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24 giugno 2016

La strategia della persuasione: il débat public secondo Delrio

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti risponde a alcune domande sulle opere pubbliche contestate a livello nazionale. Un’anticipazione dell’inchiesta di copertina del nuovo numero di pagina99 in edicola
DANIELE ARGHITTU

 

«Non si tratta solo di sindrome Nimby. Spesso chi protesta contro le opere sul proprio territorio non vuole semplicemente spostarle lontano dal proprio giardino, ma in molti casi chiede maggiore trasparenza su come sono state prese le decisioni e sull’utilità di quelle opere». Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, tende una mano al fronte del No alle grandi opere. E punta tutto, per realizzarle, su due strumenti: il dibattito pubblico e «la valutazione ex ante degli investimenti in opere pubbliche», da fare prima di inserirle nella pianificazione pluriennale, «con il coinvolgimento dei cittadini nella scelta della soluzione migliore».

 

Nelle ultime elezioni è stata premiata l’opposizione ad opere volute dal governo ma non dai territori. Come ve la vedrete con gli amministratori locali?

Le opere non devono più essere considerate come un male necessario, utili alla rimessa in moto dell’economia del Paese, ma come delle opportunità di sviluppo dei territori che attraversano e che connettono. Come governo abbiamo cambiato l’approccio alle opere con la scelta delle ‘opere utili’. Devono essere progettate per favorire l’accessibilità ai territori più periferici, migliorare la mobilità delle persone e delle merci in un’ottica di sostenibilità ambientale, e soprattutto, devono essere, oltre che utili, snelle e condivise. In questo processo gli amministratori locali sono l’anello di congiunzione fondamentale.

 

Come si svolgerà il nuovo “dibattito pubblico” sulle opere?

L’articolo 22 del nuovo Codice degli appalti già prevede la partecipazione di portatori di interesse: le amministrazioni aggiudicatrici devono pubblicare i progetti di fattibilità e gli esiti della consultazione pubblica svolta sui progetti. Il decreto successivo specificherà meglio quali sono le opere che, come in Francia, saranno soggette obbligatoriamente a dibattito pubblico, scelte tra quelle di una certa rilevanza e portata strategica. È importante tuttavia fare una precisazione: il dibattito pubblico non è un’istituzione deliberante, la sua forza innovatrice risiede nel suo potere persuasivo. Sono i proponenti che, dopo avere recepito gli esiti del dibattito pubblico, che deve essere gestito da una figura autorevole e indipendente, decidono come comportarsi rispetto al progetto. Certamente non si tratta di un modo per eliminare a priori le proteste, semmai per comprenderne pienamente le ragioni; ed è un grande passo avanti nella trasparenza delle decisioni.

 

In diversi Paesi del Nord Europa, soprattutto, si fanno aste mettendo in competizione i territori idonei ad accogliere un’opera impattante. Questo sistema (che Sogin sta prendendo in considerazione per il Deposito nazionale delle scorie) potrebbe funzionare?

Il metodo volontario offre vantaggi perché permette agli amministratori locali di evidenziare le opportunità per il territorio e di negoziare condizioni interessanti con i proponenti. Ma è importante non confondere i vantaggi per la collettività, per esempio in termini di royalties nella gestione di un impianto, con la compensazione dei disagi o la mitigazione dei problemi ambientali che si potrebbero generare nella gestione di quell’opera e che devono essere risolte nel progetto. Resta fermo poi il fatto che per le opere pubbliche dei trasporti stiamo ragionando di pianificazioni nazionali o europee, non locali.

[Fotografia in apertura di Getty Images]

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