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1 settembre 2016

Abecedario della sharing economy che divide

È la fine del capitalismo. No, è un nuovo inizio. È la rivoluzione. No, è solo noleggio. È un modello dal volto umano. No, è sfruttamento 2.0. Così l’economia della condivisione rilancia l’eterno scontro tra Apocalittici e Integrati. Articolo tratto da pagina99 in edicola lo scorso 26 agosto 2016
GEA SCANCARELLO

 

L’ultima a schierarsi è stata Virginia Raggi, sindaca di Roma. «Airbnb e Uber fanno concorrenza sleale», ha detto in un confronto elettorale prima dell’elezione al Campidoglio, aggiungendo allo scontro quasi ontologico tra Apocalittici e Integrati della sharing economy la (presunta) contraddizione di una esponente del nuovo che si batte contro l’innovazione.

Ma le cose non sono così semplici, a partire dagli opposti ideali tra cui si muove la discussione sulla cosiddetta economia collaborativa: perché nel nome di Airbnb, Uber e BlaBlaCar, tanto per citare i più noti, si ricorre spesso a un manicheismo che imbriglia la reale comprensione dei fenomeni. Equità, innovazione, redistribuzione, circolarità sono le parole d’ordine degli Integrati; sfruttamento, dumping, neocapitalismo, precariato quelle degli Apocalittici. Nelle loro fila si agitano accademici, giornalisti, imprenditori, parlamentari, centri studi, istituzionali nazionali e sovranazionali, inclusa la Commissione europea.

Ma su cosa discordano, le tesi, esattamente? Non sull’utilità dei servizi, in linea di massima: la diffusione delle nuove piattaforme (Airbnb è cresciuta del 100% nel 2015, con 80 milioni di prenotazioni) induce il forte sospetto che anche chi ne critica motivazioni e pratiche finisca poi con lo scegliere una stanza in rete o con l’opzionare un simil-taxi dal cellulare. Sono piuttosto gli inquadramenti, la terminologia, le valutazioni sociali e le dinamiche di causa-effetto su cui Apocalittici e Integrati dissentono. Ecco allora un riassunto delle principali questioni sul tappeto, per cercare di promuovere una riflessione il più ragionata possibile.

 

Condivisione vs noleggio

Nella vulgata degli Integrati – o quantomeno dei più estremi tra loro – il termine sharing rimanda a un universo di buone azioni di cui è impossibile non farsi portavoce: aprire la propria casa, distribuire i propri oggetti e mettere le proprie capacità a servizio degli altri non solo è nobile, ma aiuta a limitare gli sprechi e contribuisce a creare comunità salde e dinamiche. Gli Apocalittici partono da tali considerazioni per smontarne la semantica e le intenzioni: far pagare per una stanza in casa propria non è condividere, ma affittare. Non ci sono emozioni in ballo, ma soldi. Lo stesso dicasi per automobili, posti a tavola, vestiti e persino passaggi. Con un’aggravante: il noleggio tra privati può sfuggire ai controlli e alle garanzie di sicurezze assicurati dai professionisti.

Per uscire dall’impasse bisogna intanto fare una distinzione tra ciò che si paga e quello che è gratuito: inglobati sotto il termine-ombrello sharing economy ci sono infatti siti e pratiche (per esempio couchsurfing e bookcrossing, per dormire sui divani altrui o scambiarsi libri) che esistono da tempo, e il cui reale motore è proprio la condivisione. Si potrebbe dire lo stesso della cultura dell’open source nell’informatica, e di fenomeni più concreti come le banche del tempo oggi digitalizzate, che di certo non hanno nulla a che vedere col noleggio.

I servizi a pagamento, poi, potrebbero essere descritti in modo più corretto utilizzando l’espressione “mettere a disposizione”, che non implica gratuità ma conserva alcune caratteristiche della condivisione. Prendere un estraneo in casa o dargli un passaggio in macchina, per denaro o per simpatia, implica infatti sia uno scambio umano, anche minimo, sia l’abbattimento di certi confini di possesso e consumo. Sharing, nella sua concretezza, non significa insomma essere samaritani a servizio di un mondo migliore, ma non descrive nemmeno esperienze tradizionali come entrare in un negozio per acquistare un prodotto o dormire in albergo. Le vecchie categorie risultano giocoforza superate, a prescindere dal vocabolario con cui si descrivono le nuove attività.

 

Postcapitalismo vs neocapitalismo

La creazione di reti “tra pari” che forniscono servizi e oggetti ha contribuito, soprattutto in un primo momento, a creare l’illusione che la sharing economy portasse infine con sé il superamento del capitalismo, in un’ottica di mutualismo e cooperativismo.

La definizione può forse attagliarsi ad alcune singole esperienze, ma è certamente troppo ingenua nei confronti di società quali Uber – che ha raccolto 50 miliardi di dollari in sei anni, anche da fondi di investimento non esattamente trasparenti come quelli sauditi – e altri colossi americani da esportazione. Che sono oggi a tutti gli effetti multinazionali per lo più basate in paradisi fiscali (come, giova ricordarlo, moltissime delle aziende tradizionali).

Il primo tentativo di inquadrare accademicamente il fenomeno superando gli opposti estremi arriva da Arun Sundararajan, docente della Stern University di New York e fresco autore del libro The Sharing economy (Mit Press, solo in inglese), il cui sottotitolo recita: La fine del lavoro e la nascita del crowd-based capitalism (espressione traducibile con “capitalismo generato dalla masse”).

Il punto centrale del volume è che, se il capitalismo si è sempre definito per il possesso dei mezzi di produzione, oggi i mezzi di produzione non sono più nelle mani di singole società o individui, ma delle masse che decidono come metterli a frutto. Si inquadrano così case, automobili, oggetti di vario genere e persino competenze individuali, messe a disposizione attraverso piattaforme che fungono da intermediari e generano un profitto. Il crowd-based capitalism è insomma la formula per una società che vira verso l’on demand e in cui l’architettura economica tradizionale – dalle imprese ai sindacati – vacilla sotto i colpi della crisi e del cambiamento che questa, nonostante tutto, ha portato.

 

Redistribuzione vs accentramento

Una delle parole più citate dagli Apocalittici è gentrificazione, come conseguenza di alcuni fenomeni particolarmente spinti di sharing economy. Se ne parla per esempio con frequenza insistente a San Francisco, dove i prezzi alle stelle degli affitti sono determinati anche dal massiccio ricorso ad Airbnb (i cittadini hanno tuttavia rigettato un referendum che proponeva di limitare la piattaforma).

Più in generale, ci si domanda se il reddito generato dalle app non tenda a finire nelle mani di pochi, alla faccia della redistribuzione. Per avere risposte certe servirebbero numeri reali, che ancora mancano. Tuttavia, una misura adottata da alcune città d’avanguardia – e promossa anche nel rapporto della Commissione Ue – è fissare dei limiti temporali, per esempio stabilendo il numero massimo di giorni per cui è consentito dare via casa propria.

Si evita in questo modo la creazione di un mercato secondario che può sfavorire quello degli affitti di lungo termine, costringendo peraltro i consumatori a orientare le proprie scelte tra tutta l’offerta disponibile, con benefici per l’intera collettività.

 

Innovazione vs concorrenza sleale

L’accusa di concorrenza sleale è la questione centrale di ogni dibattito, e quella intorno a cui si stanno muovendo lobby, governi locali e nazionali, autorità antitrust. Questione insieme tecnica e di principio, perché riguarda da un lato le capacità dei nuovi sistemi di scavalcare vecchie modalità di fruizione, e dall’altro la necessità di rispettare le leggi o, più spesso, di ammodernarle.

Come sempre, Uber e Airbnb sono i casi scuola. Entrambe sono invise ai rappresentanti di categoria (tassisti, albergatori) perché consentono a cittadini comuni di fornire prestazioni simili alle loro, senza però passare per permessi, licenze e burocrazia varia; spesso, anche senza il versamento di tasse. Piacciono invece molto ai consumatori perché sono più economiche e funzionali, consentono vasta e rapida scelta e le esperienze negative sono ancora abbastanza limitate da far notizia.

L’orientamento della Commissione europea, che ha diffuso a inizio giugno un documento per indirizzare le attività nazionali, è ampiamente a favore delle nuove piattaforme, che considera come un’occasione per «promuovere opportunità lavorative, modalità flessibili di impiego e nuove forme di reddito […]. L’uso più efficiente di risorse può contribuire alla sostenibilità della zona Ue e alla transizione verso un’economia circolare».
La Commissione stima che, nonostante i divieti esistenti, la sharing economy abbia generato ricavi per 28 miliardi di euro nel 2015, e possa crescere esponenzialmente trainando anche settori dell’economia tradizionale.

Non trascura le «zone grigie e il rischio che le nuove attività approfittino della frammentazione legislativa nei vari Paesi», e incoraggia dunque i singoli governi a intervenire per eliminare questi rischi, nell’ottica però di una rimozione degli ostacoli per le nuove attività. Non a discapito di quelle tradizionali ma, dove è necessario, rivedendo anche le vecchie leggi di settore (per esempio, la normativa sul trasporto pubblico).

Ha una posizione molto simile l’Antitrust italiano, che ha invitato il parlamento a facilitare le nuove piattaforme, nell’interesse dei consumatori e della dinamicità del mercato. Nella relazione di metà giugno, il presidente Giovanni Pitruzzella ha precisato che i problemi innegabili legati ai nuovi servizi «non possono essere risolti estendendo alle nuove attività le regole esistenti per i servizi più tradizionali, senza uccidere i nuovi modelli di business. Piuttosto, va pensata una regolazione leggera, ispirata al principio di proporzionalità».La concorrenza sleale, insomma, forse esiste. Ma per arginarla bisogna fare subito nuove leggi, per tutti. L’alternativa è rinunciare a nuovi, necessari, servizi.

 

Sfruttamento vs opportunità

Chi mette a disposizione casa propria, il tempo libero o la macchina sta godendo di nuove opportunità e forme dell’agire economico, o vi è costretto dalla miseria dell’attuale panorama produttivo? E ancora: chi si mette a guidare per Uber – accettando le tariffe orarie dell’azienda e molte altre imposizioni – sta davvero scegliendo per sé, per arrotondare, o si sta facendo sfruttare in un sistema senza diritti e senza tutele?

La questione è attualissima, scottante e certo di non facile soluzione. In un panorama che peraltro varia moltissimo da nazione a nazione – le dinamiche del mercato del lavoro statunitense non sono certo assimilabili alle nostre – si possono fare comunque un paio di considerazioni. Intanto, va detto che il caso Uber è l’esempio più complicato: nessun’altra piattaforma on demand o di sharing impone tariffe a chi la utilizza per prestare la propria opera. Il progetto di legge italiano sull’economia collaborativa proprio per questa ragione esclude Uber dai servizi ammissibili; limitare la discrezionalità della società potrebbe dunque essere un metodo per ammetterne il funzionamento.

Si può poi aggiungere che il processo di precarizzazione e di flessibilizzazione forzata del lavoro è in corso da molto tempo, certo da prima che sindacati, studiosi e corporazioni iniziassero a parlarne. A fronte di queste condizioni, le nuove occasioni per arrotondare o per risparmiare, attraverso l’intermediazione di siti immediati e generalmente garantiti, non pare poi così negativa. Purché si ricordi che non sono questi il mezzo con cui risolvere i problemi profondi di un’economia mal governata, con uno stato sociale ridotto al lumicino, su cui servono interventi politici molto più coraggiosi.

 

[Foto in evidenza di Getty Images / Westend61]

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