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10 settembre 2016

Scoop! Le riviste di gossip non ci piacciono più

Di Più, Oggi, Chi perdono dall’8 al 17% delle copie. E non riescono a intercettare il pubblico online. Ma è tutta l’industria di settore a patire la disaffezione dei lettori. Così Cairo, che ha costruito la sua fortuna sul pettegolezzo, cambia rotta: ora la sfida è provare a fare soldi con le news
LELIO SIMI

 

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola

«Gossip magazine group buys newspaper rival Rcs Mediagroup»: difficile non leggere una punta di malizia nel titolo con il quale il Financial Times rendeva conto il 16 luglio scorso del passaggio di consegne più importante per l’editoria italiana di questi ultimi tempi. Ma oggettivamente è andata così: l’editore italiano che più di tutti ha costruito la sua fortuna sul gossip, Cairo, ha deciso di investire sull’informazione tradizionale, un settore che invece vive di bilanci costantemente in perdita.

Filantropia, azzardo? Niente di tutto ciò. Piuttosto, quello di Cairo è il tentativo di ampliare l’offerta alla ricerca di un nuovo bacino di utenti. Perché al contrario di quanto si pensi anche l’industria del gossip in Italia non gode di buona salute. Le testate del settore, pur rimanendo una importante fonte di guadagni, continuano a perdere copie e ricavi. Non solo. A differenza degli Stati Uniti, dove si sono date una nuova vita digitale, in Italia hanno rinunciato a intercettare il pubblico più giovane – quasi nessuna di quelle storiche ha un sito web curato e seguito – rimanendo ancorate ai lettori over 45.

I numeri dell’ultimo anno parlano chiaro. Nel confronto tra giugno 2015 e giugno 2016 hanno perso in termini di copie medie vendute sia Chi, ammiraglia del gossip del gruppo Mondadori (una perdita di oltre 39 mila copie, pari a -17%) che Oggi della Rcs Periodici che Di Più della Cairo communication, con oltre 43 mila copie in meno (-16% e -8% rispettivamente).

Il gruppo del nuovo proprietario del Corriere ha dovuto fare i conti alla fine dell’anno scorso con un bilancio annuale drasticamente ridimensionato: dai 23,791 milioni di euro di utili del 2014 ai poco più di 11 milioni del 2015, una flessione del 53% che ha dimezzato un risulto netto stabilizzato negli anni intorno ai 20 milioni di euro. E i primi sei mesi del 2016 non lasciano pensare a una ripresa, con gli utili che si sono ridotti di oltre un quarto nel confronto tra giugno del 2016 e quello del 2015 (per la precisione di 1,4 milioni di euro, pari a un -26%).

Probabilmente qualcosa di più di un campanello di allarme per l’imprenditore alessandrino che sta per affrontare l’avventura della fusione con una realtà difficile e complessa come Rcs. Perché se è vero che l’emittenza televisiva con La7 ha portato grandi fatturati al suo gruppo ha anche, dall’altra parte, generato grandi spese, consentendogli di realizzare margini operativi inferiori a quelli della divisione Periodici, (e non a caso il gruppo ha messo tra gli obiettivi primari la riduzioni dei costi della rete televisiva).

I magazine invece, per la Cairo comunication, pesano sul totale degli utili intorno al 50% e nel 2015 addirittura per l’80%. La società anche quest’anno ha lanciato nuove testate con l’obiettivo di rafforzare l’offerta e arginare la flessione della diffusione di copie, ma è chiaro che se anche i periodici dovessero continuare a mostrare la corda per il gruppo produrre utili potrebbe essere sempre più complicato.

Così anche per le testate di un’altra casa editrice, Mondadori, che sui settimanali di gossip, lifestyle e dintorni punta molto (TV Sorrisi e Canzoni, Grazia , Chi) e che con Cairo si spartisce oltre il 50% del mercato in valore dei magazine in Italia (30,2% la Mondadori, 20,1% Cairo nel 2015): la casa editrice di Segrate ha visto ridurre costantemente i ricavi della divisione periodici dai 471 del 2010 ai 296 milioni di euro del 2015.

Certo il contesto generale non aiuta: i periodici sono in crisi ancora più di quanto non lo siano i quotidiani nel disastrato panorama editoriale italiano. E ancora di più soffrono l’inesorabile invecchiamento della propria base di lettori. Dall’ultima indagine di Audipress sulle abitudini di lettura degli italiani emerge come per i settimanali la fascia di età con maggiori lettori sia quella superiore ai 65 anni (24%) e nel complesso le persone con oltre 45 anni rappresentano il 58% dei lettori di settimanali. Forse anche per questo i principali editori di gossip puntano quasi tutto sulla carta e decisamente poco sul web. Le testate di Cairo, ad esempio, non hanno una loro versione online, come non ce l’ha Chi, il settimanale di gossip del gruppo Mondadori.

Evidentemente gli editori ritengono che il lettore di questo tipo di riviste, se proprio deve digitare qualcosa, lo faccia semmai con i tasti del telecomando della televisione, non certo con quelli della tastiera di un computer o di un telefonino. Ma senza ricambio generazionale e con una sostanziale incapacità di rinnovamento, un pezzo economicamente consistente dell’editoria nostrana, piaccia o meno, potrebbe avere serie difficoltà a darsi una prospettiva di lungo periodo.

I grandi editori di gossip che hanno basato sulle vendite in edicola i loro guadagni non hanno saputo pensarsi al di fuori di quella comfort zone che ha garantito per molto tempo i loro successi, finendo per proporre sempre una narrazione e un linguaggio pietrificati, negli anni uguale a se stesso, con gli stessi protagonisti. Niente di nemmeno paragonabile ad esperienze come Tmz, o Gawker Media o Page Six del New York Post che negli Stati Uniti hanno saputo, anche se con alterne fortune, rinnovarsi nel linguaggio, andare oltre la carta occupando tutte le diverse piattaforme che i loro nuovi potenziali lettori frequentavano (dal web ai social network, alle web tv) affrontando con un gossip decisamente aggressivo tematiche non solo legate al mondo dello spettacolo ma anche dell’economia, della tecnologia, della politica – basta pensare che fu un sito di gossip, The Drudge Report, nel 1996, a far scoppiare lo scandalo Lewinsky – per cercare nuovi mercati e nuovi lettori.

Il genere che in Italia sembrava non conoscere crisi, la crisi invece sembra doverla affrontare. In alcuni casi anche in modo decisamente preoccupante. Due testate come Visto e Novella 2000 (rivista storica del genere fondata come Novella nel 1919 alla quale è stato aggiunto quel “2000” negli anni Sessanta dall’allora direttore editoriale della Rizzoli Enzo Biagi) sono in questi ultimi tre anni passate di mano in mano. Nel 2013 sono state tra le prime a essere tagliate dal piano di riduzioni dei costi di Rcs per essere vendute a Prs Editore, che a sua volta le ha cedute a fine dello scorso anno alla Visibilia di Daniela Santachè. A distanza di pochi mesi dall’ultima cessione sono annunciati tagli che hanno messo in stato di agitazione i dipendenti e i giornalisti, preoccupati addirittura da una possibile chiusura.

Ancora peggio è andata al gruppo Veneziani, fino a poco tempo fa editore, con la sua costola Veneziani Periodici, di riviste come Vero Stop, oggi in mano a nuovi proprietari. L’ex editore Guido è stato arrestato a fine luglio (e oggi è agli arresti domiciliari) dalla Guardia di Finanza con l’accusa di bancarotta fraudolenta nell’ambito dell’indagine sul crac della Rotoalba, una delle sue società. Ma anche prima dei guai giudiziari i problemi per il gruppo Veneziani – del quale si era molto parlato lo scorso anno quando sembrava che i vertici del Pd volessero affidargli l’Unità – si trascinavano da tempo, tra forti ritardi nei pagamenti lamentati dai giornalisti e il naufragare dell’avventura televisiva di Vero Tv partita con non poche ambizioni (obiettivo dichiarato 5 milioni di fatturato entro il 2014) e terminata invece nel maggio dello scorso anno quando è stata ceduta a un editore che l’ha trasformata in un canale per televendite.

Difficile dunque dire quale possa essere il futuro di questo genere giornalistico che comunque rappresenta ancora la parte economica più consistente del mercato dei periodici in Italia. La somma dei lettori complessivi dei soli Chi, Gente e Di Più raggiunge il 22% dei lettori totali dei settimanali nel nostro Paese, secondo gli ultimi dati Audipress. Ma c’è da dire che ormai da anni è forte la concorrenza dei quotidiani che con i loro “colonnini morbosi” – come è stato definito lo spazio in home page di siti come Repubblica e Corriere dedicato alle gesta di divi e dive – fanno abbondante uso di gossip per attirare lettori. Così come va detto che in questi anni sono stati i quotidiani a lanciare i servizi di gossip più aggressivi (dal caso Marrazzo a quello Sircana o al Bunga-Bunga dell’ex premier Berlusconi). Un certo tipo di gossip i quotidiani, in Italia, se li è conquistati da tempo. E forse per questo che a meravigliarsi più di tutti che il maggiore editore di gossip italiano abbia acquistato il maggiore quotidiano nazionale sia stato un giornale straniero.

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