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1 marzo 2016

La piccola economia di cui campa la Giungla di Calais

Dopo gli scontri prosegue lo sgombero del grande campo profughi che è ormai una città a sé. Con tanto di empori, disco-pub e ristoranti. A gestirli non sono soltanto migranti che sognano l’Inghilterra, ma anche micro imprenditori eritrei e afghani. Che non hanno alcuna intenzione di attraversare la Manica
FEDERICO ANNIBALE

 

Il campo profughi di Calais, conosciuto come la “Giungla”, sembra avere vita breve, e così la sua economia informale. Le autorità francesi hanno già avviato le operazioni di demolizione nella parte meridionale del campo, che ne è il cuore pulsante. Ci sono moschee, chiese, il teatro, la scuola, il centro di assistenza legale per richiedenti asilo e il centro per donne e bambini. Soltanto in quest’area vivono circa 3.500 persone, di cui 500 bambini.

Ma qui sorge anche la maggior parte degli esercizi commerciali della Giungla, tutti gestiti da rifugiati. Come i ristoranti, che continuano a spuntare come funghi. Perché la Giungla non è un campo profughi come gli altri: ha ormai preso le sembianze di una cittadina. È una realtà complessa, fatta di regole non scritte, di rispetto reciproco tra persone che vivono lo stesso dramma. Così la Giungla si trasforma incasa. I migranti iniziano a crearsi degli spazi per lo svago, dei forni per preparare il pane, dei ristoranti in cui mangiare il proprio cibo. Come quelli afghani, che preparano ottimi pasti a qualunque ora del giorno.

«Ehi amico! Vieni, vieni. Entra nel mio ristorante», dice in italiano un tale sulla via principale del campo. Si chiama Jamil e come molti afghani parla un po’ d’italiano. Tantissimi hanno chiesto asilo politico in Italia e alcuni hanno anche passato del tempo nei nostri centri di accoglienza. Il suo ristorante è ben curato. «L’ho costruito tutto io, pezzo per pezzo. Vedi quelle scalette lì, le ho fatte io. E anche il bancone dove metto in mostra il cibo. Tutto ho fatto io, amico!». Porta il tè e del tipico riso afghano con carote fritte e uvetta. Parliamo del suo Paese, di come si vive nel campo, poi arriviamo alla vicina ma lontanissima Inghilterra. Qui Jamil cambia espressione: «Sei pazzo? Io non rischio la vita. E poi è diventato impossibile».

Migrants walk past a makeshift restaurant of the "New Jungle" migrant camp in Calais, where thousands of migrants live in the hope of crossing the Channel to Britain, on October 21, 2015. European Commission chief Jean-Claude Juncker has called a mini-summit in Brussels on October 25 to tackle the migrant crisis along the western Balkans route, his office said. AFP PHOTO / PHILIPPE HUGUEN

Ha investito dei soldi nel ristorante e non ha nessuna intenzione di buttare via tutto. «Mi ci è voluto un mese per costruire il ristorante. E circa 6 mila euro di spese. Ci ho lavorato tutti i giorni e ora sono contento. Quando tutto sarà finito qui, tornerò in Italia con un po’ di soldi». Così, per Jamil, la Giungla è divenuta un’occasione per guadagnare qualcosa. E come lui ce ne sono molti, che giunti a Calais mettono in piedi un esercizio commerciale o ci arrivano soltanto con questo obiettivo, per poi tornare indietro.

Non mancano gli empori dove si possono comprare sigarette, sapone, cellulari, dolci, pane, frutta. Barbieri, che per tre euro offrono una doccia calda. Gli eritrei, più che sulla cucina, puntano sulla disco, del resto sono gli unici locali che, gestiti da cristiani, possono vendere alcolici. Così verso le 21 una parte del campo s’infiamma con musica ad alto volume, luci da discoteca e tante birre, offerte all’interno di grandi baracche. Questo non crea nessun problema fra le comunità: se gli eritrei vogliono ubriacarsi, gli afghani continuano a guardare i film di Bollywood nei loro ristoranti.

Tutt’altro che freddi e impersonali, i ristoranti fungono da spazio comune per la socialità, offrendo un servizio che va al di là della sola cucina. Hanno delle zone sopraelevate dove a piedi nudi ci si può sedere, ricaricare la batteria del telefono o guardare la tv. Tutto questo senza pagare. Alcuni ristoranti incassano cifre non indifferenti. Uno di questi è l’Herat Café, sempre afghano e tra i più gettonati. Cucinano piatti prelibati, i proprietari sono gentili e molti parlano italiano. «Questo è il nostro ultimo giorno», ci spiega il proprietario. «Abbiamo venduto l’attività a un altro afgano per circa 5 mila euro», una somma nemmeno così alta se si considerano le entrate. «Nel periodo d’oro, un paio di mesi fa», spiega un amico dell’ex proprietario, «il ristorante incassava fino a 1.200 euro al giorno».

Ma oggi non è più così: ce ne sono troppi e la concorrenza è forte. «Al massimo ne fai 400 al giorno, è per questo che il proprietario vende l’attività». Del resto, i rischi non mancano. Un locale nel campo può essere raso al suolo domani, come fra un mese, e questo sicuramente pesa nel definire il prezzo di vendita. L’afghano che ha appena investito una piccola fortuna nell’Herat Café, che si trova nella parte meridionale del campo, ha sbagliato i suoi calcoli.

[Foto di Denis Charlet e Philippe Huguen / Getty Images]

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