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1 settembre 2016

La variabile discriminazione nell’algoritmo di Airbnb

L’Harvard Business School rivela che chi ha un cognome afroamericano ha il 16% di possibilità in meno di ottenere l’alloggio. La risposta è nelle nuove piattaforme alternative, come NoirBnb. Articolo tratto dal pagina99 in edicola lo scorso 26 agosto 2016
GIORGIO FONTANA

 

Il motto di Airbnb — la celebre piattaforma per affittare alloggi privati — è Belong anywhere: “Sentiti a casa dovunque”. Un concetto seducente: l’appartenenza resa globale, il servizio di condivisione che diventa comunità. Il problema è che le cose non stanno esattamente così: su Airbnb esiste una precisa forma di razzismo. Il colore della pelle, infatti, è un elemento discriminante sia per chi cerca sia per chi offre casa. In entrambi i casi, i bianchi hanno maggiori possibilità di successo. All’inizio del 2016, un working paper della Harvard Business School (Racial Discrimination in the Sharing Economy: Evidence from a Field Experiment di Edelman, Luca e Svirsky) lo ha confermato analizzando il parco utenze di New York.

Il risultato: chi possiede un nome distintamente afroamericano ha circa il 16% di probabilità in meno di ottenere l’alloggio richiesto. E la discriminazione persiste anche al variare di altri elementi: non importa che il richiedente sia maschio o femmina, né che l’appartamento sia costoso o a buon mercato. Inoltre, due anni fa, gli stessi autori del paper avevano già trovato prova di razzismo analizzando l’impatto delle fotografie degli affittuari. In tal caso, le probabilità di mandare a buon fine un accordo per chi è nero calavano del 12%. Come ha sottolineato il Guardian, Airbnb «sta in una zona grigia, potenzialmente oltre la portata delle riforme dei movimenti per i diritti civili, così faticosamente conquistate».

Il campione limitato dell’analisi trova comunque un supporto empirico molto più vasto sui social network. Per accorgersene basta seguire su twitter l’hashtag #AirbnbWhileBlack, sotto cui moltissimi utenti hanno raccolto le proprie esperienze di razzismo quotidiano. Alcune di queste storie sono raccolte anche sul sito Sharebetter.org, e compongono un quadro abbastanza desolante.

Ma di recente, due startup hanno deciso di andare oltre: si tratta di NoirBnb e Innclusive (il cui nome precedente era NoireBnb, cambiato per evitare confusioni). Entrambe sono nate proprio a causa di una questione razziale. I fondatori della prima, Ronnia Cherry e Stefan Grant, sono stati scambiati per ladri solo perché neri, mentre risiedevano in un appartamento affittato tramite Airbnb in Georgia. Rohan Gilkes, padre di Innclusive, ha tentato invano per diverse volte di trovare una stanza in Idaho: quando ha chiesto di provare a un amico bianco, lui c’è riuscito al primo colpo. A questo punto, tutti hanno compreso che non si trattava solo di aggirare o denunciare il problema – bensì di risolverlo una volta per tutte.

Hanno così deciso, indipendentemente, di creare delle piattaforme alternative dove casi del genere non accadano più: dove la sorveglianza sulla discriminazione sia particolarmente severa. Offrendo un servizio realmente aperto a chiunque, senza pregiudizi di alcun tipo. In un certo senso, è un’idea simile alle Historically black colleges and universities (Hbcu), università che ammettevano studenti di qualsiasi etnia prima del Civil Rights Act del 1964, e che sorsero proprio a causa della continua penalizzazione dei neri nel sistema educativo. Il fatto che qualcosa del genere sia necessario oggi è però motivo di particolare tristezza.

In ogni caso, come riporta il sito The Root, Gilkes e la sua socia Zakiyyah Myers stanno bruciando le tappe: Innclusive dovrebbe essere pronta per il lancio già fra poche settimane. Naturalmente si tratta di sviluppare un volume sufficiente di domanda e offerta per rendere sostenibile la startup; e non è escluso che un domani le due piattaforme possano fondersi (anche se finora il dialogo non è stato molto produttivo, secondo Gilkes). Lo spunto di base resta però comune: liberare tutto il potenziale originario di Airbnb, garantendo che ogni utente possa davvero sentirsi a casa ovunque. Per Gilkes, si tratta di compiere una rivoluzione anche al livello dell’immaginario: per esempio, utilizzando volti di ogni etnia nelle immagini di marketing, e assumendo impiegati che fanno parte di minoranze. Cherry si spinge oltre, affermando che per Noirbnb non si tratta di vaghe promesse da fase di lancio. Nelle sue parole risuona un’eco politica: «Vogliamo educare e dare potere (empower) alle persone». Tutto questo giunge proprio mentre Airbnb sta affrontando la sua prima causa legale per discriminazione da parte dell’afroamericano Grergory Seldon.

Ma al di là delle possibilità di successo commerciale per Innclusive e Noirbnb, queste due startup hanno già ottenuto un risultato prezioso: gettare altra luce sulle crepe della sharing economy, e restituirne un’immagine assai meno entusiastica. Certo, la mossa difensiva di molte aziende del settore è che non sono i loro software a essere razzisti: la colpa è dalle gente. Ma come nota Tom Slee, autore di What’s Yours Is Mine (un saggio critico sui modelli di business della sharing economy), il punto è che sorvegliare su abusi del genere ed eliminare la discriminazione è improduttivo. «Il loro modello ha due componenti», spiega in un’intervista a Vice: «Il primo è di prendere una fetta su ogni transazione, per guadagnare. Il secondo è di evitare i costi della responsabilità».

L’idea che la tecnologia ci conducesse a una società post-razziale, dove chiunque può condividere beni o accedere liberamente agli stessi, si rivela dunque molto ingenua. Così come per lo sfruttamento dei tassisti nel caso di Uber, è il momento di affrontare i pregiudizi che pervadono questo mondo solo all’apparenza egualitario – e in cui invece si replicano dinamiche di ghettizzazione vecchie di secoli.

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