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11 marzo 2016

L’educazione sentimentale al tempo di WhatsApp

Una mancata risposta si misurava, all’epoca delle vecchie corrispondenze, in settimane o mesi. La chat necessita, richiede e dunque impone una reazione immediata. Articolo tratto dall’approfondimento di Giorgio Biferali sulle lettere d’amore, pubblicato sul nuovo numero di pagina99 in edicola
GILDA POLICASTRO

 

Come sarebbe andata agli amanti dell’Éducation sentimentale se avessero avuto Facebook o WhatsApp. Dopo l’impatto canonico degli occhi nel primo incontro occasionale, a Frédéric sarebbe bastato conoscere il nome della donna per aggiungerla su Facebook e poi di là, senza tormentose mediazioni o sospirose attese, sarebbe partita una chat. La notte fatale del voto, a Mme Arnoux sarebbe stato possibile correggere il primo rifiuto con l’emoticon del pericolo scampato (uno smile o un adesivo funny, scaricabile gratuitamente dallo store). E magari prima di quell’ultimo incontro in cui Frédéric sarebbe stato costretto a  registrare il definitivo estinguersi della giovinezza e della passione, qualche foto profilo almeno avrebbe potuto instradarlo sull’evidenza dell’incanutirsi dell’amata.

D’altro canto, da quando esiste WhatsApp, pare siano aumentati i divorzi (secondo i matrimonialisti l’applicazione verrebbe chiamata in causa nel 40 % dei casi), così a M. Arnoux non sarebbe stato difficile, se avesse potuto accedere allo smartphone con relativa password della moglie, scoprirne l’eventuale carteggio, pardon le chat intercorse con Frédéric, e porle l’alternativa tra la rimozione del contatto e la separazione con prove inoppugnabili: la doppia spunta, l’ultima visita, e quei messaggi, altro che leurs yeux se rencontrèrent. Se l’iperconnessione abbia intensificato o complicato le relazioni reali è motivo su cui fu chiamato più volte a esprimersi Umberto Eco, che trovava falsificante il contatto via email («si può ignorare, a differenza della comunicazione tradizionale, dove si trovino emittente e destinatario»), ma non poteva non riconoscergli il vantaggio dell’immediatezza.

Si tratta però, come si è visto, di un’arma a doppio taglio, soprattutto in ambito privato: un’articolata profferta d’amore richiedeva ben altre cautele e convenzioni, non del tutto accessorie o trascurabili. I libri che scavano negli epistolari dei grandi autori ci dicono di passioni e di corrispondenze tormentate, virulente o reticenti (negli ultimi anni Celan/Bachmann, Aleramo e i suoi amanti, ultimissimo Céline), ma mai riducibili alle diatribe scatenate dall’introduzione della “seconda spunta”, con cui il mezzo diventa davvero il messaggio, come non ci stanchiamo di ripetere con Marshall McLuhan.

È da quel giorno che gli amanti dormono sonni agitati, per l’accresciuta possibilità di verifica dei movimenti virtuali (possibilità che Antonio Pascale, nell’omonimo libro, pone tra le “aggravanti sentimentali”: «lo ammetto, sono uno che controlla gli ultimi accessi a WhatsApp»), rispetto ai telefonini appena naviganti di una volta, per i quali rubricare  l’amante con il nome dell’amica del cuore o del capo risultava misura cautelativa necessaria ma anche sufficiente (e su questo espediente diffuso gioca la gag tra Giallini e Mastandrea nel recente Perfetti sconosciuti: «Ma Steve Jobs non era morto?».«Perché, se invece era vivo chiamava mia moglie?»).

Le astuzie degli innamorati digitali sarebbero state di grande ostacolo ad Albertine nella Recherche. Non per caso, ma per accanito calcolo degli accessi, quel Marcel sarebbe arrivato ad appurare che sì, quella volta, alla soirée Verdurin con Mlle Vinteuil, c’era poi davvero andata, la prigioniera sfuggita al suo controllo. È più semplice? È più complicato? La passione d’amore dalla sua origine lirica si fonda sullo spasmo e sull’attesa e questo sentire angosciastico la comunicazione virtuale lo amplifica proprio entro un sistema che avrebbe, in teoria, accorciato i tempi di reazione. Se una mancata risposta si misurava, ai tempi delle comunicazioni postali, in settimane o mesi e la lettera poteva ben smarrirsi o finire in mani improprie, la chat necessita, richiede e dunque impone una reazione immediata, perciò il tempo di resistenza massima si riduce a qualche istante d’impazienza e insofferenza, esaurito il quale partono le congetture negative, il malinteso, il battibeccare: «hai visualizzato e non mi hai risposto», «eri online, con chi chattavi» e via così.

Oltre all’immediatezza e alla possibilità del controllo, gioca a favore dei nuovi media la concisione: quando, in Ritratto di signora di Henry James, Mr Touchett fa riferimento ai telegrammi incomprensibili di sua moglie, lei si può schermire  con la necessità materiale («l’essere chiari costa troppo»): su WhatsApp, per annunciare il ritorno a casa con una nipote destinata a creare scompiglio, le sarebbe bastata una faccina-emoticon, ma allo stesso costo si sarebbe ingaggiata una chat interminabile. Non resta alcun dubbio su cos’avrebbe preferito, in ogni caso, Mrs Touchett.

[Foto in apertura di Getty Images]

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