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15 luglio 2016

Perché l’Italia è diventata zona franca per i torturatori

L’assenza della tortura ha il pregio, per dirla con il giornalista Horacio Verbitsky, di non costringere a intervenire. È un reato di cui si discute in questi giorni l’introduzione al Senato, dove però il già mediocre disegno di legge rischia di perdere pezzi cruciali. L’editoriale tratto dal numero di pagina99 in edicola e digitale
LUIGI SPINOLA

 

Nel Fuoribordo di questa settimana, Alessandro Leogrande racconta la storia di un curato di campagna – la Bassa parmigiana, a un tiro di schioppo della Brescello di Don Camillo – sospettato di aver partecipato alle torture degli oppositori, negli anni della guerra sporca in Argentina (1976-1983). Franco Reverberi è uno dei tanti argentini arrivati dall’Italia (quasi 25 milioni gli oriundi, 900 mila gli italo-argentini con il doppio passaporto) e uno dei molti sacerdoti accusati di avere collaborato con una dittatura a cui la Chiesa, come ha documentato nelle sue inchieste il giornalista Horacio Verbitsky (L’isola del silenzio, Fandango, 2006) diede la sua benedizione episcopale.

La stessa decisione di usare sistematicamente il metodo della desaparición, in un’Argentina in cui vigente la legge marziale, gli oppositori potevano essere fucilati o rinchiusi a vita in una cella, fu presa «in accordo con la Chiesa, per non turbare il Vaticano», raccontò a chi scrive alcuni anni fa Verbitsky «perché di fronte a un’evidente brutalità il papa sarebbe stato costretto ad intervenire».

Già nel maggio 1976, 45 giorni dopo il golpe, racconta sempre Verbitsky, documenti alla mano, l’episcopato argentino si riunisce per fare il punto su quanto sta accadendo. Ogni vescovo espone la situazione della sua diocesi. Vi sono testimonianze precise sulla repressione, gli omicidi e in alcuni casi le persecuzioni subite anche dai sacerdoti. Poi dibattono su cosa fare, se rendere pubblico quanto sanno o stare zitti. Vanno ai voti. E i partigiani del silenzio si impongono 38 a 19.

Da allora, oltre all’omertà, ci fu un appoggio attivo al regime, in cui rientrava anche l’assistenza offerta dai cappellani militari. Il compito dei sacerdoti, nel racconto delle quattro vittime che hanno riconosciuto in Franco Reverberi il prete che operava nella Casa Departamental di San Rafael, era di esortare i torturati a confessare e fare i nomi dei compagni per avere conforto spirituale. Ed era del tutto coerente con la linea della gerarchia ecclesiastica, convinta, lasciamo ancora la parola a Verbitsky, «che fosse in corso una guerra santa contro il comunismo, di natura metafisica prima che politica».

La storia di Franco Reverberi riguarda in primo luogo la Chiesa. Dal vertice – Jorge Bergoglio era al tempo il provinciale dei gesuiti in Argentina – alla Bassa: ancora oggi il sacerdote celebra messa, confessa i fedeli, partecipa alle feste parrocchiali. E lo fa con la benedizione della diocesi di Parma, che a fine giugno ha ribadito «la totale estraneità ai fatti di don Franco», a prescindere da un qualsiasi accertamento giudiziario dei fatti stessi. Ma riguarda anche e soprattutto l’Italia, perché qui saggiamente ha cercato rifugio Franco Reverberi, sapendo che l’estradizione sarebbe stata negata. Così è accaduto, visto che il codice penale italiano non contempla il reato del tortura, e per il reato di “lesioni aggravate”, che gli potrebbe essere imputato, è già giunta la prescrizione.

L’assenza della tortura – un reato che scompare nell’ordinamento italiano – ha il pregio, per dirla con Verbitsky, di non costringere a intervenire. Perché non esistono le torture subite da Giulio Regeni, come non esistono le tre o quattro persone che – secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International – spariscono ogni giorno in Egitto. Non esiste il quattordicenne Mazen Mohamed Abdallah, prelevato nella sua casa del Cairo lo scorso settembre, accusato di far parte dei Fratelli Musulmani, poi stuprato con un bastone di legno e torturato con scosse elettriche ai genitali per costringerlo a memorizzare la sua confessione. E svaniscono dalla mappa di Genova le scuole Diaz, Pascoli e Pertini, dove irruppero 15 anni fa i reparti mobili della Polizia di Stato. Per i pestaggi – almeno 61 i feriti in ospedale, tre in prognosi riservata, uno in coma – riconosciuti come tortura un anno fa dalla Corte di Strasburgo, non ci fu punizione adeguata anche perché, sottolinea la sentenza, in Italia il reato non esiste.

È un reato di cui si discute in questi giorni l’introduzione al Senato, dove però il già mediocre disegno di legge rischia di perdere pezzi cruciali: dall’esclusione della sofferenza psichica, alla necessità che la violenza sia reiterata per potersi definire tortura. Uno svuotamento operato su pressione di alcuni sindacati delle forze dell’ordine, che potrebbe portare all’approvazione di una legge incompatibile con la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ratificata dall’Italia quasi trent’anni fa.

Una legge monca, quindi, al posto di una legge introvabile. Un’omissione dolosa, motivata dalla necessità, espressa con chiarezza dal senatore Maurizio Gasparri, di evitare «la paralisi delle attività delle forze dell’ordine». Nella convinzione di non dovere in alcun modo legare la mani ai poliziotti. Quando sono state chiuse le pagine di questo giornale la discussione era ancora in corso. Siamo fiduciosi che in aula questa convinzione non troverà una maggioranza.

[Immagine in evidenza: particolare della tavola di Koen Ivens per il long form in edicola con pagina99]

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