MATTEO RENZI

Gli step-ipocriti

Dal voto di coscienza al voto di fiducia. Compromesso al ribasso sulle unioni gay. Si regolano le questioni economiche, i bambini restano tabù. Degna conclusione di una fiera dell’ipocrisia, anche a sinistra
ROBERTA CARLINI

 

Alla fine, la legge sulle unioni civili passerà per voto di fiducia, e dal suo testo sarà falciata via la stepchild adoption, l’adozione del figliastro. Smentendo tutto quello che si è detto per mesi: è una materia trasversale e profonda, che divide e supera gli schieramenti, e non legata all’identità e al programma del governo. Sulla manovra economica si è (si sarebbe) obbligati a decidere insieme agli alleati, sui temi etici no. E invece: si cerca l’accordo con gli alleati – l’alleato, il gran vincitore minuscolo dell’Ncd – per essere sicuri che la legge passi e che non salti tutto, è questa la linea. Che però è difficilmente spiegabile. È vero che se il M5S avesse tenuto fede alle sue promesse, la legge sarebbe potuta passare rapidamente e senza modifiche, anche senza i voti dell’Ncd e di quella parte degli stessi democratici contrari alla parificazione delle coppie gay a quelle etero nella possibilità di adottare il figlio del partner. Però, anche dopo il voltafaccia dei grillini (motivato su basi di tecnica parlamentare, non nel merito), si poteva andare al voto articolo per articolo, emendamento per emendamento, e giocarsi la partita punto su punto.

È vero che così facendo si rischiava di andare in minoranza sulla questione dello scandalo, per l’appunto l’adozione del figlio del partner. Ma ciascuno in parlamento si sarebbe preso la responsabilità di quel che votava, e di qua, nel mondo fuori, avremmo saputo chi ringraziare, o incolpare, per il proprio voto o il proprio ostruzionismo. E non è un argomento tanto efficace, la rinuncia preventiva: nel peggiore dei casi (peggiore, per chi è favorevole alla stepchild adoption) sarebbe successo nell’aula quello che si sta per far succedere fuori dall’aula.

Già ci si affanna nel cercare vincitori e vinti, bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti. Renzi pronto a intestarsi il traguardo storico di una legge sulle unioni civili; i movimenti omosessuali divisi tra festeggiare un riconoscimento a metà, senza dignità di coppia genitoriale (la casa in successione vale più dei bambini in comunione); i grillini che difendono la loro purezza inutile (“l’avevamo detto, che volevano solo fare l’inciucio con Alfano”). Ma nessuno ne esce bene. Avremmo voluto avere un dibattito parlamentare alto, come quello che per esempio, al momento di introdurre i Pacs in Francia, regalò ai francesi le bellissime parole di Roselyne Bachelot, deputata gollista che sfidò il suo partito – che ricorda quella battaglia in una intervista sul numero di pagina99 in edicola, parlando delle sue convinzioni da donna “di destra”, dei suoi amici gay, e della sua determinazione a far passare una legge “dove tutti potranno riconoscersi, ognuno di noi e i nostri figli, perché alla fine siamo una sola comunità: la Repubblica”. Invece abbiamo avuto una fiera delle ipocrisie, dei “mi conviene”, delle falsità dette e dei troppi non detti.

L’ipocrisia ha colpito anche l’argomento cruciale, quella stepchild adoption che pare che molti senatori sbaglino anche a pronunciare. Diventata presto, in titoli e commenti sbrigativi, “l’adozione”: invece non si tratta(va) di un’adozione nel senso generale del termine, ma della possibilità di riconoscere come proprio il figlio – naturale o adottivo – del proprio partner. I contrari hanno detto che poteva essere il cavallo di Troia per far entrare in Italia bambini nati con la pratica illegale della gravidanza surrogata; i favorevoli hanno negato ogni nesso tra stepchild e maternità surrogata. Mentendo, entrambi. In Italia già entrano, ogni anno, bambini nati all’estero affittando un utero: la cosa riguarda una minoranza di persone, prevalentemente etero, e anche un ristretto numero di omosessuali (maschi: le donne lesbiche non hanno bisogno, di solito, di noleggiare un grembo).

La legge, nella sua formulazione originaria, avrebbe esteso anche alle coppie gay la possibilità di riconoscere come figli, in Italia, bambini nati all’estero illegalmente (secondo l’ordinamento italiano). Che fare di bambini nati, di fatto, da una violazione di legge? Una questione gigantesca, ma per tutti, etero e gay. Invece di affrontarla, si è preferito da un lato strumentalizzarla – dalla destra, che ha trattato la cosa come se fosse il centro della legge sulle unioni gay – e dall’altro negarla. Non ha aiutato il fatto che il leader di uno dei partiti di opposizione più appassionati e coerenti nella difesa dei diritti dei gay, Nichi Vendola, abbia scelto di non commentare né smentire l’indiscrezione per cui starebbe per diventare padre proprio grazie a una gravidanza surrogata. Perché non esprimersi apertamente, a favore o contro?

Perché non aprire, anche in Italia, una discussione che in tutto il mondo attraversa e spacca i movimenti per i diritti civili, quelli delle donne, e apre nuovi orizzonti, e complesse questioni, per il diritto, l’etica, l’economia (di mercati stiamo parlando, in fondo)? Siamo passati in pochissimi anni da “il privato è politico” a “il privato è privatissimo, la politica è un’altra cosa”. E così, avremo una legge che riconosce i diritti a metà, anzi a meno di metà, ultimo avamposto del passato in un’Europa che sta da tutt’altra parte. Senza aver nemmeno messo un piede nel futuro, nei cambiamenti dei modi e del senso del nascere, con tutti gli interrogativi inquietanti che pongono, a tutti.