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27 maggio 2016

Bruciare il tempio in mezzo al Negev

Nella regione dal 2014 va in scena uno dei festival più accesi, il Midburn. Perché, spiegano, «siamo abituati all’idea di comunità». Il racconto tratto dal reportage sul Burning Man del Nevada pubblicato sul nuovo numero di pagina99 in edicola
FABIANA MAGRÌ

 

Tra il deserto del Nevada e quello del Negev, lungo la strada che dal Burning Man porta al Midburn, c’è una tappa obbligata: Ein Vered, moshav di un migliaio di abitanti fondato nel 1930 da ebrei sudafricani nella piana di Sharon, che oggi come allora vive di agricoltura e allevamento. A Ein Vered, in un maneggio, nel settembre del 2011 nasce la comunità dei burner israeliani.

«Ci siamo incontrati in Nevada e volevamo portare in Israele lo spirito del Burning Man», racconta Sharon Avraham, 27 anni, fotografo e padrone di casa del ranch. Cinque anni dopo, Midburn – oggi un’organizzazione no profit – ha sede legale a Bat Yam (poco a sud di Tel Aviv), ma Ein Vered resta il cuore pulsante della comunità dei burner, soprattutto artisti, perché si è trasformato in un centro di aggregazione per creativi.

«Qui», spiega Sharon, «si lavora per costruire il Tempio, il posto più sacro dentro la città temporanea. L’art director coordina le attività dei 119 artisti; c’è un noleggio di costumi e abiti di scena ed è il quartier generale di Fugara», uno dei collettivi più interessanti in Israele (dal nome della figura chiave dello sciamanesimo beduino), un gruppo di artisti, designer e maker che creano esperienze interattive attraverso installazioni su larga scala, usando legno e metallo, l’elettronica, la luce, il suono e il fuoco.

Era opera di Fugara il Tempio del primo Midburn (2014), la Foresta della Creazione, un impianto architettonico composto di sette strutture in legno di varia altezza con una serie di spazi intimi in mezzo e dentro agli alberi. Le piattaforme all’interno dei tronchi consentivano vari livelli di solitudine o condivisione e punti di vista unici per ammirare il panorama della città temporanea e della natura circostante. Di notte, una rete di frequenze radio, Led e proiettori collegata a sensori produceva luci e colori, reagendo al movimento delle persone e al vento.

Lionel Mitelpunkt, 28 anni, in calzamaglia celeste e accappatoio, burner, educatore e docente di innovazione, membro di Tedx, della Muslim Jewish Conference e di Inspiration Arts for Humanity, sostiene che «da quando Burning Man è entrato nella mia vita, la mia vita è una prosecuzione del Burning Man». Quest’anno porterà a Midburn il Vision Dojo, un’installazione e luogo di scoperta del sé, un’esperienza di movimento visivo e sonoro.

David Cohen, 53 anni, nato a New York, trasferito in Israele 13 anni fa, burner e proprietario del birrificio “Dancing Camel” a Tel Aviv, applica il principio del dono nell’UnbirthDay Camp, dove ogni giorno, in dati orari, la birra artigianale alla spina scorre a fiumi, gratis per tutti, fino a un totale di 160 litri.

Ohad Basson, 29 anni, creative director e visual artist, non ha dubbi: «È per il principio della libera espressione del sé che migliaia di persone versano litri di sudore e costruiscono installazioni meravigliose senza aspettarsi nulla in cambio». Ohad ha scoperto Burning Man nel 2013 e ha incontrato persone che non si sarebbe aspettato: «Magistrati, avvocati, dottori. Insomma, non solo figli dei fiori».

Nel 2014 è al primo Midburn. «In termini di arte, fu scarno. La gente iniziava a capire ma non si spingeva fino in fondo. Ho deciso di portare l’estetica del Burning Man nel nostro piccolo Midburn e nel 2015 ho costruito un campo come un’enorme stazione radiofonica. Con la campagna di fundraising in tre giorni ho raccolto i soldi necessari e ho dato al Midburn una radio ufficiale».

Quest’anno Ohad sarà nel campo Lend a Friend, dove si pratica il commercio umano positivo. «I prodotti siamo noi, 25 performer. È un negozio dal design sorprendente. Dopo una breve intervista ti suggeriscono una persona da affittare per 30 minuti. È tutto basato sull’improvvisazione. Si può ballare, chiacchierare, fare attività. Alla fine si tratta di incontrare persone e fare nuove amicizie».

Quest’anno a Midburn non ci sarà la radio, ma arriverà il quotidiano. Nel campo Papierdome le notizie raccolte nella città temporanea si stamperanno in 3D su una sorta di origami. 500 copie al giorno saranno distribuite sulla Playa. Dopo averlo letto, il giornale si potrà usare come decorazione. La copia dell’ultimo giorno sarà a forma di busta e, in collaborazione con l’ufficio postale interno, ciascuno potrà spedire a casa la propria raccolta. L’idea è di Omer Kalderon, 28 anni, responsabile del team che gestisce newsletter, blog, sito e pagina Facebook di Midburn.

Gli iscritti alla newsletter sono 35 mila, 10 mila gli internazionali. Per l’edizione 2016, dall’8 al 12 giugno, sono stati venduti 7.500 biglietti (da 50 euro per i bambini sotto i 14 anni fino a 180 euro), a fronte di una domanda di 25 mila aspiranti burner. «Il numero», spiega Omer, «viene stabilito dai rappresentanti della comunità in modo che la città possa crescere a piccoli passi. Per il 2016 abbiamo fissato la crescita al 10%».

Per Omer gli Israeliani sono natural-born burners: «Abbiamo familiarità con l’idea di comunità, sappiamo che lavorare insieme porta a grandi risultati. Penso ci venga dall’esercito, importante parentesi di vita in cui condividiamo esperienze, valori e spazi vitali». Di italiani al Midburn non se ne incontrano molti. «L’anno scorso non ne ho incontrato nessuno. Quest’anno so che ci sarà una ragazza di Roma», racconta Elisa, 33 anni, della provincia di Bergamo, che vive a Berlino dal 2009 dove lavora part time in un ufficio e come barista in un club nel fine settimana.

«Ho sempre sentito parlare del Burning Man, sarebbe un sogno andare in Nevada. Quando l’anno scorso ho saputo del Midburn, così a portata di mano, sono salita sul volo per Tel Aviv. Anche quest’anno sarò nel Negev, nel campo Rabbits in the Sand, incentrato sulla musica». Midburn ha un segno che lo distingue dagli altri eventi regionali e dal Burning Man: l’effigie che brucia rappresenta una coppia. Le istanze femministe di Israele hanno preteso la parità dei sessi anche in questo simbolico gesto.

[Fotografia in apertura di Menhem Kahana / AFP / Getty Images]

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