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31 marzo 2016

Giulio Regeni, non è una testimonianza ma una denuncia d’acciaio

Rifiutando la versione delle autorità egiziane, che hanno definito «depistaggio», i genitori di Giulio hanno raccontato il percorso di formazione e la vita del figlio. Ed è stata proprio la madre a dire che la questione di quel delitto è questione pubblica e politica. Che pretende risposta. In anteprima, il commento pubblicato sul nuovo numero di pagina99 in edicola da sabato 2 aprile
LUIGI MANCONI

 

Esattamente dieci anni fa incontrai per la prima volta Patrizia, la madre di Federico Aldrovandi, per il cui omicidio sono stati condannati in via definitiva quattro poliziotti. Da allora, per singolari peripezie del caso e della mia attività politica, è accaduto che  diventassi amico e “voce pubblica” di molte madri e familiari di vittime di violenze, diciamo così, “di Stato”; o comunque di tragedie, di cui non si conoscono i responsabili o, infine, di pratiche illegali da parte di apparati pubblici o privati.  Poi, qualche giorno fa, irrompe sulla scena pubblica Paola Regeni, la madre di Giulio.

È una lunga teoria di persone, che hanno saputo fare della loro sofferenza più intima una risorsa preziosa per muoversi, con determinazione e saggezza, nella sfera pubblica e cercare la verità sulla fine dei propri cari. L’elenco potrebbe essere lungo, ma qui mi limito a citare Daria Bonfietti e “le madri del Leoncavallo”, Heidi Giuliani e Grazia e Caterina Serra, Ilaria e Rita e Giovanni Cucchi e Lucia Uva e Claudia Budroni e Domenica Ferrulli. E altre e altri, ma sopratutto altre, ancora.

Paola Regeni sembra riassumere in se e nelle sue parole tutte quelle biografie, tutte quelle figure di donna, tutte quelle intelligenze dolenti. Paola Regeni dice cose semplici e, allo stesso tempo, inaudite, la cui potenza letteraria e linguistica è pari alla loro forza morale. E non si tratta, come qualcuno ritiene e qualcun’altro avrebbe voluto che fosse, di una mera testimonianza umana. È lei, proprio lei, a dire che la questione di quel figlio ucciso è questione pubblica e politica.

Quando afferma: «Nel volto di Giulio ritrovo tutto il male del mondo», il messaggio è limpido. Quella donna minuta ci sta dicendo che il sequestro, la tortura e l’uccisione di suo figlio è parte di una storia collettiva, che vede violati — in tanti, tantissimi paesi — i diritti fondamentali della persona. Ci sta raccontando cioè di come suo figlio, oltre a essere suo figlio, è anche un numero di una crudele statistica: è una delle 88 persone che, nei soli primi tre mesi del 2016, sono state rapite e seviziate in Egitto; e una delle 8, i cui corpi sono stati restituiti cadaveri.

E quando, ancora, con voce che si fa dura come l’acciaio (e sembra incredibile che provenga da quel corpo così inerme) ammonisce: se non avremo risposte convincenti dalle autorità egiziane chiediamo al governo italiano una reazione forte. Ecco, allora viene fuori il senso profondo di quella frase che va ripetendo a proposito di un “dolore necessario”. Necessario perché deve ogni volta rinnovarlo, nel racconto dello strazio e nella domanda di giustizia, affinché sul corpo del figlio e su quel volto di cui riconosce “solo la punta del naso” non cada l’oblio.

«Mi è accaduto — racconta — una sorta di blocco del pianto»: è come se, per condurre questa ardua impresa che è la ricerca della verità, fosse necessario tenere il ciglio asciutto, almeno fino a quando «non potremo conoscere un brandello di verità». Nel 1968 Elsa Morante scriveva i versi di Il mondo salvato dai ragazzini. Nel frattempo abbiamo imparato, anche a nostre spese, che il mondo, semplicemente, non può essere salvato. E che “i ragazzini” non sono immuni né dalla possibilità di commettere il male né, tantomeno, di subirlo. E, ancora, che “i ragazzini” (Giulio Regeni aveva esattamente quarant’anni meno di me) possono apparire ai boia come i più vulnerabili. Ma questo è un motivo in più e non in meno per battersi affinché quei boia abbiano un nome e un cognome.

[Disegno in apertura di Gianluca Costantini]

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