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2 giugno 2016

L’Aquila, quando non funziona il «dov’era, com’era»

L’economista Calafati ha studiato la ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto del 2009. «Va bene conservare il centro storico, non altre parti disastrose della vecchia città», spiega. L’intervista tratta dal reportage sul capoluogo abruzzese pubblicato sul nuovo numero di pagina99 in edicola
ALESSANDRO RUSSO

 

«Dopo una catastrofe, c’è la ricostruzione, il momento in cui si possono immaginare futuri diversi per le città». Per questo il professor Antonio Calafati, economista dei sistemi territoriali al Gran Sasso Science Institute (Gssi), ha portato la ricostruzione dell’Aquila come esempio paradigmatico alla recente Biennale di Architettura di Rotterdam, che quest’anno aveva come tema l’analisi di come saranno le città europee del futuro. «Oggi», dice a pagina99, «gli studiosi delle città si aspettano cambiamenti profondi e molte università estere hanno iniziato a sviluppare corsi di urban future». Durante il workshop L’Aquila of the future sono stati esposti i primi risultati di un progetto di ricerca iniziato due anni fa nel corso di Studi Urbani del Gssi. Il lavoro, ancora inedito, analizza il percorso di ricostruzione del capoluogo abruzzese dopo il drammatico sisma del 2009.

 

Che cosa emerge dalle vostre ricerche?

L’Aquila è un caso interessate. L’impatto iniziale è stato “dov’era, com’era”, una specie di rifiuto di cogliere un’opportunità di cambiamento. Noi abbiamo iniziato a riflettere sugli ostacoli al rinnovamento della città che emergevano osservando la ricostruzione. Innanzitutto sul piano della dimensione fisica, con la conservazione di edifici che non avevano più senso di esistere.

 

La rinuncia al rinnovamento e la conservazione sono state istanze della cittadinanza o una mancanza della politica?

C’è un grande equivoco. Da una parte L’Aquila ha il suo famoso centro storico e lì l’emergenza della conservazione è ovvia. Poi c’è una larga parte del sistema insediativo, disastroso prima del terremoto, sul quale si potevano fare delle inserzioni molto innovative. Le troppe polemiche di carattere politico hanno deviato la discussione, mettendo in secondo piano l’aspetto dell’organizzazione spaziale ed economica della città. Anche il rapporto che io produssi per il governo nel 2013 non fu ben accolto dalla popolazione perché metteva in discussione alcuni equilibri sociali ed economici.

 

In che cosa L’Aquila potrebbe dimostrarsi una nuova città europea che sa coniugarsi al futuro?

La ricostruzione in atto durerà altri dieci anni. Alcune occasioni sono state perse. C’è però la possibilità di correggere alcuni tracciati. La città fisica ora è il doppio della città sociale. All’Aquila potrebbero abitare 150 mila persone, gli abitanti però sono appena 70 mila. La dimensione smart da un punto di vista tecnologico è un tema che hanno già affrontato tutti. I temi veri però sono la qualità degli spazi pubblici, la sostenibilità della mobilità o la forza della base economica, oppure la partecipazione politica. Sono questi gli elementi che faranno la città europea del futuro. Ma L’Aquila è ancora troppo concentrata sul ricostruire le sue abitazioni.

 

Il recupero di un centro storico è un tema che può interessare il dibattito sulle città europee del futuro?

In termini di capacità di conservazione e restauro del patrimonio storico l’Italia non ha pari. La ricostruzione poteva essere sfruttata per dimostrare al mondo quanto siamo bravi. Nel centro storico è appena iniziata e si vedrà fra qualche anno che cosa saremo in grado di fare. L’interesse è internazionale perché non c’è un altro caso al mondo di ricostruzione di un centro storico così complesso.

 

E il tessuto economico e sociale?

Subito dopo il terremoto il governo italiano diede all’Ocse e a un’università olandese l’incarico di fare uno studio sull’economia dell’Abruzzo. Il terremoto è arrivato in un momento molto difficile per L’Aquila. La città ha avuto uno sviluppo molto forte quando è diventata capoluogo di regione, quando si è sviluppata l’università e con l’arrivo delle multinazionali sostenute dalla Cassa del Mezzogiorno. Quando c’è stata la scossa già c’era stata la deindustrializzazione, la digitalizzazione aveva colpito la città amministrativa, l’università era in una fase di stallo. Ma L’Aquila non era una di quelle città del Sud con l’economia allo sbando, aveva un reddito procapite stabile. Per questo poteva essere più libera di costruire il proprio futuro. E oggi è ancora in tempo per cambiare. All’Aquila però non c’è la percezione di questa grande opportunità.

 

Su che cosa dovrebbe scommettere la città?

Anzitutto l’università. Si è diffusa in tre poli molto distanti tra loro. Noi stiamo ponendo il tema di come mettere in connessione i luoghi dove risiedono gli studenti con quelli dello studio e quelli della socializzazione. L’Aquila deve diventare una città residenziale per i suoi 24 mila studenti iscritti e non per i 4 mila che oggi frequentano. Deve interpretare il modello tedesco o quello inglese con la frequenza al 90%. Nessuna città italiana è riuscita a fare questo. È possibile facendo delle scelte che rendano attraente la città agli studenti: corsi innovativi e qualità della vita. L’Aquila è prossima a Roma, ha i laboratori del Gran Sasso, ha il profilo di città della conoscenza.

 

Dov’è la responsabilità tra progettazione e politica?

In Italia la storia è sempre la stessa. Il tema è l’edilizia. A tutt’oggi L’Aquila non ha un piano regolatore nuovo dopo il terremoto. Quello vigente è di decenni fa e assegna edilizia per 100 mila abitanti. Era già sovradimensionato all’epoca. Il primo problema è mettersi con attenzione a decidere che città fisica si vuole. Quelle sono scelte irreversibili perché non si può poi abbattere le case costruite. Il punto di partenza della riflessione però deve essere nazionale, visto che la ricostruzione la paga l’Italia. A oggi la città sociale e quella economica possono essere travolte dalla città costruita. Basti considerare le case che sono state edificate e che ora sono vuote.

 

[Fotografia in apertura di Cora Fontana]

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