GIANNI AGNELLI CARLO DE BENEDETTI 1984

Repubblica e La Stampa, foto d’epoca ritoccate

A leggere le cronache interne della fusione, sembra quasi che l’operazione fosse scritta nel Dna dei gruppi. Una storia riscritta male: il mondo è cambiato, l’editoria soffre, questa operazione è forse obbligata, ma lasciate stare le radici comuni
RINALDO GIANOLA

 

Alla fine, leggendo le pagine di Repubblica e La Stampa corredate da foto d’epoca in bianco e nero, bisognerebbe convincersi che la clamorosa fusione tra i due giornali fosse già scritta nel Dna degli azionisti e degli editori, pure di alcuni direttori che hanno accompagnato nei decenni i successi e le trasformazioni delle testate. Carlo Caracciolo, editore de l’Espresso, non era forse assiduo di casa Agnelli per rapporti di parentela? Ed Eugenio Scalfari, fondatore e direttore de la Repubblica, non aveva un legame fortissimo con Torino essendo il genero di Giulio De Benedetti, storica guida de la Stampa? La via familiare per interpretare gli affari può essere utile e non è nuova in Italia dove il capitalismo di relazione si è alimentato per decenni di un familismo declinato in mille forme per nascondere fallimenti e vergogne impresentabili.

Però non bisogna esagerare, non si può abusare delle presunte radici comuni tra Torino e Roma come scrive Ezio Mauro su Repubblica, per giustificare una concentrazione di potere e di giornali che restringe ulteriormente la competizione della carta stampata, produrrà tagli e sacrifici, ridurrà le prospettive di sviluppo di un settore già disastrato. Strano, poi, che in questo caso non ci sia nessun allarme per il mercato, la concorrenza, il controllo delle risorse pubblicitarie. Se ci fosse di mezzo Silvio Berlusconi chissà che baraonda, com’è avvenuto per Mondadori-Rcs Libri.

Spiegare l’operazione L’Espresso-La Stampa-Il Secolo XIX con una presunta comunanza di interessi e ideali politici e culturali dei protagonisti in campo non rende un buon servizio, è un’interpretazione che non coglie il punto. Il punto è che negli ultimi quarant’anni non c’è stato niente di più distante nel panorama imprenditoriale, e anche editoriale, tra la filosofia degli Agnelli e quella di Carlo De Benedetti, tra la Fiat e l’Olivetti dell’Ingegnere. Da una parte, in Fiat, l’esercizio di un capitalismo autoritario, come la cavalleria sabauda disse una volta De Benedetti, e paternalista; dall’altra, in casa dell’Ingegnere che comunque non è Camillo Olivetti, la speranza o l’illusione di un’impresa aperta agli interessi non solo degli azionisti ma anche dei dipendenti e delle comunità in cui opera.

Quando il giovane De Benedetti lascia la Fiat dopo averla guidata per 100 giorni spiega che «non si può costruire auto con dei coglioni». Umberto Agnelli irriderà l’Ingegnere ricordando che il suo unico lascito fu una foresteria per i manager, soprannominata il “resto del carlino”. Per oltre vent’anni la Fiat di Cesare Romiti e la Cir di De Benedetti si sono combattute pubblicamente e nei luoghi del potere – cioè le stanze di Mediobanca e del governo – cercando di conquistare posizioni di maggior forza, utilizzando a questo proposito, e senza troppe cortesie con i direttori, anche i loro adorati giornali. Quante paginate sono state scritte sul capitalismo della Fiat, sulla formula di Romiti che le aziende si controllano e si sviluppano possedendone la maggioranza, mentre De Benedetti teorizzava la figura moderna dell’azionista di riferimento che con una quota importante, ma piccola, di capitale decide le strategie e sceglie i manager di un’impresa?

La realtà, oggi, è che De Benedetti realizza un take over amichevole su un vecchio e prestigioso concorrente, per di più torinese, per cui la soddisfazione dell’Ingegnere è doppia. Gli eredi Agnelli lasciano il giornale del nonno, che Scalfari definiva “l’avvocato di panna montata” a proposito di radici comuni, perché costretti da Sergio Marchionne che non sa cosa farsene della carta stampata. Gli azionisti di Fca sono per tre quarti rappresentati da investitori privati stranieri, al fondo pensioni della California o agli avvoltoi di Wall Street non frega niente dei giornali. Via dalla Stampa e via dal Corriere della Sera, salvato “tre volte” è lo sberleffo finale. Il mondo è cambiato, l’editoria soffre, questa operazione è forse obbligata, ma lasciate stare le radici comuni.

[Foto in apertura di Angelo Palma / A3 / Contrasto]