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11 aprile 2016

Un euroministro sì, ma che non sia minimo o tedesco

La Francia lo vuole, Padoan lo sdoppia: un fiscal board consultivo e un titolare del bilancio. Tutto bene, purché si abbandoni la politica dei piccoli passi. Commento tratto dal nuovo numero di pagina99 in edicola
FRANCESCO SARACENO

 

«L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto» . Così recita la dichiarazione con la quale il 9 maggio 1950 il ministro francese Schuman proponeva di creare la Comunità del Carbone e dell’Acciaio. La politica dei piccoli passi, ideata da Jean Monnet e tesa a moltiplicare i fattori di integrazione tra i Paesi europei, aveva come obiettivo finale quell’Europa politica e federale che non avrebbe mai potuto essere disegnata a tavolino. Il metodo Monnet ha funzionato, e molto bene, fino alla firma del trattato di Maastricht del 1992. Un’Unione europea sempre più integrata e con un numero sempre maggiore di regole in comune, ha accompagnato il fortissimo sviluppo del dopoguerra.

La svolta arrivò con l’euro, che nelle intenzioni dei suoi ideatori doveva essere un ulteriore passo verso l’unione politica. Non ci si rese conto però che la moneta unica costituiva un cambiamento strutturale perché privava le economie europee della capacità di contrastare con il tasso di cambio la tendenza alla divergenza insita in ogni unione economica. È questo, e non il comportamento irresponsabile di qualche governo, la fonte dei problemi di oggi. Invece di limitarsi a sperare che l’euro rendesse ineluttabile l’unione politica, i suoi padri avrebbero dovuto destinare il metodo Monnet alla meritata pensione, e ripensare in profondità l’architettura istituzionale europea.

Politicamente il momento era propizio (sicuramente più di oggi) per proporre ai popoli europei meccanismi di condivisione del rischio e di coordinamento delle politiche, che consentissero di minimizzare le divergenze e di sfruttare i vantaggi della moneta unica. Ma la dottrina dominante allora, una versione europea del Washington Consensus, spinse invece ad affidare l’onere dell’aggiustamento alle sole forze di mercato. I governi europei, già privati della politica monetaria, si videro anche fortemente limitati nell’uso dell’altro strumento a loro disposizione, la politica fiscale.

E i mercati, che tanto efficienti non sono, hanno prima condiviso l’euforia per l’euro, per cui “uno (bond greco) valeva uno (bond tedesco)”. E poi, ai primi venti contrari hanno precipitosamente abbandonato la nave facendola quasi naufragare. Prima e durante la crisi, i mercati hanno fallito nello stabilizzare l’economia. La prima reazione alla crisi è stata una riproposizione del metodo Monnet.

Qualche discolo si era mal comportato, per cui tutto si sarebbe risolto con un po’ più di capacità di controllo per evitare le frodi, e una regola fiscale un po’ più stringente per evitare derive future; dei piccoli passi. Diagnosi e medicina erano sbagliate, e l’avvitarsi della crisi lo ha crudelmente dimostrato. La Bce è stata chiamata dall’inerzia dei governi a fare gli straordinari, ma ha esaurito le cartucce. Oggi si ripropone con forza la necessità di ripensare il ruolo della politica fiscale.

L’idea di un ministro delle finanze europeo, inizialmente proposta dal governo francese, è oggi spinta con forza da quello italiano. Una buona idea, in linea di principio. Secondo alcuni dovrebbe essere un custode delle regole fiscali, con il potere di imporre ai governi la revisione delle loro leggi di bilancio. Non vale nemmeno la pena di discutere una proposta che esproprierebbe i governi democraticamente eletti della loro prerogativa più squisitamente politica, quella di “spendere e tassare”. Altre proposte sono più interessanti proprio perché partono dalla constatazione che la zona euro oggi manca dei meccanismi di riassorbimento degli choc propri di uno Stato federale.

Il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan propone due figure complementari: un fiscal board europeo, che avrebbe il compito di proporre le politiche necessarie per l’insieme dell’Ue, e di favorire il coordinamento delle politiche degli Stati membri. E un ministro delle finanze europee, dotato di un budget proprio, che dovrebbe invece occuparsi di tutti quei “beni pubblici” europei che sono drammaticamente carenti oggi (come ad esempio la gestione dei rifugiati, l’investimento pubblico, o la stabilizzazione ciclica). La proposta contiene in nuce gli elementi necessari per rendere la zona euro sostenibile.

Rimangono però delle criticità importanti. Come assicurare che il ministro delle finanze europeo sia responsabile di fronte agli elettori europei, delle cui risorse dispone? Come articolare la sua azione con quella dei governi nazionali, le cui prerogative in tema di politica fiscale sarebbero (per fortuna, visto che sono loro ad essere responsabili di fronte agli elettori) le stesse di oggi? E che succederebbe in caso di conflitti tra il ministro un governo nazionale? E come assicurarsi che il ministro possa agire con quella rapidità che è mancata fin dal 2008?

Tutte queste domande spingono a pensare che anche quando partono da una constatazione condivisibile come quella del ministro Padoan, queste proposte finiscano per costituire ancora dei piccoli (o al massimo medi) passi. E che quindi non possano essere risolutive in mancanza di un ripensamento globale delle nostre istituzioni. La metafora è abusata, ma siamo proprio in mezzo al guado. Il metodo Monnet non funziona più. È ora che si decida se si vuole proseguire nella costruzione di una casa comune, che deve però essere ripensata dalle fondamenta, o tornare all’Europa delle nazioni. Temo però che in quest’ultimo caso ad accompagnarci a riva saranno Salvini e Le Pen.

[Foto in apertura di John Thys / Afp / Getty Images]

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