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24 marzo 2016

‘Finnegans Wake’ | Un disonesto inflame

In questa puntata ospitiamo un guest translator, Edoardo Camurri, noto affinncionado di Joyce e di Finnegans Wake. La sua proposta di traduzione della frase wakeana lanciata due settimane fa, con l’autocommento che la accompagna, ci permette di fare luce sulle dinamiche che si attivano quando si tenta di tradurre un testo così caleidoscopico e polisenso
FABIO PEDONE
ENRICO TERRINONI

 

Scavando nelle risorse immaginali della propria lingua, rispecchiandola vitalmente in Joyce, lo “straduttore” evidenzia e libera alcune delle possibilità di senso compresse nel prisma della frase originale, fra attualità bizzarra e profezia obliqua, e nel rispetto dell’energia fondamentale dell’opera ricrea un nuovo testo che entra a far parte della galassia Wake.

«Grande Barbo, cristo in corsetto, inflame Holly Gaally. Un Vatusso nel nostro porto. Mi segna con la sua l’I.R.A. scagliando la sua poppa per la pappa, la mia pappa. Habemus Crisma Estatico!»

Camurri spiega: «Holly Gaally è un richiamo comico e parodico alla canzone di Edoardo Vianello dell’Alligalli che si esplicita immediatamente dopo con il riferimento al Vatusso, distruttore per eccellenza. L’allibratore disonesto, “welsher perfyddye”, è un infame che merita di finire in flame, cioè nelle fiamme infernali. Questo infame allibratore – l’Alligalli è un ballo degli anni Sessanta, l’Hully Gully, che si basa storicamente su un indovinello, quindi su una scommessa: ecco l’infame scommettitore – è San Patrizio, il patrono d’Irlanda che dal Galles portò ai pagani irlandesi la fede nel Graal (Galles + Graal, cioè cristianesimo, = Gaally; Hully diventa Holly, cioè sacro in inglese scritto male).

Ecco allora la scelta di tradurre così, cercando di mantenere, come gioco e divertimento blasfemo, molti dei riferimenti presenti in Joyce. Più avanti: “Mi segna con la sua l’I.R.A. scagliando…” si riferisce invece al fatto che questa schiumarola, questo mestolone (“baling scoop”), corrisponde anche alla lira, cioè a uno strumento caseario per rompere il caglio (il riferimento al latte della tetta scagliata arriverà tra poco), ma anche al simbolo irlandese, la Lira; chiamarlo “l’I.R.A.” è un modo per sottolineare come Joyce, in una sola parola, descrivendo la primissima azione del santo patrono d’Irlanda, riesca a racchiudere, esplosiva come una bomba, la futura storia drammatica d’Irlanda: dalla LIRA all’I.R.A.».

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Fra le altre proposte di traduzione ricevute, riportiamo quella di Giuditta Mauri: «Gran Bard-a-punta, incrociatore di corsetti, per(niente)fida Albione. Uno scassatorpediniere nel nostro (mar)porto. Mi ha battezzato con il suo mestolo di salvuotaggio. Giacciono nude le sue tettazioni per farsi poppare, per alliettarmi. Ecco San Nataltizio!».

Poi Domenico Pugliese: «Barbabiadile magnus, incrosciatore di cazzette che se la squaglia perfidinta. Cacciatorpediniere nel nostro porto. Iscritto a me con la sua sessola bailante. I suoi minnicapezzoli lasciati nudi per dare succhiate, per allattarmi. Ecce l’Agio Stuomcristo!».

Infine Marika Strano e Valentina Gulì tentano addirittura una versione in “finnsiciliano”: «Magnissimo Vanvarvuta, portammerso di crorsetti, mischese perfiddiato. Un cacciatorpediniere nel nostro porto. Mi ha fatto crocegno con il suo scooppino sculaacqua. Ha messo a nudo i suoi mammellezzoli per farli succhiare, per farmi assuckiare. Talìalu ‘ddu Sancristuomo».

C’è sempre un filo che resiste al di sotto delle tante trasformazioni del senso. Ed è per questo che il caleidoscopio di Finnegans Wake non può essere confuso con un delirio in fuga dal significato. Ogni traduzione è un atto critico e interpretativo, e in quanto tale svela anche le energie profonde della visione interiore; le associazioni di idee e di immagini brulicano, il pensiero aggancia altro pensiero e tira. Significati supplementari si generano nel tradurre parole inventate (le quali già nell’originale ne hanno tre o quattro): l’importante è che restino sotto controllo.

Il nodo di immagini fondamentale nel testo originale di Joyce era il rito del battesimo e il passaggio da un mondo pagano e barbarico al cristianesimo di San Patrizio. Viene più o meno colto in queste versioni giunteci dai lettori, e brilla di riflessi ulteriori nelle creazioni verbali più immediate e meditate, laddove l’approccio joyciano alla lingua istiga la loro capacità di ricreazione inventiva: ci si diverte nelle “tettazioni” e nell’”alliettarmi” di Giuditta Mauri, nel “se la squaglia perfidinta” di Domenico Pugliese, nello “scooppino sculaacqua” anglo-siculo di Strano e Gulì, che in “Vanvarvuta” arrivano ad adombrare sia “vanvera” che “barbaro”.

Ma ad esempio Camurri, oltre a giocare sul piano sonoro (“la sua poppa per la pappa”) nell’ultima esclamazione riesce anche a salvare uno dei livelli simbolici di significato disseminati in tutto il Finnegans Wake, e cioè la sigla HCE, che segnala il protagonista Humphrey Chimpden Earwicker.

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La prossima sfida traduttiva che proponiamo, e a cui potete rispondere oltre che usando la mail di redazione di Pagina99 anche su twitter (@fbpedone e @EnricoTerrinoni) si condensa in un’unica parola: «Shapesphere» (FW 295.4). Joyce, il bardo di Erin, volge spesso lo sguardo oltre il canale di San Giorgio, all’altro bardo rivale, il cigno di Avon, William Shakespeare. In Finnegans Wake il suo nome è oggetto di diverse trasfigurazioni. In «Shapesphere» si fondono l’immagine del forgiatore (to shape) e quella del creatore di mondi, di altri globi. Nel suo Globe Theatre andava in scena lo spectaculum mundi.

Ma l’artista è anche un demiurgo il cui spettacolo talvolta induceva paura (fear). Probabilmente questo precipitato verbale richiama anche la forma peculiare della struttura di Finnegans Wake, una sfera: è infatti un libro che non comincia e non finisce, e il cui centro è virtualmente in ogni pagina; un libro che è uno specchio vivo e cangiante, che plasma la coscienza del lettore in un teatro onirico – e da lei, dalle sue molte voci, si fa plasmare.

[Foto in apertura di Roy Rainford / Robertharding / Corbis]

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