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20 marzo 2016

Contro i ‘nativi digitali’

La definizione di Marc Prensky ha finito per contrapporre adolescenti e adulti. Traducendosi spesso in un rifiuto a capire. Ma oggi è richiesto un atteggiamento diverso. E radicale. Dobbiamo diventare (tutti quanti) dei cittadini digitali. Il punto di partenza è costruire una narrazione diversa sul rapporto tra genitori e figli nel digitale. Se ne è parlato al festival Famiglia punto zero al Maxxi di Roma
GIOVANNI BOCCIA ARTIERI*

 

È così. Nel tempo abbiamo costruito una narrazione consolatoria sugli adolescenti e Internet. Quella che ruota attorno alla definizione di “nativi digitali”. A coniare il termine (digital natives) fu Marc Prensky nel 2001 riferendosi agli studenti d’oggi: «Sono tutti “madrelingua” del linguaggio digitale dei computer, videogiochi e Internet».

Ma si tratta di una narrazione generalista, basata su caratteristiche e abilità alle quali gli adulti, definiti per contrapposizione digital immigrants, non accedono. Tutti gli adolescenti sono uguali di fronte al digitale e hanno la medesima competenza liguistica? Niente affatto. È un modo di guardare alle giovani generazioni, ormai entrato nel sentire comune, che in fondo ci deresponsabilizza: “loro ne sanno”, hanno conoscenze e abilità, sono adatti al digitale per nascita. Crea una distanza tra noi (immigrants) e loro (native). E, spesso, in una rinuncia a capire. Cosa che, eventualmente, facciamo con gli occhi degli adulti, concentrandoci su pericoli e limiti.

Forse è venuto il momento di chiederci, piuttosto, che rapporto esiste tra adulti e adolescenti, tra genitori e figli, tra educatori e alunni nel digitale. Ovvero, come possiamo diventare – tutti – dei cittadini digitali. Come spiega Mark Ribble, dobbiamo confrontarci con le regole che rendano responsabile e appropriato il nostro comportamento nell’uso delle tecnologie. Superando, anche nell’educazione al digitale, due elementi su cui ogni intervento di sensibilizzazione e formazione ha sinora lavorato: il tema della sicurezza e la costruzione di una visione critica che insegni a distinguere la qualità (e veridicità) nell’informazione che troviamo online.

Una vita digitale sicura e senza bufale è senz’altro augurabile. Ma oggi ci è richiesto un atteggiamento più radicale, perché gli adolescenti, in quanto nativi digitali, hanno dei diritti che vanno rispettati e sostenuti. Il diritto a trovare una propria voce nella dimensione digitale. Il diritto a costruire connessioni con altri. Il diritto a contribuire all’opinione pubblica attraverso l’espressione libera di pareri, commenti, ecc.

Tutto dipende dalla capacità di abitare il digitale, superando finalmente il dualismo fra una realtà online e una offline. La capacità espressiva che gli adolescenti costruiscono sul web, i rapporti che intessono tra sistemi di messaggistica e social media, e anche la capacità di influenza in un discorso pubblico – che possono assumere consapevolmente online – sono qualità del cittadino di domani. Che hanno a che fare con gli atomi e non solo con i bit.

Educare gli adolescenti a capire come attraverso il digitale possono influenzare il mondo che li circonda è il compito che da adulti possiamo assumerci. Un compito che ha a che fare con una competenza sul senso più che sulla tecnica. Cominciare a costruire una narrazione diversa sul rapporto tra noi e i nostri figli nel digitale è un punto di partenza.

 

Di questi temi si discute a Famiglia punto zero, “Il festival delle famiglie che cambiano”, domenica 20 marzo 2016 al MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma.

*Professore ordinario di Sociologia dei media digitali e Internet studies all’Università di Urbino Carlo Bo

 

[Foto in apertura di Stefano Dal Pozzolo / Contrasto]

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