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1 luglio 2016

Un riparo in mezzo alle pagine le biblioteche come albergo di giorno

A Bologna la Sala Borsa è un riferimento per i clochard. E ovunque il posto dei libri è anche un rifugio. Dove si sperimentano espedienti e modelli di integrazione. Un’anticipazione dell’inchiesta sui senzatetto in Italia pubblicata pagina99 in edicola
ANTONELLA AGNOLI

 

Non occorre andare tanto lontano per capire che gli emarginati esistono e sono sempre di più: se devo andare a comprare il giornale vicino alle Due torri incontro uno, talvolta due giovani, che dormono sotto il portico in piazzetta. Cinquanta metri più in là, davanti al supermercato, c’è un signore di mezza età, con la barba a pizzetto e un cartello: “Muratore cerca lavoro”. Ancora pochi metri e c’è una signora che chiede l’elemosina, solo la mattina e nei giorni feriali (la domenica, al suo posto, c’è invece un rom suonatore di fisarmonica).

Più avanti, in corrispondenza con la pasticceria più chic del centro di Bologna, c’è una coppia con due cani e una specie di enorme slitta, stracolma dei loro averi. A questi bisogna aggiungere i senegalesi e i nigeriani con la mano tesa davanti all’altro ingresso del supermercato, sulla porta di un altro bar, o che vanno su e giù sotto il portico cercando di vendere pacchetti di fazzoletti di carta. Dieci persone in 100 metri.

Alcuni di loro si ritrovano in Sala Borsa, la grande biblioteca di piazza Maggiore, dove di solito prendono un fumetto, o un giornale, e si mettono a dormire. L’anno scorso, in occasione del decimo anniversario, la biblioteca ha invitato gli utenti a scrivere su dei post-it “perché mi piace Sala Borsa” e le risposte sono state eloquenti: mi piace, ha scritto uno dei senza tetto, «perché io barbone quando piove o fa freddo ho un riparo ma soprattutto perché posso acculturarmi leggendo un bel libro il che non è poco, grazie».

Altri hanno scritto «perché i vecchietti possono urlare tranquillamente e sentirsi a casa propria», oppure «perché i barboni posso leggere lo stesso fumetto anche per dieci anni e addormentarsi sulle poltrone». O anche «perché possiamo usufruire del riscaldamento». È l’America che arriva da noi: nelle grandi città come New York o San Francisco si vedono già da molti anni gli homeless che la mattina presto aspettano l’apertura della biblioteca (dai dormitori devono uscire comunque alle 7 del mattino) e poi se ne vanno tutti insieme all’ora di chiusura.

A San Diego, in California, ho visto una piccola folla di poveracci uscire dalla biblioteca con i loro sacchi a pelo, i loro cartoni, i loro carrelli del supermercato. E tra loro molti giovani, vittime di una crisi che li ha sradicati da case e famiglie. Quando i drop-out diventano presenze fisse in biblioteca scoppiano veri e propri conflitti tra chi ritiene di avere più diritto di utilizzare gli spazi e le collezioni rispetto a chi la usa come rifugio: è accaduto recentemente alla Sormani di Milano, per esempio.

I trolley, i valigioni, gli zaini stracolmi sono un problema: molte biblioteche hanno regolamentazioni su cosa si può portare dentro, con l’esclusione di colli ingombranti. Eppure basterebbe un po’ di fantasia: la biblioteca del Centre Pompidou a Parigi, per esempio, ha aiutato un pensionato intraprendente a realizzare un servizio per i senza casa: un luogo dove possano lasciare le loro cose durante la giornata, per non doversi trascinare le valige o i carrelli per tutta la città.

Il fondatore dell’associazione Mains libres gestisce il deposito bagagli 365 giorni l’anno. Di fronte alla crescita della marginalità sembra persino offensivo chiedersi se c’è bisogno delle biblioteche: negli ultimi anni la biblioteca pubblica è diventata un’ancora di salvezza per i senza tetto, non solo perché offre riscaldamento d’inverno e aria condizionata d’estate ma perché fornisce una possibilità di tenersi in contatto col mondo. Dove altro potrebbero andare i giovani per consultare le offerte di lavoro, compilare un curriculum, richiedere un sussidio, spedire una mail?

Ogni media biblioteca americana oggi offre corsi di formazione alla tecnologia e seminari su temi che vanno dal modo di scrivere un cv alle tecniche per affrontare un colloquio d’assunzione. Moltissime sono diventate dei  community center che svolgono attività di sostegno ai disoccupati in cerca di lavoro, i tavoli diventano l’ufficio provvisorio di chi ha perso l’impiego, i computer e le connessioni gratuite a Internet il canale per presentarsi ai colloqui: è quello che dovremmo fare anche noi.

I bibliotecari si rimboccano le maniche e affrontano i problemi in modo pragmatico: se ci sono degli utenti con una igiene personale carente si organizzerà un servizio di docce mobili che stazionano fuori dell’edificio, a disposizione dei senza casa. Invece di mettere a tacere i nostri sensi di colpa cercando di cancellare i poveri dalla vista – senza naturalmente riuscirsi, e mentre gli spazi urbani sono sempre più segregati per censo – la biblioteca può diventare un luogo di uguaglianza.

Di resistenza alla segregazione urbana e all’emarginazione di chi è stato espulso dal mercato del lavoro. In questo, migliorare i servizi per i senza tetto significa più computer (e modelli più nuovi e veloci) oltre a sessioni più lunghe su Internet (un’ora, il massimo consentito da molte biblioteche non è sufficiente per compilare un modulo). Piccoli miglioramenti finiranno a vantaggio di tutti.

[Fotografia in apertura di Laif / Contrasto]

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