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20 maggio 2016

Quel che è mio è tuo (ma fino a un certo punto)

Siamo passati dall’era della proprietà a quella dell’accesso. Ma questa nuova modalità organizzativa genera buone economie e profitti, che non sono di tutti. L’editoriale pubblicato del nuovo numero di pagina99 in edicola da sabato 21 maggio

 

What’s mine is yours”, quel che è mio è tuo. Questo il titolo del libro, pubblicato cinque anni fa da Roo Rogers e Rachel Botsnam, che teorizzò la sharing economy. Un concetto antichissimo, che richiama ideali di scambio e mutuo soccorso ottocenteschi ma che ha scavalcato il Novecento per esplodere negli anni Duemila con il consumo collaborativo.

In pochissimi anni, la rivoluzione “dall’era della proprietà a quella dell’accesso” – non è più necessario possedere un bene, l’importante è usarlo, eventualmente anche ri-usarlo – ha pervaso la nostra quotidianità. Per un diciottenne nel secolo scorso conquistarsi l’automobile era un passaggio di fase decisivo (la prima proprietà, il primo abitacolo, i primi amori, la prima autonomia), adesso basta scaricarsi un’app e farsi un giretto in car sharing.

Il passaggio generazionale e tecnologico ha coinciso temporalmente con la Grande recessione, che ha parallelamente ristrutturato le nostre vite. Al punto che non è facile distinguere, nell’evoluzione, la necessità dalla virtù, la costrizione dalla libera scelta, i valori dal business. La condivisione, operata facilmente e rapidamente grazie alle piattaforme internet, non è più un settore dell’economia, è un modo di organizzare la propria attività economica in tutti i campi, e a ogni latitudine. E l’innovazione – va da sé – porta distruzione, di vecchi modelli e antiche abitudini ma anche di intere industrie e categorie di lavori. Ivi compreso quello dell’editoria e dell’informazione, del quale è un esempio la carta un po’ vintage che avete tra le mani se avete comprato questo giornale in edicola.

Resistere all’onda non è una grande idea, più utile e forse divertente può essere la pratica del surf. Ma in ogni caso è bene conoscerla prima, quest’onda, e vedere cosa fanno gli altri surfisti. Ci proviamo con questo numero di pagina99, che esce in coincidenza con il primo festival italiano della sharing economy (a Ferrara, fino al 22 maggio, www.sharingfestival.it), ed è dedicato a un aspetto sempre più evidente del suo arrembante sviluppo. La novità – della quale parla il servizio d’apertura di Gea Scancarello – è la discesa in campo dei signori della vecchia economia, all’insegna della vecchia massima: se non puoi battere un nemico, fattelo amico.

Automobili, assicurazioni, finanza, alberghi, moda, cibo: tutti all’assalto delle piattaforme della condivisione, galline dalle uova d’oro. Perché è vero che “quel che è mio è tuo”, ma questa nuova modalità organizzativa genera buone economie e profitti, che non sono di tutti. Tant’è che una critica radicale della sharing economy, scritta da Tom Lee, ha ribaltato quel titolo originario, trasformandolo in “Quel che è tuo è mio”. Sottinteso: e me lo tengo. Il che è particolarmente evidente nel caso più famoso, e più contestato, della nuova economia nata e cresciuta sulle piattaforme, Uber.

Che cinque anni fa non esisteva, e adesso copre 250 città nel mondo e vale – a proposito di trasporti – più di gigantesche compagnie aeree come Delta Air Lines, United Continental, American Airlines. Il potere si è spostato dai padroni del vapore a quelli delle piattaforme; macchine e lavoro non contano, quel che fa la differenza è l’informazione e il suo possesso, scrive Enrico Beltramini dal centro dell’onda, San Francisco, riportando la diagnosi perfetta fatta proprio da un autista di Uber.

Adesso, governi di tutto il mondo scrutano il boom della sharing economy, la Commissione europea si interroga sul potenziale di un’economia miliardaria, anche la Cina ci mette sopra gli occhi cercando una sua via a una sorta di sharing di Stato (Gabriella Colarusso, a pagina 3). Mentre, ci racconta sempre Gea Scancarello (pagina 4) resta forte il potenziale democratico delle reti dal basso, no profit ma senza perdite, e davvero paritarie.

In Italia, arriva in parlamento la proposta di una legge nazionale: sarebbe la prima al mondo. Come si legge nel servizio di pagina 4, risolverebbe alcuni conflitti e problemi (fisco, concorrenza, tutela consumatori), lasciandone aperti altri. Il primo dei quali non riguarda certo le nostre incursioni quotidiane in Airbnb o BlaBlaCar, come utenti o come operatori o tutt’e due; ma riguarda le tasse dei giganti della sharing economy: che sfuggono allegramente grazie al fatto che il software non ha confini.

[Fotografia in apertura di Joos Mind / Getty Images]

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