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5 marzo 2016

Diciannove più uno, la svolta del G20 lascia sola la Germania

I bazooka monetari non bastano. Le manovre fiscali servono. L’inflazione oggi non è un pericolo. La sconfessione di Merkel-Schauble, in tre mosse. Il commento dal nuovo numero di pagina99 in edicola
FRANCESCO SARACENO

 

L’incontro dei ministri dell’Economia del G20 che si è svolto in Cina la settimana scorsa ha segnato la fine della grande illusione a cui i leader dei Paesi avanzati si erano disperatamente aggrappati fino a oggi. Le difficoltà dell’economia cinese, le incertezze legate al prezzo del petrolio, un sistema bancario che sembra ancora troppo fragile, i mercati finanziari sempre più nervosi; sono i più importanti fattori che hanno condotto tutte le istituzioni internazionali, ultima in ordine di tempo l’Ocse, a rivedere al ribasso le loro stime di crescita per l’economia mondiale.

Ma c’è di più. Leggendo tra le righe il comunicato finale dell’incontro del G20 si può notare che dopo il Fondo monetario internazionale, dopo l’Ocse, dopo Mario Draghi e la Banca centrale europea, anche i ministri dei paesi più avanzati sembrano certificare, indirettamente, che le politiche messe in campo fino ad oggi non sono state efficaci come qualcuno aveva potuto sperare. Questo tardivo riconoscimento potrebbe essere importante soprattutto per la politica economica europea che, testardamente, riposa ancora oggi sul binomio riforme/austerità.

Tre punti del comunicato finale possono essere sottolineati.Il primo è che finalmente si prende atto ufficialmente del fatto che la politica monetaria, per quanto si alambicchi a trovare ogni mese nuovi strumenti non convenzionali, non è sufficiente a risollevare l’economia. Per motivi di cui abbiamo già parlato su pagina99, consumatori e imprese non desiderano aumentare la propria spesa, e le istituzioni finanziarie non sono ancora pronte a prendere rischi eccessivi. In queste condizioni, ogni iniezione di liquidità nel sistema viene risparmiata, e non ritorna in circolo sotto forma di domanda di beni.

Il secondo punto importante è che il comunicato del G20 si pronuncia esplicitamente per un uso più aggressivo della politica fiscale, da usarsi non semplicemente in supporto della politica monetaria, ma congiuntamente ad essa. Certo, il comunicato si affretta a richiamare la necessità che il debito resti su un sentiero sostenibile. Ma qui la formulazione del testo è fondamentale: la politica fiscale è necessaria per stimolare la crescita e garantire così la solidità delle finanze pubbliche e la sostenibilità del debito. I ministri del G20 avallano così implicitamente la tesi che la miglior ricetta per garantire la sostenibilità del debito sia da ricercarsi nella crescita robusta dell’economia. Un cambio di prospettiva significativo rispetto al mantra tristemente noto in Europa che il consolidamento fiscale sia la precondizione per ritrovare la crescita.

Il terzo elemento di rilievo del meeting della settimana scorsa, infine, è il più politico e quello potenzialmente più rilevante l’economia europea. Al suo arrivo a Shanghai il ministro dell’Economia tedesco Wolfgang Schauble aveva tenuto a rendere il più possibile esplicita la già nota opposizione tedesca ad ogni piano coordinato di rilancio dell’economia. Come un disco rotto Schauble ha ripetuto che le politiche monetarie accomodanti rischiano di produrre inflazione, che il modello di crescita fondato sull’indebitamento pubblico ha raggiunto i suoi limiti, e che lo stimolo fiscale potrebbe mettere in pericolo le riforme strutturali, il solo strumento utile a garantire una crescita sostenibile. Nessuna di queste affermazioni è stata evocata nel comunicato del G20, che si è anzi spinto a sostenere che il sostegno all’economia nel breve periodo, e quindi la politica economica attiva osteggiata dal governo tedesco, è una precondizione per la crescita di lungo periodo.

La Germania è insomma isolata tra i Paesi del G20, e le sue posizioni sono sostanzialmente ignorate dai suoi partner. Questa tensione testimonia purtroppo dei rischi che incombono sull’economia mondiale, che rischia di ripiombare in una nuova recessione dopo quella devastante del 2008. Ma potrebbe portare a nuovi sviluppi in Europa che, giova ricordarlo, non è ancora uscita dalla crisi precedente. Certo, la presa della Germania sulla politica economica europea è ancora salda, e conta sul supporto di importanti paesi così come di parti delle istituzioni europee.

Ma l’isolamento tedesco in seno al G20, mai così lampante, si aggiunge al fallimento dell’austerità in Europa, testimoniato da importanti sviluppi elettorali recenti (dopo la Grecia sono venuti il Portogallo, la Spagna, e ora l’Irlanda), e dal crescere del populismo euroscettico di destra. È difficile vedere come Angela Merkel, indebolita tra l’altro dalle polemiche interne sui rifugiati e dalle contestazioni che provengono anche dal partito alleato della Csu, possa continuare ad imporre ai propri partner politiche ormai sconfessate dalla quasi totalità delle istituzioni internazionali (la Commissione Europea è ormai rimasta tristemente sola) e dagli altri Stati membri del G20.

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