(131107) -- NEW YORK, Nov. 7, 2013 (Xinhua) -- Pedestrians pass by a giant logo of Twitter hanging on the front gate of the New York Stock Exchange (NYSE) in New York, U.S., Nov. 7, 2013. Social network giant Twitter Inc. began trading under the symbol "TWTR" on the New York Stock Exchange and closed at 44.9 dollars on Thursday. (Xinhua/Wang Lei)
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Dieci anni di Twitter, il salotto della borghesia digitale

Attorno al simbolo # abbiamo vissuto momenti cruciali della nostra epoca. Così, la piattaforma di micro blogging è oggi il simbolo della disintermediazione. E ci ha insegnato cosa voglia dire vivere connessi. Lato business, reggere la sfida con Facebook è sempre più difficile. Ma la soluzione non è nei numeri. Bensì nelle culture digitali che sul sito trovano spazio
GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

 

Twitter, forse più di Facebook, è diventato il termometro della nostra vita connessa. Almeno nella percezione collettiva delle persone e in quella di soggetti istituzionali come la politica e i mass media. I Trending Topic scandiscono spesso le polemiche giornaliere tra i partiti, indicano le news da seguire. E punteggiano le serate della social television dei più diversi eventi mediali, tanto che Nielsen Social ne ha introdotto la misurazione.

La centralità di Twitter prescinde dall’uso capillare e concreto – sono 6,3 milioni gli utenti italiani che twittano almeno una volta al mese – ha piuttosto a che fare, da una parte, con il rapporto che si è creato tra la comunicazione su Twitter e il mondo dell’informazione dei media mainstream; dall’altra riguarda la penetrazione dell’uccellino azzurro nell’immaginario sociale su Internet. Il sito di micro blogging è diventato in questi anni il simbolo della disintermediazione e dell’empowerment di “we the people”, secondo la retorica di dare voce alle conversazioni dal basso. È una storia che si è costruita in dieci anni attraverso la capacità di mettere in relazione le parole dei singoli, portandoli ad avere visibilità di massa.

Nel 2008, due anni dopo il primo tweet del co-fondatore Jack Dorsey, lo studente americano James Buck (@jamesbuck) posta un messaggio di una sola parola “Arrested” raccontando così al mondo di essere stato fermato dalla polizia egiziana durante una protesta anti-governativa. È con questo primo caso che Twitter ci ha mostrato la possibilità di promuovere una causa in modo collettivo attraverso i continui re-tweet. Dando vita a una mobilitazione online che ha fornito alla vicenda una visibilità pubblica tale da arrivare ai media di massa in tempi rapidissimi. Le autorità, sorprese dal clamore mediale generato a partire da Twitter, hanno rilasciato James. Che lo ha comunicato con il tweet “Free”.

Ma è anche il primo momento in cui possiamo osservare come si strutturi il rapporto tra Twitter e il mondo dell’informazione. Twitter amplifica la voce “dal basso” a favore dei media mainstream che ne diventano spesso il megafono. Ricordiamo tutti l’attenzione dei media per #ArabSpring nel 2011 a sostegno delle proteste pro-democratiche in Tunisia, riportate da molte testate, enfaticamente, come una “Twitter revolution”.

Twitter ha cambiato il rapporto con l’informazione, diventando spesso una fonte capace di riportare testimonianze dirette ai fatti, raccontare in tempo reale gli eventi, dare voce senza mediazione ai protagonisti. È il tweet di Sohaib Athar (@ReallyVirtual) che anticipa, inconsapevole, la notizia dell’assalto dei Navy Seals in Pakistan al rifugio di Osama bin Laden: “Helicopter hovering above Abbottabad at 1AM (is a rare event)“. Lo storify dei suoi tweet, dal rumore dello schianto di un elicottero alla diffusione della notizia della morte di Bin Laden, diventano parte del racconto giornalistico delle ore successive.

Ma la velocità di propagazione dell’informazione ne ha fatto anche uno strumento di propaganda, come raccontano l’uso che viene fatto dall’Isis e le centinaia di migliaia di account chiusi in questi mesi perché associati al terrorismo. Più in generale, Twitter ci ha insegnato però il senso della connessione.

L’uso di hashtag ha successo per la volontà degli utenti di aggregarsi attorno a specifici temi. Attorno al simbolo # abbiamo vissuto quindi momenti leggeri e intensi della nostra epoca: da quel #RIPMichaelJackson che ci ha insegnato a celebrare il lutto globale online, al #vote5sos – 78 milioni di Tweet durante gli Mtv Video Music Awards 2014 per il gruppo pop punk 5 Seconds of Summer – fino a quel #JeSuisCharlie, forte reazione emotiva all’attentato di Parigi, che ci ha scossi in modo così complesso da aver fatto emergere anche un #JeNeSuisPasCharlie. La ricercabilità degli hashtag e la possibilità di dare visibilità a quelli capaci di far partecipare velocemente grandi quantità di persone ci ha coinvolti in azioni umanitarie, come #IceBucketChallenge, e in contestazioni sociali come in seguito all’uccisione del diciottenne disarmato Michael Brown a #Ferguson.

I dieci anni di vita che compie Twitter rappresentano un pezzo del racconto di una realtà vissuta con il digitale in mobilità, che ci ha mostrato come online e offline siano due modalità coalescenti e non distinte. “Coalescente”, per come lo ha usato Henri Bergson in Materia e memoria, rende bene l’idea di come la realtà reale e quella digitale siano parte di una stessa realtà, perché abbandonano qualcosa della loro purezza originaria per inserirsi l’una nell’altra. Questa sensazione di abitare nello stesso tempo spazi diversi, online e offline, che collassano l’uno nell’altro, l’abbiamo imparata a vivere da subito e per prima con Twitter.

Il resto è mercato. Twitter è un rilevante player del business che può ruotare attorno ai social network. Però la sua centralità nell’immaginario su Internet fatica a tradursi in competitività contro un avversario come Facebook. Nel 2016 Twitter dovrebbe a conquistare il 9% della spesa pubblicitaria mondiale sui social network; Facebook arriverebbe al 65%.

I cambiamenti nel tempo − poter incorporare link, foto e video, fare streaming con Periscope, inviare messaggi diretti, lanciare sondaggi − non hanno stimolato un’adeguata crescita di utenti (320 milioni di Twitter contro 1,5 miliardi di Facebook), in particolare tra i giovani. E la società di San Francisco in dieci anni non ha chiuso in attivo il bilancio, perdendo anche metà del valore dalla quotazione in borsa del 2013.

Twitter sta lavorando su un rilancio con il nuovo Ceo Jack Dorsey − quello del primo tweet − ma i tentativi di andare in direzione di una maggiore facilità e comprensione dell’ambiente per un nuovo pubblico, come l’uso di un algoritmo che liberi i tweet dall’ordine cronologico per presentare i più interessanti (secondo la logica dell’algoritmo di Facebook), vengono osteggiate dallo zoccolo duro degli user storici.

Forse però pensare in termini di numerosità delle presenze non è la metrica migliore per un ambiente di social networking come questo. Si tratta piuttosto di capire come tradurre in valore le culture partecipative che su Twitter più che altrove trovano il loro senso e quindi come rendere remunerativa una realtà comunicativa in cui politici e media sono presenti e attivi, assieme a influencer (spesso opinion leader) capaci di far propagare i contenuti e renderli parte di una sfera pubblica. In un certo senso, la sfida sta nel mettere a valore Twitter come salotto della nuova borghesia digitale.

[Foto in apertura di Wang Lei / Xinhua / Eyevine]