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5 marzo 2016

Le ‘spalle’ del cinema sotto i riflettori

A dettar legge nella scelta degli attori non protagonisti sono gli incassi precedenti. Così, gli esordienti sono tagliati fuori. E anche chi ha una lunga esperienza nel teatro. Alcuni libri recenti, però, rendono omaggio all’arte del caratterista. Tra glorie del passato ed eccezioni odierne desiderose di rivincita. L’approfondimento continua sul nuovo numero di pagina99 in edicola
ROBERTO SILVESTRI

 

Agli inizi degli anni Sessanta la giovane starlette rampante Jane Fonda adulò ingenuamente Marilyn Monroe, ormai trentenne: «Chissà quante meravigliose parti potrai recitare quando sarai vecchia!». «No, no, no − rispose la diva − Quelle parti le lascio tutte a te». Sorrentino, che ha ambizioni e finanziamenti internazionali, ne ha approfittato in Truth. Mentre il cinema nazionale non sa giovarsi, se non saltuariamente, di caratteristi, giovani o esperti. L’eccezione? Maurizio Micheli, Ludovica Modugno e Ninni Bruschetta in Quo Vado?, uno dei pochi film non internazionali che però abbiamo esportato in tutto il mondo.

Se è deprimente fare l’attore cinematografico e mendicar pose di qua e di là, è altrettanto frustrante, di questi tempi, essere direttore di casting in Italia. La scelta degli attori non protagonisti e dei caratteristi per i film o per le fiction è ormai affidata solo all’algoritmo (oltre che ai capricci dei finanziatori). Secondo la legge del cinema in vigore, gli accessi ai finanziamenti si basano sulla presenza di attori e creativi provvisti di “referenze”. Dunque sono gli incassi dei film, o l’audience tv, precedenti a dettar legge e imporre uno star system approssimativo.

Fantastico, soprattutto per gli esordienti. Tagliati fuori. Ma anche per i grandi attori teatrali del passato che il cinema trasformava in caratteristi insigni (Zoppelli, Viarisio, Calindri…) ma che oggi non si vede l’ora di rottamare (pensiamo a Flavio Bucci o a Umberto Orsini). Eccitante situazione, lo diciamo in senso sarcastico, soprattutto in un ramo industriale come questo. Che esige l’innovazione, la ricerca, il dinamismo, la trasformazione, ma anche la rigenerazione continua, come programma minimo. E invece, per tutti i film in cantiere c’è un solo caratterista a interpretare tutti i ruoli: è l’attore numero uno negli incassi.

Se il format, però, non viene deformato che format è? C’è molto lavoro di dettaglio da fare sullo standard, sennò è un ferro vecchio. Quale strategia di resistenza in atto possiamo allora suggerire? Quella del colonizzato, del resistente, del clandestino e del profugo. Scappare dall’Italia, per esempio. Oppure disinteressarsi del cinema semi-industriale mainstream e inventare altri circuiti sotterranei. Il web, per esempio, per quanto già colonizzato da grossi finanziamenti esso sia.

L’immagine di resistenza che salta più all’occhio oggi, però, è quella della “parabasi” nella tragedia greca. Il termine designa le astuzie del figurante, del caratterista, dell’attore subalterno, che sta ai margini e che cerca di distogliere l’attenzione dal fronte della scena, di sabotare costantemente l’azione principale. Era la tattica usata proprio dai nostri grandi caratteristi del passato, Giacomo Furia, Galeazzo Benti, Carlo Croccolo, i Carotenuto, Cannavaro… Ha un solo inconveniente. Se la macchina funziona malamente si accorgeranno di te solo quando sarai morto.

Per ovviare a questo inconveniente, a parte il lavoro stracult di Marco Giusti, sono uscite negli ultimi tempi interessanti biografie e autobiografie. Raccontano la loro incursione “dinamitarda” nel cinema italiano degli anni d’oro (1960-1970) due carriere diversamente geniali. Quella di Ezio Cardarelli, E poi cominciatti a fa’ l’attore”, prima ed unica biografia autorizzata dalla famiglia di Franco Lechner in arte Bombolo (editore Ad est dell’equatore, 2014), omaggio al caratterista che ha imposto pesantemente, e perfino volgarmente, la sua maschera di popolano romano; e quella scritta con Tiberio Murgia, il siciliano irascibile e geloso di 150 commedie (che in realtà era sardo), da Sergio Sciarra: Il solito ignoto (edizione Insieme Pescara, 2004) che è anche il titolo di un bel documentario del 2014 del giornalista e critico sardo Sergio Naitza, sottotitolo La vita acrobatica.

Due attori, questi ultimi, presi dalla strada  e di professionistica “naturalezza”, che si differenziano dal caratterista di secondo tipo: il versatile. Per esempio il messinese Ninni Bruschetta, performer colto, protagonista della scena teatrale, regista sofisticato che al cinema e in televisione diventa attore di supporto, capace di ogni trasformazione: il ministro Magno, cinico politico di Quo Vado?; Duccio, direttore della fotografia nella serie tv Boris; Alfiere, che arrestò il boss Provenzano in Squadra antimafia; Ninni Cassarà, commissario del pool antimafia in Paolo Borsellino. Ninni Bruschetta racconta le sue esperienze teatrali, televisive e cinematografiche, dall’interno, in un volume appena pubblicato da Fazi, Manuale di sopravvivenza dell’attore non protagonista, che segue il più teorico Sul mestiere dell’attore (ed. Bompiani, 2010).

[Foto in apertura Courtesy Everett Collection / Contrasto]

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