Italian novelist and theorist Umberto Eco. He is an Italian semiotician, essayist, philosopher, literary critic, and novelist, best known for his novel The Name of the Rose (Il nome della rosa, 1980), an intellectual mystery combining semiotics in fiction, biblical analysis, medieval studies and literary theory. He has also written academic texts, children's books and many essays. Eco is the founder of the Dipartimento di Comunicazione at the University of San Marino, President of the Scuola Superiore di Studi Umanistici, University of Bologna, member of the Accademia dei Lincei (since November 2010) and an Honorary Fellow of Kellogg College, University of Oxford. His 2011 novel The Prague Cemetery was a best-seller.

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L’effetto Eco

Tutti hanno qualosa da dire sulla morte dello studioso. Con la certezza che lui l’avrebbe detta meglio. Il problema è che nessuna delle cose che si possono dire di lui è interessante come lui. Per parlarne bastano le sue citazioni. Tra risposte perfette, sintesi geniali e sarcasmo mai acido
NADIA TERRANOVA

 

Oggi che sulla morte di Umberto Eco abbiamo tutti qualcosa da dire e la certezza mortificatoria che lui l’avrebbe detta meglio, oggi che abbiamo un pezzo di vita, università, biblioteca da piangere, soli con la nostra inadeguatezza a scrivere coccodrilli su twitter, noi, la «legione di imbecilli» (come in tutti i grandi amori, il momento migliore era quando ci insultava), potremmo riprendere in mano un libro del 1990.

Si chiama Effetto Eco, era curato da Francesca Pansa e Anna Vinci per le Nuove edizioni del Gallo e raccoglieva opinioni e interviste a critici, lettori, scrittori, sul professore che aveva venduto più libri di quanto chiunque di loro avesse anche solo osato sperare. Un’indagine sul caso editoriale degli anni Ottanta definito, avveniristicamente, “l’autore degli anni Duemila”. Assente l’autore, ovviamente: mica l’oggetto di culto si mette a parlare con detrattori e cantori. Un culto talmente diffuso che la cosa più popolare dopo Il nome della rosa fu Non è la Rai, con l’adolescente Ambra Angiolini che chiamava Umberto Eco “collega”.

Eccoli, i coccodrilli di ventisei anni fa. Valentino Zeichen è scettico: «Eco pensa come una multinazionale della letteratura». Pier Vittorio Tondelli esaltato: «Dire Eco è come dire la Transavanguardia in arte». A Carlo Fruttero il successo del professore non interessa, Stefano Benni ha chiuso a pagina trenta «assalito dalla noia», Aldo Busi vomita: «Perché, è un romanzo quello?». Beniamino Placido dice la cosa giusta a nome di tutti: «Se mi viene un attacco di invidia per Eco me lo faccio passare». Sebastiano Vassalli, sincero e persino allegro: «Non ho letto i suoi romanzi eppure mi piace». Luigi Manconi accoglie di buon grado i best-seller di qualità, Alberto Moravia sbandiera amicizia e simpatia («ogni volta che lo vedo ci abbracciamo»), Pippo Baudo sottolinea come scegliere il medioevo sia stata una carta vincente, universale. Enzo Siciliano non lo nomina neppure, ma tuona contro il best-seller contemporaneo, «un oggetto di decorazione». Alberto Arbasino dice che il professore «costruisce sistemi complessi che fanno un po’ paura agli incolti».

Il problema, con Umberto Eco, è che nessuna delle cose che si possono dire di lui è interessante come lui. Nell’introduzione, Jacques Le Goff scrive che Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault sono accomunati non solo dallo stesso autore ma dall’essere entrambi Bildungsroman. Innegabilmente offrono opposti modelli di educazione sentimentale: il monaco Adso preferisce i libri e chiude con le donne (certo, dopo essersi assicurato che non erano proprio una pessima alternativa), il tirocinante editoriale Casaubon mescola letture e amori.

Pendolo o Rosa? È ancora una domanda che mi faccio per capire il lettore che ho di fronte. Se la postulo ad alta voce spero che la risposta non sia «nessuno dei due» e l’interlocutore abbastanza intelligente da non sentirsi originale ostentando di non leggere i best-seller. Spero anche che non risponda «entrambi», perché chi li ha letti ha riconosciuto il suo, l’ha già scelto, altrimenti o sta mentendo o è un accumulatore di titoli, uno per cui «si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo» (Fenomenologia di Mike Bongiorno, 1961). Umberto Eco, che in casa ne aveva qualche migliaio, sintetizzava così: «Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere» (La bustina di Minerva, 2000).

Per parlare di Eco bastano le sue citazioni. Nulla spiega la morte, la sua, la nostra, meglio delle parole venute in mente a chiunque appena saputo che se n’era andato: «Sembra facile, sino a che riguarda Socrate, ma diventa difficile quando riguarda noi» (La bustina di Minerva, 1997). Onestamente, secondo me neanche Socrate credeva davvero che Umberto Eco prima o poi sarebbe morto.

Era nato ad Alessandria, la città dove Giuseppe Borsalino aveva creato nel 1857 la sua prima azienda, a pensarci oggi sembra impossibile non l’avesse scelta prevedendo che il futuro ragazzo di via Po, professore di Bologna, dipendente Rai a Roma avrebbe portato nel mondo quel cappello per ricordare da dove veniva in modo molto più elegante che con un semplice accento. A rendere Eco diverso dagli altri bravi non erano né l’erudizione né la capacità di divulgare, ma intuizioni come quella che il diabolico Franti e l’anarchico Gaetano Bresci siano la stessa persona: sembra una chiosa per sorridere e intanto condensa secoli di storia dell’anarchia, il succo della lotta di classe e la categoria sociale e filosofica dell’emarginazione.

Studiare lo sanno fare tutti, saper spiegare lo sanno fare molti, lui faceva entrambe le cose divertendosi da impazzire, con l’aria di chi dice la sua seduto leggero sulla montagna degli studi di diritto che aveva abbandonato, della filosofia in cui si era laureato, della semiotica moderna che aveva inventato, della storia medioevale che aveva raccontato a qualche milione di lettori. «Quanti libri! Li ha letti tutti?», a questa domanda lo spocchioso si gonfia d’orgoglio, il furbo annuisce per l’arte di averne sfogliato quanto basta per dire sì, ma solo Eco insegna come giustificare una biblioteca privata: «No, questi sono quelli che debbo leggere entro il mese prossimo, gli altri li tengo all’università”, risposta che da un lato suggerisce una sublime strategia ergonomica, e dall’altro induce il visitatore ad anticipare il momento del congedo» (Secondo diario minimo, 1990).

Continueremo a rifilare agli scocciatori le sue risposte perfette, le sue sintesi geniali, il suo sarcasmo mai acido, esattamente come facevamo prima. Solo fingendo di non sentire quella piccola, cattiva fitta di malinconia.

[Foto in apertura di Sarah Lee / Eyevine / Contrasto]