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27 maggio 2016

La serialità del male, Gomorra e il mitra che indica la luna

Trionfo del nero, si invocano contromisure. Arrestare Dostoevskij invece di Rascol’nikov, incarcerare Brando per mafia. E Don Winslow… Il commento sulla nuova stagione del serial ispirato a Gomorra di Saviano pubblicato sul nuovo numero di pagina99 in edicola
ALESSANDRO ROBECCHI

 

La questione della luna e del dito è lì dietro l’angolo, ed è un piccolo classico che si può riesumare ogni volta. Dunque a Napoli (e non solo) c’è una camorra imbizzarrita e senza pace, ragazzini col mitra in mano, speranza zero, vite precarissime, disoccupazione, e tutti i grani del rosario. E si sa. Eppure si discute se Gomorra 2, la serie in onda su Sky, non contenga qualche rischio di emulazione e se i suddetti ragazzini con i suddetti mitra non comincino a pettinarsi come Genny, a parlare come Ciro e via così. Il dito, la luna. Banale.

Meglio il vecchio Benigni che faceva Cioni Mario, quello delle origini, che se la prendeva con quei paesini toscani dove «Quando uno va al cinema a vede’ Hitler, dice: che fascista quell’attore!». E prendersela con il male, insomma è un po’ più difficile che prendersela con chi lo racconta, lo descrive, ne sviscera i meccanismi, ne mostra la potenza. Ora, si sa che Roberto Saviano – che di Gomorra è il padre, il figlio ha ormai dieci anni, il film e la serie ne moltiplicano l’effetto – si difende benissimo da solo. Ha ragione a dire che le critiche sono strumentali e che contengono una dose letale di ipocrisia. E si sa anche che i ragazzini armati di Napoli continueranno a sparare. Si potrebbe arrivare addirittura a Picasso, con gli ufficiali nazisti davanti a Guernica che dicono: «Questo l’ha fatto lei?». «No, questo l’avete fatto voi». A posto.

Ma non è tutto qui, naturalmente. Si discute se Saviano, Gomorra 1 e 2 e tutti gli allegati non forniscano a quei ragazzini un’epica, un’estetica e un pathos. Insomma, se non sarebbe meglio fare qualcosa di più digeribile e edificante. Propongo al volo: Don Matteo parroco a Scampia, qualche poliziotto fascinoso che fa vincere i buoni, Padre Pio che trasforma le Vele in un Club Med, eccetera eccetera. La narrazione ufficiale si dia da fare.

Per ora Gomorra trionfa, la seconda serie doppia gli ascolti della prima. Per ora, la critica passa dalla questione etico-morale (urca! Ci sono i cattivi! E guarda come sono cattivi!) alla ferita all’orgoglio nazionale. Il presidente del Consiglio attuale va a Napoli a dire che «La città non è solo il set di Gomorra» (sic), e vabbè. Precedenti presidenti del consiglio (Silvio buonanima) dissero invece di voler strangolare Saviano perché in qualche modo infangava l’immagine dell’Italia (che tanto stava difendendo lui coi gonnellini di banane, peraltro). Profonde sintonie.

Ma sia. Lasciamo la polemica contingente e cerchiamo di tracciare una linea. Dunque – e qui è l’autore di noir che parla – si dovrebbe raccontare il male con una certa qual moderazione. Intanto che non vinca. Poi che venga mostrato in tutta la sua neutralità: male e basta. Non male con delle radici, non male con delle spiegazioni economico-politico-culturali, o complicità del potere, o addirittura al servizio di certi poteri, ma solo male. E poi, preferibilmente, che venga un tizio un po’ hard-boiled che mette le cose a posto. Come scrive Edoardo Albinati nel suo La scuola cattolica, assistiamo all’«ininterrotta creazione di commissari o detective (…) che tra un pranzo e l’altro risolvono l’enigma». E sconfiggono il male.

E c’è però il solito problema delle linee e dei confini: dove si fissano, e chi li decide? E non si rischia come nel ventennio quando l’ansia di mostrare una società senza crimine spinse la censura a proibire, o almeno sconsigliare fortemente la letteratura noir? Si può chiedere lumi, nel caso, alla spietata biografia di Augusto De Angelis, che fu buon giallista negli anni Trenta, scrisse decine di romanzi col morto, venne incarcerato e poi ammazzato di botte da un fascista per futili motivi. Ecco, così impara a dire che scorre il sangue anche quando i treni arrivano in orario.

Linee teoriche e direttive culturali: un po’ come arrestare Dostoevskij invece di Rascol’nikov, incarcerare Marlon Brando per mafia, o sostenere che Robert De Niro rovina l’immagine degli Stati Uniti. Per tacere di Don Winslow che, per come ha raccontato l’epopea sanguinaria dei narcos messicani, dovrebbe stare perlomeno in un carcere del Sinaloa. Bel dibattito, sì. Ma poi, siccome siamo qui, in Italia, non si può sfuggire a un sapore acido di strumentalizzazione. Così, il racconto del male che è stato considerato per anni sacrosanta denuncia, oggi lo si considera fascinazione (se va bene) e addirittura istigazione o apologia (se va male: vi avverto che qui va male spesso). Insomma, Gomorra non è solo narrazione del male, dei suoi meccanismi di dominio, delle sue regole, del suo strapotere, ma è anche la contro-narrazione al refrain in voga che va tutto bene, anzi benissimo.

Incapaci di intervenire sulla realtà, a volte addirittura implicati in quella realtà, si rimprovera chi la racconta. Un po’ come andare da Victor Hugo e dirgli: «Ma insomma, ma guarda quanti Miserabili hai creato!». Nel frattempo – anche fuori onda e fuori dai palinsesti – i baby-boss di camorra pippano, picchiano e puliscono il mitra. Uff, basta non raccontarli, no?

[Fotografia in apertura di Emanuela Scarpa]

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