso di fondi sia pubblici che privati in ricerca e sviluppo. Ogni territorio dunque combina fattori differenti in un modello originale, in cui nessun elemento è necessario o sufficiente. Nemmeno, a questo punto, la politica fiscale irlandese.

[Foto di Tim Wilson / The New York Times]

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