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29 marzo 2016

E 500 anni dopo Shylock torna nel Ghetto di Venezia

Il quartiere ebraico della Serenissima accoglie Il mercante di Shakespeare. Tra storia e finzione va in scena il racconto dei muri che ancora dividono. Articolo tratto dal numero di pagina99 in edicola lo scorso 13 febbraio
SARA CIVAI

 

«Girate a destra alla prima svolta, ma alla primissima a sinistra, e per carità alla prima di tutte non girate da nessuna parte, ma girate giù e di traverso alla casa dell’Ebreo». Così Lancillotto Gobbo, il servitore di Shylock nella celebre pièce shakespeariana Il mercante di Venezia, guida idealmente il padre nel dedalo di stradine che conducono al Ghetto veneziano. Anche oggi, per il visitatore che volesse scoprire lo storico cuore dell’ebraismo veneziano situato nel sestiere di Cannaregio, l’ingresso nel Ghetto avviene attraverso uno stretto sotopòrtego, in prossimità del quale un tempo si ergeva uno dei due portoni che recintavano l’isolotto.

Il primo ghetto al mondo nasce proprio qui, in un’area periferica della Serenissima, esattamente 500 anni fa quando, per ordinanza del Maggior Consiglio, agli ebrei fu concesso di vivere in città, ma lontani dal corpore civitatis (“dal corpo della città”), confinati nell’area in cui in precedenza sorgevano le fonderie pubbliche. E proprio dal veneziano geto del rame deriva la parola entrata nei vocabolari di molte lingue come sinonimo di segregazione.

Ma la storia del più antico ghetto al mondo è anche quella di un’area cosmopolita in cui durante il Rinascimento e per tutto il Seicento confluirono ben cinque gruppi etnici provenienti da Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Impero ottomano, che diedero vita a un importante centro di studio e di irradiazione della cultura ebraica.
In un dialogo a lungo ininterrotto con il resto della città, che quest’anno si prepara a commemorare l’anniversario della nascita del Ghetto e insieme i 400 anni dalla morte del Bardo, che scelse proprio la “porta d’Oriente” come ambientazione ideale per due delle sue opere più celebri sul tema della tolleranza e dell’intolleranza, l’Otello e Il mercante di Venezia.

Tra le tante iniziative in programma per questo 2016, una delle più significative è la messa in scena de Il mercante di Venezia che, per la prima volta, in un interessante cortocircuito tra storia e finzione, verrà rappresentato dal 26 al 31 luglio 2016 proprio nel campo del Ghetto Nuovo, il cuore più antico del quartiere ebraico veneziano.
Perché il legame tra l’opera di Shakespeare, la città di Venezia e il Ghetto, dove nella finzione teatrale risiede l’ebreo Shylock, personaggio tragico e crudele al tempo stesso, è molto più profondo e partecipa della stessa ambivalenza.

«Sia il Ghetto sia il testo di Shakespeare hanno avuto storicamente una funzione antigiudaica», commenta a pagina99 Shaul Bassi, docente di anglistica dell’Università Ca’ Foscari e tra gli ideatori del progetto. «Perché hanno contribuito a limitare gli ebrei in luoghi e in categorie di pensiero, come l’identificazione con il denaro e l’usura, pregiudizi ancora esistenti. Nello stesso tempo però entrambi sono stati dei catalizzatori della cultura ebraica e hanno contribuito al dialogo tra civiltà. Basti pensare al fermento culturale che per tutto il ’500 e il ’600 si è sviluppato dentro il Ghetto e attorno a esso, concorrendo a fare di Venezia il centro europeo del libro ebraico».

L’ideazione dello spettacolo, messo in scena dalla Compagnia de’ Colombari e diretto da Karin Coonrod, nasce a Venezia su iniziativa dell’Università Ca’ Foscari. Ed è stato arricchito dal confronto con i maggiori studiosi al mondo dell’opera shakespeariana e dall’immersione della compagnia negli spazi e nella storia del Ghetto. Così lo scorso anno nel torrido giugno non era insolito passeggiare a Cannaregio e imbattersi nell’arringa di Porzia o negli scoppiettanti sketch del servo Lancillotto, tra gli sguardi attoniti dei turisti in cui si poteva scorgere la maravègia di ritrovare Shakespeare a Venezia e, perché no, anche il cliché dell’Oriente nell’Oriente, alimentato dai tanti scrittori che nei secoli hanno attraversato (e riletto) il Ghetto.

«Solo attraverso la performance», ragiona con noi James Shapiro, uno dei più insigni studiosi del Bardo, «è davvero possibile sondare la profondità di quello che quest’opera significa per la nostra comprensione delle differenze – etniche, religiose e culturali – e dei muri che ancora oggi per molti versi ci dividono».
Per la regista l’attualità della tragicommedia di Shakespeare è data proprio dal suo personaggio centrale, l’usuraio Shylock, figura attraversata da enormi contraddizioni e archetipo per eccellenza dell’alterità.

«Shylock è e resta per tutto il dramma uno straniero, un escluso», racconta a pagina99 Karin Coonrod. «Per questo a interpretarlo saranno cinque attori, uomini e donne differenti per età, nazionalità e religione, per far sì che anche il pubblico, scena dopo scena, possa comprendere più da vicino il suo ruolo di outsider. E in questo modo, a risaltare sarà soprattutto la dolente umanità del personaggio più che la singola interpretazione dell’attore».

Del resto la Compagnia de’ Colombari, nata in Italia – nel 2004 debutta a Orvieto animando le vie della città con le sacre rappresentazioni medievali – e attiva negli Stati Uniti, vanta un cast d’eccezione che rispecchia la sua vocazione internazionale: a interpretare Antonio sarà Reg E. Cathey, il grande Freddy di House of Cards, mentre nei panni di Shylock vi sarà, tra gli altri, Ned Eisenberg (uno dei protagonisti di Million Dollar Baby) e in quelli di Porzia, Linda Powell.

In omaggio a quella che è la storia e la tradizione del Ghetto, lo spettacolo verrà recitato in quattro lingue: inglese in prevalenza, ma anche italiano, dialetto veneziano e giudeo-veneziano. Così il monologo di Lancillotto/Arlecchino, interpretato da Francesca Sarah Toich e rivisitato secondo i caratteri della Commedia dell’Arte, sarà in veneziano, tradotto dal drammaturgo e poeta Walter Valeri.

Il pubblico resterà al centro del campo, mentre gli attori ne cingeranno i lati, andando a configurare uno spazio scenico che abbraccia alcuni dei luoghi simbolo del Ghetto: l’insegna del Banco Rosso, uno dei banchi di pegno, tre delle cinque sinagoghe della zona (Schole in veneziano) e il memoriale dell’Olocausto dello scultore lituano
Arbit Blatas, a tracciare una complessa stratigrafia della storia del luogo. «Il pubblico», prosegue la regista, «assisterà allo spettacolo immerso nella memoria del Ghetto. La possibilità di mettere in scena il dramma in uno spazio così ricco di storia e simboli rafforza il confronto tra l’opera e la sua ambientazione e tra il tempo di Shakespeare e il nostro. Shylock fa il suo ingresso nella scena e insieme a lui ci siamo anche noi».

[Foto in apertura di Andrea Messana]

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