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29 agosto 2016

Piccole startup in orbita alla conquista dello spazio

Dall’estrazione mineraria alle foto dall’universo su smartphone: una costellazione di nuove imprese si fa strada oltre la Terra. Grazie anche ai meno costosi nanosatelliti. Un breve focus tratto dall’approfondimento sulla corsa allo spazio come inedita battaglia giuridica. Su pagina99 in edicola e digitale
MARCO PASSARELLO

 

Una delle sequenze più celebri di 2001: Odissea nello spazio mostra la “danza” di una navetta in avvicinamento a una stazione spaziale. Uno scenario che per il pubblico del 1968, anno di uscita del film, era completamente fuori dalla realtà, fatta eccezione per un dettaglio: sulla coda della navetta appariva il marchio della compagnia aerea PanAmerican, che riportava la scena a una dimensione di familiare normalità: non eroica esplorazione, ma attività commerciale. Fantascienza che potrebbe presto avverarsi: tutto lascia pensare che l’industria privata stia per assumere un ruolo di primo piano nello spazio, con un business aperto anche alle piccole startup.

Già oggi la Nasa, l’ente spaziale americano, subappalta ad aziende private molte attività che una volta avrebbe svolto in proprio. Per esempio, il trasporto di materiali verso la Stazione Spaziale Internazionale viene compiuto da veicoli costruiti e gestiti da SpaceX e OrbitalATK. Nonostante alcuni fallimenti che in qualche caso hanno portato alla perdita del carico, la Nasa sembra soddisfatta del risultato: infatti ha stipulato una seconda tranche di contratti che assicurerà il trasporto dal 2019 fino alla chiusura della stazione, nel 2024. Alle due aziende citate si aggiungerà Sierra Nevada Corporation, che sta sviluppando Dream Chaser, un veicolo spaziale riutilizzabile dotato di ali. E non è tutto: la Nasa, che dopo lo smantellamento degli ultimi Space Shuttle è priva di veicoli in grado di trasportare esseri umani nello spazio, ha affidato il compito di costruirne di nuovi a Boeing e SpaceX, con due contratti rispettivamente da 4,2 e 2,6 miliardi di dollari.

L’attuale direttore dell’agenzia spaziale americana, Charlie Bolden, ha dichiarato che «circa l’80% delle attività della Nasa viene svolto dai nostri partner nell’industria e nelle istituzioni accademiche. Nel 2015 sono stati investiti più capitali privati nell’industria spaziale americana che nei 15 anni precedenti». Quest’ultimo risultato è in gran parte dovuto a Elon Musk, fondatore di Tesla Motors, che nel 2015 ha raccolto ben un miliardo di dollari di capitali privati (in buona parte ottenuti da Google) per finanziare la sua SpaceX. Musk ha dovuto faticare perché la propria azienda fosse presa sul serio (arrivando a far causa all’Aeronautica Militare che gli aveva negato la partecipazione a una gara d’appalto); ora però non solo SpaceX è tra i fornitori della Nasa, ma è stata la prima azienda privata a creare e lanciare con successo un razzo vettore riutilizzabile.

Il miliardario sostiene che riuscirà presto a diminuire di un fattore dieci il costo dei lanci spaziali, e vorrebbe entro il 2018 iniziare i lanci preparatori per una spedizione umana verso Marte, da svolgersi nel 2024. Il suo esempio è stato seguito da altri imprenditori di successo, come Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, la cui Blue Origin lavora a un veicolo spaziale riutilizzabile; o Paul Allen, cofondatore di Microsoft, la cui Vulcan sta sviluppando Stratolaunch, un sistema per lanciare satelliti in orbita partendo da un aereo colossale.

Ma la commercializzazione dello spazio non è riservata solo a questi miliardari. Al contrario, il loro successo ha dimostrato che questo può essere un settore molto redditizio, attirando un flusso di capitali anche verso imprese più piccole. Il venture capitalist statunitense Steve Jurvetson ha dichiarato: «A confronto con altri settori, i margini sono enormi. Per essere valida una startup deve canonicamente promettere di moltiplicare per dieci l’investimento. È raro che un imprenditore si spinga a promettere cento. Ma in campo spaziale abbiamo visto moltiplicazioni per mille, e persino per diecimila». Secondo un report di CBI, negli ultimi anni il 46% dei fondi raccolti è andato a compagnie di missilistica o servizi spaziali come SpaceX, il 35% ad aziende satellitari (per esempio Spire e Planet Labs), e il 19% a startup che analizzano i dati raccolti via satellite (per esempio Orbital Insight e Windward).

L’accesso allo spazio delle piccole imprese è facilitato anche dalla diminuzione dei costi. Se una volta i satelliti erano grandi, pesanti, costruiti per durare a lungo e richiedevano forti investimenti, il paradigma attuale è quello delle costellazioni di nanosatelliti: piccoli, economici da costruire e lanciare, messi in orbita in gran numero in modo da compensare la durata limitata. La più grande costellazione di questo tipo sarà quella di OneWeb, che ha raccolto mezzo miliardo di dollari per costruire quasi un migliaio di satelliti che porteranno internet in ogni luogo del pianeta.

Ma arrivano finanziamenti anche a progetti come BlackSky di Spaceflight Industries, startup che ha raccolto 18 milioni di dollari per finanziare una costellazione che permetterà di ricevere sul proprio smartphone foto satellitari di qualunque luogo, in meno di due ore e per soli 90 dollari l’una. La nuova economia dei satelliti genererà anche un indotto per la fornitura di servizi, e pure in Italia sono sorte startup che intendono approfittarne. Per esempio Tyvak (progettazione e costruzione di nanosatelliti), Gauss (messa in orbita), Leaf Space (telecomunicazioni), D-Orbit (decommissionamento).

C’è già chi pensa a una fase successiva in cui si sfrutteranno gli asteroidi per prelevare metalli e altri materiali. L’idea può sembrare fantascienza pura, ma è invece piuttosto vicina alla fattibilità. La Nasa ha in programma intorno al 2025 una missione per spostare un piccolo asteroide e metterlo in orbita intorno alla Luna. Planetary Resources, startup finanziata tra l’altro da Larry Page di Google, nello scorso maggio ha raccolto 20 milioni di dollari con l’obiettivo a lungo termine di avviare un’attività mineraria spaziale. L’azienda ha già messo in orbita un satellite (Arkyd 3), mentre un altro (Arkyd 6) verrà lanciato nel prossimo autunno.

Il modello di business prevede che la messa a punto dei sensori per la prospezione degli asteroidi venga finanziata usandoli in orbita terrestre per fornire servizi all’agricoltura. Il primo a crederci è stato il Lussemburgo, che ha stanziato un fondo di 200 milioni di euro per incoraggiare ricerca e sviluppo nel campo dell’attività mineraria spaziale, stringendo accordi di collaborazione con Planetary Resources e la sua concorrente Deep Space Industries. E se un centro finanziario come il Lussemburgo fiuta l’affare, c’è da crederci.

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