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11 marzo 2016

Nostra signora Maria che sta stirando mentre ci guarda

«Tu parlagli della fase». Memorie liturgiche del vecchio Pci, in una piovosa domenica con Renzi in tv e la sparuta base alle primarie degli spiccioli. Il commento dal nuovo numero di pagina99 in edicola
ALESSANDRO ROBECCHI

 

Marozzi capì dove buttava il vento e per ammorbidire i toni della discussione usò l’espediente che gli aveva suggerito Sisti. Parla della “fase”, gli aveva detto. A dei comunisti, se gli parli della fase e gli dici con convinzione che questa è una fase che richiede prudenza vedrai che si calmano…

Provvidenza rossa, il bel romanzo di Lodovico Festa (Sellerio, 2016) è davvero strabiliante. È un giallo, vero, ma la storia noir quasi svapora a fronte del contesto in cui è immersa, il Pci degli anni Settanta, la fittissima ragnatela di burokratia e di apparato, il breznevismo de facto dove ognuno risponde all’altro, poi all’altro, le sezioni, le federazioni, il provinciale, i probi viri, la direzione nazionale, la segreteria, addirittura al Comitato Centrale. La Ditta – per dirla con Bersani Pierluigi, parlandone da vivo – alla sua massima, macchinosa e rassicurante potenza. Avendo passato anni all’Unità di Milano quando ancora tutto quel mesozoico togliattian-dadaista funzionava, leggevo con un misto di nostalgia e stupore: era successo davvero? Davvero c’è stato un giorno in cui a noi comunisti (sic) bastava parlare della “fase” per imbesuirci?

Ma era una domenica piovosa, e tra il libro e la tivù il tempo passava, e a un certo punto compariva sulla rete ammiraglia berlusconica Canale 5 il Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Parlava con Barbara D’Urso, sacerdotessa della sottocultura catodica pomeridiana, e lo faceva nel miglior Silvio-style mai visto. Spiritoso e affabile, rassicurante e ciarliero fino al cialtronismo tutt’altro che involontario, anzi: rivendicato. A un certo punto, parlando di pensioni, si rivolgeva alla «signora Maria che sta stirando mentre ci guarda»… Ecco. Fulmine. Stava parlando della “fase”. Se gli dici con convinzione che questa è una fase… ecco. Cortocircuito totale: i comunisti della sezione Sempione, a Milano, negli anni Settanta, le signore Marie che stirano guardando il peggio della tivù commerciale nel 2016… la narrazione della “fase” funziona sempre, funziona ancora. Vertigine.

Le telecamere di Canale 5 non erano le uniche in funzione domenica 6 marzo. C’erano, all’opera, anche quelle di Fanpage, sito indipendente che andava a curiosare fuori dalle sezioni Pd di Napoli, dove si celebrava la “grande festa della democrazia” (sic) delle primarie per il sindaco. Un vaso di Pandora da cui usciranno per giorni vergogne grandi e piccole. Consiglieri e capigruppo del Pd che forniscono ai passanti qualche euro per votare («Vota la femmina», cioè la candidata renziana Valeria Valente), e poi cosentiniani ed esponenti della destra più zozza che cammellano gente al voto, porcherie grandi e piccole. La “femmina” (lo sapremo a tarda sera) vincerà per pochi voti (452) battendo il grande vecchio Bassolino.

L’apparato – senza tirare in ballo la fase – farà la faccia stranita dicendo che il risultato non si tocca (Serracchiani), o parlando di piccoli episodi (Orfini), o coprendosi di ridicolo sostenendo che si prestavano spiccioli agli amici per votare secondo coscienza (Francesca Puglisi, senatrice Pd). La sensazione, insomma, è che di quella poderosa macchina burocratico-ideologica che fu la maggior forza della sinistra sia rimasta oggi nel partito volatile di Renzi solo e soltanto la narrazione della “fase”, soave bugia per tener buona la base, e poco importa se la base non c’è più, la «signora Maria che stira mentre ci guarda» ne farà le veci alle urne. Almeno si spera. Il resto, zero.

Ciò che era partecipazione e confronto, persino barocco nella sua gerarchia di apparati, è oggi un partito in franchising. La Ditta è polverizzata, concessa in gestione a questo e a quello, affidata ai potentati vincenti: i cuffariani in Sicilia, i verdiniani a Roma, i renzisti di derivazione fighetto-bancaria (Lotti, Boschi) in Toscana, il giglio magico democristiano a Palazzo Chigi e al Nazareno. Di quell’antico apparato – grottesco nella sua complessità gerarchica – non rimane più nulla se non, appunto, la  narrazione spinta, l’indorare la pillola, lo storytelling della “fase”. Come si sia passati in poco più di trent’anni dalle grotte umide del piciismo ai padiglioni post-ideologici del renzismo-verdinismo sarebbe difficile – e lungo – raccontare.

Ma è un fatto, la distanza è siderale: di là il piombo, di qua la plastica, di là i mammut, di qua gli androidi replicanti. Con la “fase” sempre uguale, però: non attaccare troppo se all’opposizione (la fase richiede prudenza), non spingere troppo se al governo (la fase richiede prudenza). Una grande forza, ieri poderosa oggi dinamica. Ieri corrucciata oggi smart, ieri ideologica oggi jovanottesca. Ma, alla fine, una grande forza immobile. La “fase” è sempre quella. Non gridare troppo, non pretendere troppo, non irritare i poteri forti, le rendite di posizione, il capitalismo straccione ma ancora potente. Che alle fregnacce sulla fase — ieri e oggi — non  ci ha mai creduto, per un fatto molto semplice: è lui “la fase”, e non bisogna disturbarlo.

[Alberto Pizzoli /Afp / Getty Images]

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