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30 marzo 2016

Gianmaria Testa, il poeta della migrazione

Ci ha lasciato oggi a 57 anni il cantautore piemontese, capace, tra le altre cose, di leggere con eleganza e umanità lo sradicamento dell’uomo contemporaneo costretto a lasciare la propria terra. Attraverso musica e parole che, nel pieno della crisi migratoria e della demagogia che scuotono l’Europa, si rivelano più attuali che mai
DANIELE BOVA

 

Vincenti e perdenti. Gianmaria Testa aveva in mente una netta partizione tra le due categorie. Ma non si basava sui concetti standard con i quali leggiamo di solito gli individui. I vincenti della società contemporanea, identificati con il successo e l’anelito al potere, sono quelli che “quando cadono hanno bisogno della cocaina per rialzarsi”: sono dei vincenti “casuali”, che hanno in un certo senso già perso, abbagliati dalla brama di notorietà e conquista.

I perdenti invece, quelli che sono costitutivamente costretti alla rinuncia, marginalizzati e appartenenti a situazioni disagiate, hanno una forza che li spinge ad andare avanti; come, per esempio, i migranti: quelli che non si arrendono mai, che non possono arrendersi. Così, ruotando di 360 gradi dei concetti del senso comune, diventano vincenti perché invincibili, sempre pronti a rinnovarsi nella sconfitta.

 È il mondo, se vogliamo rivoluzionario, di un cantautore mite e raffinato, apprezzato più oltralpe che in Italia. Amato, anche se non dalle masse, in maniera viscerale e incondizionata per quella specie di purezza che coincide molto con il suo saper spogliare le cose dei loro orpelli e puntare dritto all’essenziale. Era così Gianmaria Testa, e cosí è la sua musica: tradizionale ed elegante, senza colpi di scena o effetti speciali. Pacata, diremmo, ma che riusciva a scuotere senza ricorrere all’artificio.

Nel 2000, dopo l’esordio discografico tardivo di cinque anni prima, Gianmaria Testa, allora 42enne, dà alle stampe Il valzer di un giorno. Una fotografia nitida della sua cifra stilistica, l’album che lo fa conoscere in maniera più diretta al pubblico italiano e che viene distribuito nelle edicole al prezzo di 18 mila lire dalla Elleu Multimedia, ramo audiovisivo del quotidiano l’Unità.

I pezzi che compongono la scaletta del disco sono in parte una rilettura, solo voce e chitarra, di alcuni brani del suo repertorio: molte sono ballate, permeate da una dolcezza malinconica, in cui echeggiano lo spirito di Ivano Fossati, quello di Fabrizio De Andrè e di Paolo Conte. E il tema dello spostamento, del cammino, del coprire le distanze come metafora del senso stesso della condizione umana. Viaggio, aeroplano a vela, automobile, veliero a timone, stazione: dietro tutte queste parole, fondamentali nelle liriche del disco, c’è in nuce quel concetto di migrazione, così pervasivo e fondante, che costituisce per l’autore una chiave d’interpretazione della realtà.

Questo percorso artistico e teorico verrà definitivamente formalizzato in un concept album di sei anni dopo, Da questa parte del mare. Il migrante non è più una metafora, ma diventa un essere vivente in carne e ossa, colui che sperimenta sulla propria pelle il distacco dalle proprie radici: il vincente, secondo le categorie di cui parlavamo prima, che non può che rialzarsi continuamente a ogni, inevitabile, sconfitta.

In questo sradicamento esistenziale e nel saperlo affrontare, per Gianmaria Testa c’è forse il senso stesso del nostro transito terrestre. E proprio in questi anni, dominati dalle vicende di uomini che migrano, una tale consapevolezza potrebbe essere preziosa: una bussola per aiutare a orientarsi chi deve scegliere come rapportarsi a questi disperati flussi migratori.

Tutto questo Gianmaria Testa l’ha cantato senza voler fare troppo rumore, quasi riluttante a ogni prospettiva di successo. «Non cerco la gratificazione delle masse e ho bisogno di tornare spesso a casa», diceva per ribadire la sua indole frugale. E ciò gli donava una straordinaria dignità: la stesse con cui se n’è andato «senza paura», chiedendo a tutti quelli che gli stavano intorno di stare tranquilli perché «io sono tranquillo». La stessa che deve essere riconosciuta al migrante: colui che, in fondo, alberga in ognuno di noi.

[Foto in apertura di Alberto Cristofari / A3 / Contrasto]

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