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4 aprile 2016

La guerra di Vito, lo sminatore che vendeva armi

Progetta ordigni anti-uomo per l’azienda di famiglia. Finché capisce di non essere innocente. Per i suoi è un traditore. E decide di disfare la tela in prima persona. Articolo tratto dall’archivio 2014 di pagina99
ALESSANDRO LEOGRANDE

 

«Quando ti ritrovi per la prima volta in un campo minato, ti rendi conto che a ogni metro, a ogni centimetro, ti può esplodere una mina sotto i piedi. Vedi un bosco, vedi degli alberi bellissimi, ma sotto è pieno di mine. E allora capisci ciò che hai fatto. È difficile dirlo con altre parole: ti senti solo un pezzo di merda». La prima volta che Vito Alfieri Fontana ha visto un campo minato è stato in Kosovo, nell’inverno tra il 1999 e il 2000.

Ha lavorato anni per conto di Intersos alla ricerca di mine: era lì per tirarle fuori e farle brillare, rendendole finalmente inoffensive. Ma Vito – come tutti in Kosovo, e poi in Bosnia, hanno preso a chiamarlo – non era uno sminatore comune. Le mine le conosceva meglio di chiunque altro per il semplice fatto di averle ideate e prodotte per decenni. La sua è una vita che ne racchiude almeno due. Come Penelope, ha impiegato la seconda metà a disfare la tela che aveva tessuto nella prima parte.

C’era un tempo in cui l’Italia era uno dei principali produttori al mondo di mine anti-uomo, il secondo in Europa dopo la Jugoslavia. Insieme alla Valsella di Montichiari, una delle aziende principali era la Tecnovar di Bari, fondata dal padre di Vito, Alfieri Fontana. Di quella azienda Vito è stato a lungo la mente. Fino alla metà degli anni Settanta la Tecnovar, con i suoi 60 dipendenti, ha prodotto forniture per l’esercito italiano, sia mine antiuomo che anticarro: «Quella antiuomo può variare dai 10 grammi ai 200-300 grammi di esplosivo, a seconda della nazione che la produce; la mina anticarro invece può contenere da un chilo e mezzo a 10 chili di esplosivo. La mina anticarro ha un carico di funzionamento che va da 100 a 300 chili, la mina antiuomo va dai 200 grammi ai 20 chili. Quanto alle mine italiane, la soglia era di 200 chili per le anticarro e di 20 per le antiuomo. Cioè bastano 20 chili di pressione per far saltare in aria una persona».

Negli anni Settanta la Tecnovar fa affari, cresce e supera i confini nazionali. Nel 1979 firma un importante contratto con il ministro della Produzione militare egiziano. «Nel momento di massima produzione, all’inizio degli anni Ottanta, producevamo ogni mese centomila componenti inerti di mine antiuomo, e diecimila di anticarro; poi il tutto veniva spedito in Egitto e assemblato al Cairo, alla Heliopolis, una fabbrica con cinquemila dipendenti».

Vito ha progettato la Ts50, una particolare mina antiuomo costituita da due dischi sovrapposti, sormontati da una piastra superiore che una volta schiacciata – ed è estremamente facile schiacciarla – attiva il detonatore. Poiché l’Egitto ha girato le mine inventate dalla Tecnovar agli eserciti impegnati in tanti fronti di guerra, oggi si può dire che di Ts50 è infestato mezzo mondo. Ci sono campi minati in Afghanista, Iraq, Libano, Congo, Kurdistan, Azerbaijan…

Ed è proprio alla fine degli anni Ottanta, quando ancora la campagna per le mine antiuomo non ha preso vigore, che Vito Alfieri Fontana capisce che il proprio lavoro non è più innocente, se mai lo è stato. Capisce che c’è una relazione strettissima tra produrre “quelle” armi e il loro impiego, più o meno distorto: un impiego che produce al 90% vittime civili. «Ci sono Paesi», dice, «in cui le mine sono state usate in modo criminale, come in Angola, in Afghanistan, in Mozambico, le guerre secessioniste in Congo, in Ruanda: laddove c’era una guerriglia, venivano utilizzate le mine, specialmente quelle antiuomo; in questo caso non si tratta più della linea minata che separa due fronti, ma di qualcosa di molto diverso».

Vito capisce che produrre mine vuol dire produrre uno strumento infame e stupido di distruzione. Ma la sua non è stata una conversione immediata, da notte dell’Innominato, se di conversione in senso stretto si può parlare. A cambiarlo è stato piuttosto un flusso, che negli anni si è nutrito di tanti accadimenti. «La pugnalata più forte me la diede una volta mio figlio. Stavamo in macchina, io avevo un catalogo della Tecnovar sui sedili posteriori, e lui, era piccolino, cominciò a farmi domande sul perché proprio io dovessi produrre armi. Io provai a dirgli che qualcuno doveva pur farle, ma lui mi richiese a bruciapelo: “Sì, ma perché proprio tu?”. Allora ho capito che quella era l’unica domanda che davvero contava: la domanda che non mi ha aveva fatto nessuno».

Poi, nel 1993, fu invitato da don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, guida luminosa di una parte della chiesa pugliese e del movimento nonviolento, a un incontro sulle mine antiuomo. «Mi sorprese che volesse proprio me. Don Tonino morì poco dopo, era gravemente malato, ma l’incontro si fece lo stesso». Vito si trovò davanti 500 pacifisti, e oggi ammette che quell’incontro faticosissimo gli ha cambiato la vita. «Anche se non l’ho mai visto di persona, don Tonino mi ha molto aiutato. Credo, in fondo, di averlo conosciuto meglio di tanti altri. Perché mi sono sentito dire: ora vai!». E Vito va. Non può fare altro che andare.

Alla metà degli anni Novanta, in Italia e nel mondo cresce la campagna per la messa al bando delle mine antiuomo che porta, nel 1997, alla firma della Convenzione internazionale di Ottawa per la proibizione del loro uso. Quel trattato che segna un punto di non ritorno è oggi firmato da quasi tutti gli Stati, benché ci siano eccezioni pesanti: Usa, Cina, India, Russia, Iran, lo stesso Egitto…

Dopo aver partecipato a molti incontri della campagna internazionale contro le mine in qualità di esperto («Ero quello che veniva dall’altra parte»), Vito decide di mettersi direttamente in gioco, di disfare la tela in prima persona. Il resto della famiglia, cresciuta al riparo delle commesse militari, lo considera semplicemente un “traditore”. La prima conseguenza della sua scelta è che l’azienda si spegne da sola. «Finite le commesse, l’alternativa era spostare la sede in Egitto o a Singapore. Ma a quel punto saremmo diventati dei trafficanti. L’unica soluzione era chiudere. Chiudere e basta, anche perché la riconversione di una fabbrica d’armi, a produzione limitata, di qualità elevata, e ad altissimo valore aggiunto, è praticamente impossibile. Non puoi metterti a fare contenitori di plastica dall’oggi al domani».

Così Vito Alfieri Fontana decide di partire per i Balcani alla guida di un team di sminatori sostenuto da Intersos. Ci resta 12 anni, tornando in Italia solo per poche settimane all’anno («Senza il sostegno di mia moglie e dei miei figli, non ce l’avrei mai fatta»). La prima missione è in Kosovo, dove rimane due anni. Il primo campo da sminare lo incontra a Kijevë, lungo la strada che da Pec porta a Pristina. I serbi avevano minato il terreno lungo un asse trasversale per evitare la risalita dell’Uck.

Meglio di chiunque altro, un ex produttore sa cosa nasconde un terreno infestato. «Quando ho visto le mine jugoslave, ho tirato un sospiro di sollievo perché mi son reso conto che non sarebbero durate più di qualche anno. Avevano un punto debole: la capsula detonante presentava un errore tecnologico, per cui era matematico che si disattivassero. Infatti, dopo sei mesi, quelle mine non scoppiavano più, tranne le più pericolose. Di quelle ancora presenti, il 90% delle mine jugoslave sono inerti, solo un 10% mantiene ancora la sua pericolosità».

Quel 10% è costituito principalmente di Prom 1. Sono delle mine a forma di bottiglia, dal cui tappo partono quattro antennine. La bottiglia viene interrata, dal suolo spuntano solo le antennine. Sono sensibilissime, al minimo tocco la mina esplode. Più che il Kosovo, è la Bosnia a esserne piena. Ed è lì che Vito si trasferisce, dopo il lavoro in Kosovo, per rimanerci dieci lunghi anni. Secondo il Bhmac (Bosnia Herzegovina Mine Action Centre) dal 1992 a oggi, le vittime delle mine sono state ottomila, tra morti e feriti. Tra questi, ci anche gli sminatori: 150 sono rimasti invalidi, 20 sono morti.

«Il casino della Bosnia è che buona parte delle mine sono state messe dopo la firma degli accordi di Dayton. Le parti erano talmente poco fiduciose l’una dell’altra che si sono ritirate lasciando i campi minati, una linea di confine tra l’entità serbo-bosniaca e quella croato-musulmana che segue di poche centinaia di metri quella reale. Ho passato due anni a bonificare una fabbrica, laddove ci avremmo potuto mettere tre mesi, perché dopo gli accordi di pace la fabbrica era stata svuotata dai serbi, riempita di mine e data alle fiamme. Abbiamo dovuto lavorare su una struttura completamente distrutta, non potevi sollevare una lastra di eternit ché sotto era pieno di mine».

Non solo la guerra, ma anche il dopoguerra è segnato dalle ferite dell’odio – un sentimento che Vito, dopo tanti anni, ha imparato ad associare al calcolo, alla razionalità, alla freddezza. I serbi si sono ritirati minando addirittura le fosse comuni in cui erano stati ammassati i corpi dei civili bosniaci. Oggi, molti ex ufficiali dell’esercito di Ratko Mladic si sono riconvertiti come sminatori, non cedendo le mappe dei campi minati.

«Non è che si siano pentiti»: hanno semplicemente capito che mettendosi in proprio, avrebbero potuto drenare i soldi della comunità internazionale, tanto che oggi si è creato un indotto in cui lavorano almeno cinquemila persone. Nel team di Vito Antonio Alfieri hanno lavorato sia musulmani che serbi («anche due ex guardie del corpo di Mladic, per la verità»). Molti erano ex minatori di Olovo, che avevano passato una vita nelle miniere di piombo, ed erano particolarmente sensibili alle normative di sicurezza e alle procedure d’allarme.

Sminare un campo è un’operazione lentissima. Si lavora in coppia lungo dei corridoi, dandosi il cambio ogni mezz’ora. Si avanza carponi con un metal detector in mano. Accertato che il terreno è sicuro, si sposta ogni volta un po’ più avanti l’asticella che divide la zona libera da quella ancora da monitorare. Quando il rilevatore suona, si affonda delicatamente uno spillone nel terreno. Una volta individuate, le mine vengono estratte e fatte esplodere in una fossa poco distante. In dieci anni la sua squadra di Vito ha trovato e reso inoffensive oltre 3 mila mine.

Non basterebbe un libro per contenere gli aneddoti di uno sminatore. Una volta si è addirittura trovato tra le mani delle mine prodotte dalla Tecnovar: «Non potevo crederci. Erano delle mine sperimentali che avevamo dato solo al governo italiano. Non erano neanche commerciabili, non so proprio in che modo siano finite in mano ai serbi». Una delle imprese più ardue è stata invece quella di sminare la pista di bob delle Olimpiadi invernali del 1984. «Era sulla collina di Trebevic, alle spalle Sarajevo. Sarajevo è una città circondata da colline, e ognuna era un punto strategico per i cecchini, ma quella di Trebevic, che portava al comando dei serbi, era molto fortificata rispetto alle altre. L’abbiamo sminata tutta. Sarajevo è servita da acque sorgive, e le bocche dell’acquedotto sono proprio a Trebevic. Ritirandosi i serbi le avevano minate, rendendo impossibile per anni la loro pulizia periodica».

La pista di bob era stata spaccata in alcuni punti per ricavare delle feritoie da cui sparare. Proprio da Trebevic i cecchini potevano controllare un ampio raggio della città, fino alla vecchia biblioteca. E proprio da qui, si è divertito a sparare sulla città assediata anche Limonov, che Vito chiama senza alcuna ironia «un intellettuale russo in vacanza». «Per conquistare quelle trincee, i ragazzi di Sarajevo sono andati a gruppi di dieci con un fucile e nove pugnali… e quanti ne sono morti. Gli facevano conquistare posizioni per poi intrappolarli nelle aree minate».

Di quei campi minati con “disonore”, aggiunge Vito con fierezza, oggi non c’è più traccia. E quanto allo sminamento di tutta la Bosnia? «Oggi probabilmente ci saranno ancora centomila mine. Di realmente pericolose solo diecimila, ma sono quasi tutte segnalate. La presenza di mine non monitorate oggi è quasi prossima allo zero». Difatti, gli ultimi incidenti, che pure ci sono stati, hanno interessato taglialegna abusivi che si sono inoltrati nei campi delimitati. Tanto è stato lo shock, per Vito, di trovarsi la prima volta su un campo infestato da ordigni molto simili a quelli che aveva ideato e prodotto per una vita, quanto intensa, e difficile da descrivere a parole, la sensazione di leggerezza di camminare su un campo liberato. È come una festa del raccolto. La terra ritorna a vivere, la popolazione locale può farci quello che vuole.

Oggi pensa che i prossimi fronti di lavoro dovrebbero essere la Siria (dove hanno utilizzato le mine degli ex arsenali di Saddam) e la Libia, dove stanno impiegando mine belghe o copie di mine brasiliane. «Ma non ora, ora è impossibile andarci». Il lavoro dello sminatore è un lavoro del dopoguerra, un lavoro portato a termine da un popolo di formiche che lotta contro le metastasi di un disastro già ideato e deflagrato. Eppure, senza quelle formiche, la guerra continuerebbe per decenni. A ogni esplosione, una nuova nuvola di odio si alzerebbe dalla terra. E questo Vito Alfieri Fontana lo sa. Nessuno meglio di lui può saperlo. «La pugnalata più forte me la diede mio figlio. Mi chiese perché dovevo essere proprio io a fabbricarle»

«Vedi un bosco, vedi alberi bellissimi, ma sotto è pieno di mine. E allora capisci e ti senti solo un pezzo di merda».

[Iakovos Hatzistavrou / AFP / Getty Images]

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