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1 settembre 2016

Netflix, i nuovi padroni del cinema

Spettatori in calo, incassi stagnanti, tagli al numero di opere prodotte. Neanche i blockbuster garantiscono la sopravvivenza dell’industria. La speranza viene dal boom dello streaming e dagli investitori cinesi. E con il crowdfunding, i fan diventano potenti finanziatori. L’indagine di copertina tratta da pagina99 in edicola lo scorso 26 agosto 2016
ANDREA ROCCO

 

I flash dei fotografi che inseguono le star sul tappeto rosso di Venezia e degli altri  grandi festival internazionali  sono forse l’ultimo squarcio di  luce per l’industria del cinema. «Il modello di business dell’industria cinematografica si è rotto», ha scritto recentemente Amir Malin,  direttore generale di Qualia Capital, private-equity che investe nel cinema, ed ex amministratore delegato di importanti case di produzione cinematografica come Artisan Entertainment e October Films. Profezie sulla morte del cinema, o dell’industria del cinema come l’abbiamo conosciuta finora, non sono nuove. Ma oggi sembra si sia davvero arrivati a uno snodo epocale.

Negli Stati Uniti il numero di biglietti venduti al botteghino è in lento ma costante declino, erano circa 1,5 miliardi all’anno nel 2003-2004, sono scesi a circa 1,3 miliardi negli anni 2013-2015. Gli incassi al netto dell’inflazione sono stagnanti, da 10 anni attestati intorno agli 11 miliardi di dollari all’anno (erano più di 12 nei primi anni 2000). A fronte di incassi deludenti nelle sale, i costi di produzione e di marketing sono esplosi, mettendo gli studios (e, in modo diverso, anche i produttori indipendenti) di fronte a una scelta radicale. Fare meno film, aggrapparsi a franchise sicure, tagliare i costi dove possibile, trovare nuovi flussi di ricavi, cambiando anche il sistema di distribuzione ormai obsoleto, basato su finestre che garantiscono gli esercenti delle sale, ma fanno perdere potenziali spettatori su altre piattaforme.

Oggi a Hollywood la parola magica è tentpole, il palo che sorregge le tende da campeggio. I tentpole movies sono quei pochi film ad altissimo budget e, si spera, a basso rischio che reggono ormai tutta l’industria cinematografica. Negli ultimi quattro anni i campioni di incassi negli Usa sono stati 3 film di super-eroi (nel 2012 Avengers, poi nel 2013 Iron Man 3 e nel 2014 Guardiani della Galassia) e l’anno scorso Star Wars Episodio VII: il Risveglio della Forza, che ha letteralmente salvato un anno disastroso, con 936 milioni di dollari di incasso negli Usa e oltre 2 miliardi globalmente. Gli studios hanno tagliato del 30-40 per cento il numero di progetti finanziati. Un modello non privo di rischi. «Prevedo la sua implosione entro pochi anni», ha detto qualche mese fa all’Hollywood Reporter Steven Spielberg. E i primi dati sui deludenti incassi dei tentpole di questa estate sembrano confermare il leggendario fiuto del regista di Jurassic Park.

In Europa la situazione è un po’ diversa. Botteghino e numero di biglietto venduti sono aumentati nel 2015 rispetto all’anno precedente, rispettivamente del 16 e del 7,5%, ma quasi due terzi dei biglietti acquistati (il 64%) sono andati a film americani. Più o meno stabile il numero di film prodotti nell’Europa a 28 Paesi, in media 1.100 all’anno. Ma anche nei mercati nazionali europei gli incassi si reggono su un piccolo numero di blockbuster locali, spesso non esportabili negli altri Paesi del continente (come il fenomeno Checco Zalone in Italia).

Incassi stagnanti e costi crescenti rendono ovviamente più complicato trovare il modo di far tornare i conti e di trovare investitori e finanziamenti per il cinema. Negli Stati Uniti i sei Big Studios hanno iniziato a operare tagli sui talenti, come attori e registi. Pochi anni fa a un attore di grande nome venivano offerti 20 milioni di dollari a film, e un film ogni sei mesi. Oggi in media prende 10 milioni e ogni 18 mesi. I tagli ai talenti hanno colpito pesantemente chi ha dominato Hollywood negli ultimi 30 anni, le talent agencies (vedi l’intervista in basso), le potentissime agenzie che rappresentano attori, registi, sceneggiatori, incassando una percentuale sui contratti stipulati con gli studios.

Le agencies sono sempre più obbligate a diventare operatori dell’entertainment a tutto campo. L’esempio viene da William Morris Entertainment, l’agenzia emergente di Hollywood, che di recente ha comprato uno dei suoi clienti Ufc Sports (wrestling e altre arti marziali), aprendo una strada assolutamente nuova. Nella struttura finanziaria dei film è aumentata poi l’importanza delle vendite (e delle pre-vendite) estere, essenziali per poter ottenere finanziamenti dalle (poche) banche americane che ancora operano nel settore. Ma tre sono i veri cavalieri bianchi che possono venire in soccorso al cinema.

Il primo è la Cina. Il Paese asiatico è destinato a breve a superare gli Usa come primo mercato al mondo per incassi dei film in sala, 6,8 miliardi di dollari l’anno scorso con una spettacolare crescita del 50% sull’anno precedente. Il numero di schermi nell’ex Impero di Mezzo cresce di ben 15 unità al giorno e i cinesi stanno investendo pesantemente a Hollywood. La cinese Perfect World Pictures ha concluso un accordo da 500 milioni di dollari con Comcast (Universal) per co-finanziare 50 film. Il gruppo immobiliare Dalian Wanda, di proprietà di Wang Jianlin, l’uomo più ricco della Cina ha acquisito per 3,5 miliardi di dollari Legendary Entertainment lo studio hollywoodiano che ha prodotto Batman e Jurassic World. E Hunan Tv coprirà il 25% dei costi di 50 film prodotti da Lionsgate (Hunger Games) in un affare valutato 1,5 miliardi di dollari.

Il secondo salvatore si chiama Netflix (e iTunes e Amazon Prime). I servizi di streaming sono oggi tra i maggiori finanziatori soprattutto per i film indipendenti. «Netflix è stata la miglior cosa capitata a Hollywood da molto tempo», ha scritto recentemente Chris Silbermann, della ICM, una talent agency. «Perché insieme agli altri servizi di streaming pagano miliardi di dollari agli studios per i contenuti da mandare online». E gli indipendenti spesso riescono a farsi finanziare dalle banche sulla base del solo contratto con Netflix.

Il terzo cavaliere è il più democratico e si chiama crowdfunding. Quella che un tempo era una semplice evoluzione tecnologica e globalizzata della colletta tra amici e parenti, si è trasformata in un potente mezzo di investimento in startup tecnologiche, ma anche in progetti cinematografici dal budget rispettabile. La svolta è una nuova regolamentazione, chiamata “Reg A+” prevista nel Jobs Act (Jumpstart Our Business Startups Act) ed entrata in vigore quest’anno. «È uno strumento finanziario utilizzabile sia da investitori privati (retail) che da investitori accreditati o sofisticati, per lo stesso investimento», dice a pagina99 Jason Best, amministratore delegato di Crowdfund Capital Advisors (Cca), consulente della Casa Bianca. «Il tetto sono 50 milioni di dollari. La novità è che si riconosce che il crowdfunding non è più limitato a una sorta di investimento “benefico” o sociale, ma può diventare uno strumento per la raccolta di fondi di dimensione rispettabile».

Secondo Best si tratta di una democratizzazione della raccolta di capitale di investimento, con costi inferiori e tempi molto più rapidi. Vantaggi che consentono a molte più imprese di raccogliere capitali significativi. «Con questa legge», prosegue il manager, «le cose diventano più interessanti anche per gli studios che possono raccogliere soldi ma anche legare fortemente al progetto di film una base di fan, che non sono più solo fan di un supereroe, ma diventano anche investitori interessati a sostenere il successo del film».

I tre “cavalieri bianchi” sono presenti anche in Europa, e lo saranno sempre più nel futuro. Qui però la partita si gioca, come sempre, a livello di regolamentazioni comunitarie e di fondi pubblici per il cinema. È in discussione in questi mesi a Bruxelles una nuova direttiva per i servizi audiovisivi e uno dei punti più controversi è quello delle regole per i servizi di video on demand (Vod), tra cui anche i giganti Netflix, Amazon e iTunes, che oggi si affiancano alle sale nel fornire cospicui flussi di reddito ai film. In Europa esistono 130 servizi Vod con oltre 30.000 film in catalogo (al 46% europei e 42% made in Usa). Il nodo della discussione è come assoggettare questi servizi, che spesso sono “apolidi”, a regole e soprattutto all’obbligo di finanziare la produzione cinematografica europea, così come succede per le tv e le pay (anche se non dappertutto).

«Se non si trova il modo di assoggettare tutti gli attori del mercato alle stesse regole», dice a pagina99 André Lange, fino all’anno scorso direttore dell’autorevole Osservatorio Europeo dell’Audiovisivo, «c’è il rischio di un crollo dell’ecosistema europeo della produzione cinematografica in una decina di Paesi non dei più piccoli. Ma le resistenze degli operatori multinazionali saranno fortissime». Nell’incertezza legislativa, per i produttori del continente la strada maestra resta quella dell’accesso ai fondi pubblici, nazionali e regionali. «In Europa ci sono oggi 166 fondi di aiuto al cinema e all’audiovisivo», spiega a pagina99 Joëlle Levie, fondatrice di olffi.com una piattaforma sui finanziamenti pubblici e privati al cinema. «Questi fondi distribuiscono, in varie forme, oltre 2 miliardi di euro all’anno sotto forma di incentivi legati alle spese effettuate dalla produzione localmente. Paesi come Lituania, Estonia, Spagna, Norvegia, Serbia hanno da poco approvato incentivi di questo genere. Si tratta di meccanismi che scatenano una concorrenza reale tra Paesi europei».

In Italia, in attesa dell’entrata in funzione nel 2017 del nuovo Fondo cinema (400 milioni all’anno), sostenuto in automatico anche da televisioni e società di telecomunicazioni, la partita si gioca per ora a livello regionale con una proliferazione di fondi locali mirati a dirottare le produzioni sui territori più generosi. E se in generale la battaglia degli incentivi pubblici ha forse poco a che fare con le regole della concorrenza europea, resta al momento il solo modo per sopravvivere del cinema continentale. L’alternativa, non auspicabile, e forse non percorribile, anche per il cinema europeo, sarebbe quella di affidarsi ai super-poteri dei Guardiani della Galassia.

[Foto in evidenza di Jason Lee  / Reuters / Contrasto]

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